giovedì 26 giugno 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.8

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N. 8


Girolamo ama la Salvestra. Va a Parigi, costretto dalle preghiere della madre; torna e la trova maritata; entra nella casa di lei di nascosto e le muore a fianco; viene portato in chiesa e la Salvestra muore accanto a lui.

Emilia aveva finito il suo racconto, quando Neifile, per ordine del re, incominciò a dire che vi erano uomini molto presuntuosi che provocavano grandi mali, pensando di opporsi ai consigli degli uomini, ma facendo le cose contro natura.
Soprattutto Amore non poteva essere contrastato ed essere portato in direzione diversa da quella dove lo portava la natura. Aggiunse che voleva raccontare la storia di una donna che cercava di essere più saggia di quanto poteva e, credendo di togliere dal cuore del figlio l’amore che le stelle vi avevano messo, ne cacciò nella stessa ora l’anima e l’amore.
Come raccontavano i vecchi, in Firenze viveva un ricchissimo mercante, di nome Leonardo Sighieri, il quale ebbe da una donna un figlio che chiamò Girolamo. Poco dopo la sua nascita, sistemati i suoi affari, passò a miglior vita. La madre e i tutori curarono gli interessi del fanciullo.
Egli, crescendo, si affezionò molto alla figlia di un sarto, che abitava nella sua strada.
Crescendo, l’affetto si trasformò in amore tanto appassionato che Girolamo non si sentiva bene se non la vedeva e anch’ella non l’amava meno.
La madre del ragazzo, accortasi della cosa, molte volte lo rimproverò e lo castigò.
La donna, non riuscendo ad allontanare il figlio dalla fanciulla, credette che ,solo perché il figlio era tanto ricco, ella poteva cambiare un prugno in un melarancio .Disse, dunque, ai tutori che il figlio si era innamorato della figlia di un sarto che si chiamava Salvestra e che se non gliela toglievano d’innanzi avrebbe finito per sposarla.
Bisognava, perciò, mandare il ragazzo a fare dei lavori nell’azienda. In questo modo, non vedendola più, se la sarebbe tolta dalla testa ed avrebbe sposato una giovane di origine nobile.
I tutori, ritenendo giusto quello che diceva la donna, chiamarono il fanciullo in azienda e gli dissero che era ormai diventato grandicello ed era ormai ora che si interessasse dei suoi affari. Per questo era opportuno che si recasse a Parigi, dov’era gran parte della sua ricchezza. Colà, inoltre, avrebbe appreso i costumi dei nobili, vedendo i signori e i baroni parigini, che erano dei veri gentiluomini. Poi poteva tornarsene a casa.
Il ragazzo rifiutò di partire, ma la madre tanto disse e tanto fece che egli acconsentì a partire e a rimanere lontano solo per un anno.
Andato a Parigi, sempre innamoratissimo, per un motivo o per un altro rimase lì per due anni.
 Ritornato più innamorato che mai, trovò Salvestra maritata ad un bravo giovane che faceva le tende e ne soffrì moltissimo.  Pure, saputo dove abitava, cominciò a passare davanti a lei, secondo l’usanza degli innamorati, credendo che anche la donna non l’avesse dimenticato.
Invece le cose stavano in un altro modo.
Ella dava segno di averlo completamente dimenticato, anzi di non averlo mai conosciuto.
Di ciò si accorse il giovane che, molto addolorato, decise di parlarle egli stesso, anche a costo di morire.
Una notte, informatosi da un vicino della disposizione della casa, mentre Salvestra col marito era andata ad una veglia, di nascosto, entrò nella camera e si nascose dietro un mucchio di stoffe e di tende che erano lì.
Quando si accorse che il marito si era addormentato, si avvicinò al letto della donna e le mise la mano sul petto, chiedendole se era sveglia.
Salvestra non dormiva e, alla preghiere del giovane di non gridare, lo invitò ad andarsene.
Infatti era passato il tempo della gioventù, quando erano innamorati. Ormai era sposata e doveva accudire al marito. Lo pregava, per amor di Dio, di andarsene, di non svegliare il marito e di lasciarla vivere in santa pace.
I giovane, udendo quelle parole, provò un gran dolore. Le confermò che il suo amore non era mai diminuito per la lontananza, ma, nonostante le preghiere e le promesse, non ottenne nulla.
Alla fine, desideroso di morire, le chiese di potersi coricare al suo fianco, per potersi riscaldare un po’, perché era gelato, poi se ne sarebbe andato. La Salvestra, impietosita, acconsentì.
Il giovane si coricò al suo fianco ,senza toccarla, e cominciò a pensare al loro amore durato a lungo e alla presente resistenza di lei, e, perduta la speranza, decise di non voler più vivere. Trattenendo il fiato, senza dire una parola, al fianco di lei, morì.
Dopo un po’, la giovane, sorpresa dal suo contegno, temendo che il marito si svegliasse, lo chiamò e lo invitò ad andarsene. Non avendo ricevuto risposta, pensò che dormisse. Cominciò a scuoterlo e, toccandolo, si accorse che era freddo come il ghiaccio. Soltanto dopo averlo scosso molte volte si accorse che era morto.
La donna stette molto tempo senza sapere cosa fare. Poi raccontò, per filo e per segno, che cosa era successo al marito e gli chiese consiglio.
Il buon uomo, senza rancore verso la moglie, ritenne opportuno riportare, di nascosto, in silenzio, il morto a casa sua e di lasciarlo lì. La giovane fu dello stesso parere. Senza più parlare, rivestito il meschino , senza perder tempo, se lo caricò sulle spalle e lo portò davanti alla porta della sua casa.
Venuto il giorno, fu trovato il corpo di Girolamo. La madre molto gridò e pianse. I medici, chiamati per visitarlo, dichiararono che sul corpo non vi erano né ferite, né piaghe. Tutti furono d’accordo nel ritenere che era morto per amore.
Il corpo fu portato in una chiesa dove vennero a piangere la madre dolorosa e le vicine.
Mentre si faceva un grandissimo lamento, il buon uomo disse alla Salvestra di mettersi un mantello sul capo ,di andare alla chiesa dove era stato portato Girolamo e di mescolarsi alle altre donne per sentire se si diceva qualcosa contro di loro.
La giovane provò, in ritardo, per il giovane ormai morto, l’amore che non aveva provato per lui vivo (era incredibile immaginare quanto fossero complicate le forze dell’amore).
Alla vista di Girolamo, come vide il viso del morto, resuscitarono in lei le antiche fiamme dell’amore giovanile. Mandato un altissimo grido, si gettò sul corpo del giovane e, prima di toccarlo, il dolore, che aveva tolto la vita a Girolamo, la tolse anche a lei.
Le donne che erano intorno, vedendo che non si alzava, cercarono di aiutarla, solo dopo molto tempo capirono che era morta. Vinte dalla pietà sia per Girolamo che per Salvestra, ricominciarono a piangere molto di più.
La notizia giunse agli uomini che erano fuori dalla chiesa ed al marito di lei, che pianse a lungo, poi raccontò come erano andate le cose la notte precedente..
Tutti, allora, compresero la ragione della morte dei due e se ne addolorarono.
Ornata ,poi, la giovane morta, come si ornano i morti, la posero accanto a Girolamo.
 Infine li seppellirono nella stessa tomba. E la morte unì, in una inseparabile compagnia, loro che l’amore non aveva potuto unire in vita.
 



giovedì 19 giugno 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.7

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N.7

La Simona ama Pasquino; mentre sono insieme in un orto, Pasquino si sfrega i denti con una foglia di salvia e muore; viene catturata Simona che, volendo mostrare al giudice come era morto Pasquino, si sfrega i denti con quelle foglie e muore anche lei.

Panfilo aveva concluso il suo racconto quando il re fece segno ad Emilia di continuare. Ed ella , senza indugio, cominciò dicendo che la sua novella era simile a quella di Andreuola solo nel fatto che la protagonista perse l’amante nel giardino e fu catturata come Andreuola. Si liberò dell’accusa non con la forza né con la virtù, ma con la morte.
Come già era stato detto, Amore prediligeva le case dei nobili, ma non disdegnava quelle dei poveri, nelle quali ugualmente dimostrava la sua forza, come sarebbe apparso dalla sua novella, ambientata in Firenze.
In Firenze, la loro città, dalla quale si erano allontanate spostandosi in varie parti del mondo, viveva una bella e leggiadra giovane, figlia di un padre povero, di nome Simona.
Sebbene dovesse lavorare e filare la lana per mangiare, pure accettò l’amore di un giovinetto di umili condizioni come lei, chiamato Pasquino, che portava la lana a filare per conto di un maestro lanaiolo.
Simona filava e avvolgeva il fuso con mille sospiri, pensando a colui che le aveva dato la lana da filare.
Dal canto suo, Pasquino andava continuamente a controllare che si filasse bene la lana del suo maestro e controllava soprattutto e soltanto la lana che filava Simona e la sollecitava più spesso che le altre filatrici.
Sollecitando l’uno e compiacendosi di essere sollecitata l’altra, i due, superata ogni vergogna, si unirono per il piacere comune. Continuando così nel procurarsi comune piacere, si innamorarono ogni giorno di più.
Una volta Pasquino  invitò Simona a recarsi in un giardino appartato, dove potevano stare insieme più tranquilli e la ragazza acconsentì.
Una domenica, dopo pranzo, Simona disse al padre che andava a prendere l’indulgenza a San Gallo, con la sua compagna, chiamata la Lagina. Con lei si recò al giardino indicato da Pasquino.
Il giovane, dal canto suo, vi andò con un compagno, di nome Puccino, detto lo Stramba. Incontratisi con le donne sorse un nuovo amorazzo tra lo Stramba e la Lagina. .Per soddisfare i loro desideri Simona e Pasquino si sistemarono in un angolo del giardino, lo Stramba e la Lagina in un altro.
Nell’angolo dove erano andati Pasquino e Simona c’era un grandissimo e bel cespuglio di salvia.
Volendo fare merenda, Pasquino, dicendo che la salvia puliva bene i denti di ogni cosa ch’era rimasta attaccata dopo aver mangiato, raccoltane una foglia se la stropicciò sui denti e sulle gengive.
Poi, dopo averli sfregati per un po’, ritornò a parlare della merenda. Mentre parlava, impallidì, perse la vista e la parola e in breve morì.
Simona, vedendo ciò, cominciò a piangere , a gridare e a chiamare lo Stramba e la sua compagna.
Come lo Stramba vide Pasquino morto, il quale ,nel frattempo, si era gonfiato e riempito di macchie scure, cominciò a gridare accusando Simona di averlo avvelenato.
Accorsero i vicini ,richiamati dal grande rumore, udirono le accuse . Vedendo Simona quasi uscita di senno e che non si sapeva spiegare che cosa fosse successo, credettero che fosse come avevano detto lo Stramba, l’Atticciato e il Malagevole. Per questo ,presa Simona, la portarono al palazzo del podestà.
Il giudice che esaminò la cosa ,per comprendere l’accaduto, volle vedere il morto. Poi si fece portare Simona dove il corpo di Pasquino giaceva ancora gonfiato come una botte e le chiese come era successo.
La donna ,per spiegarsi meglio, fece come aveva fatto Pasquino, sfregandosi i denti con una di quelle foglie di salvia. Di fronte allo Stramba e ai suoi compagni, che chiedevano per lei la punizione del rogo, la poveretta, che era confusa per il dolore del perduto amore e per la paura della pena richiesta, cadde a terra, come prima era caduto Pasquino, con grande meraviglia dei presenti.
O anime fortunate che terminarono insieme la vita mortale e ancora più felici se nell’altra vita continuarono a stare insieme nello stesso posto.
Fortunata, sicuramente, l’anima di Simona che, a giudizio dei vivi, era risultata innocente, e, liberatasi dalle accuse dello Stramba, dell’Atticciato e del Malagevole, aveva potuto seguire l’anima tanto amata del suo Pasquino.
Il giudice ,meravigliato dell’incidente, rimase pensieroso a lungo, poi, ritrovato il senno, aggiunse “ Sembra che questa salvia sia velenosa, il che è insolito. Ma , per evitare che possa danneggiare in questo modo qualche altro, si tagli fino alla radice e si faccia bruciare”.
Il guardiano del giardino si apprestò a tagliare il cespuglio in presenza del giudice , ed ecco che apparve la causa della morte dei due amanti.
Sotto il cespuglio di salvia c’era un rospo enorme, dal cui fiato velenoso era diventata velenosa anche la salvia.
Non avendo nessuno il coraggio di avvicinarsi al rospo, fu ammucchiata intorno al cespuglio una grandissima catasta di legna.
Qui arsero il rospo con la salvia e finì il processo del giudice per la morte del misero Pasquino.
Il giovane e la sua Simona, gonfi com’erano, furono seppelliti dallo Stramba, dall’Atticciato, da Guccio Imbrotta e dal Malagevole ,nella chiesa di San Paolo, di cui erano parrocchiani.




giovedì 12 giugno 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.6

QUARTA GIORNATA – NOVELLA n.6

L’Andriuola ama Gabriotto: gli racconta di aver fatto un sogno ed egli racconta a lei di averne fatto un altro; muore all’improvviso nelle sue braccia; mentre  con la sua fantesca lo porta alla casa di lui, sono prese dalle guardie, ed ella racconta come sono andate le cose: il podestà la vuole possedere, ma ella non lo sopporta: sentendolo il padre di lei, poiché è innocente la fa liberare, ed ella si fa monaca di clausura, rifiutando del tutto di stare nel mondo.  

La novella raccontata da Filomena fu graditissima alle donne che avevano sentito cantare molte volte quella canzone, ma, per quanto avessero chiesto, non avevano mai potuto sapere perché era stata fatta.
Il re diede  ordine a Panfilo di continuare.
Il giovane disse che la novella precedente gli dava lo spunto per raccontarne una nella quale si parlava di due sogni che preannunziarono eventi futuri.
Le sue compagne dovevano, comunque, sapere che era impressione di tutti i viventi che le cose che apparivano nei sogni fossero verissime, e, una volta svegliatisi, le considassero alcune vere, altre verosimili, altre lontane dalla realtà; talvolta esse avvenivano per davvero.
Perciò molti prestavano ai sogni grande fiducia , come se fossero reali e per quelli si rattristavano o si rallegravano e temevano o speravano; altri , al contrario, non ci credevano per nulla, se non che si trovavano nei pericoli preannunziati dai sogni.
Panfilo riteneva che i sogni non erano sempre veri e non erano sempre falsi, come dimostravano sia  la novella precedente che quella che stava per raccontare.
Nella città di Brescia viveva un gentiluomo chiamato messer Negro da Ponte Carraro, che, tra i molti figli, aveva una figlia che si chiamava Andreuola, giovane, bella e senza marito. Ella si innamorò, ricambiata, di Gabriotto, uomo di bassa condizione ma bello e garbato.
Con l’aiuto della fantesca , i due, nel bel giardino del padre ,si incontrarono spesse volte.
Divennero , segretamente, marito e moglie, promettendosi che solo la morte li avrebbe separati.
Una notte, mentre continuavano gli incontri furtivi, la giovane sognò di essere nel suo giardino con Gabriotto.
Mentre egli la teneva fra le braccia, dal corpo di lui uscì una cosa oscura ed orribile, a lei sconosciuta, che le strappò il giovane dalle braccia e se lo portò sotto terra ,senza che i due innamorati potessero più rivedersi.
Si svegliò agitata e, sebbene si fosse resa subito conto che si trattava di un sogno, pure ebbe paura.
La notte seguente evitò di incontrarsi con l’innamorato per timore.
Poi, la notte successiva lo ricevette nel suo giardino per evitare sospetti.
Accolto con grandi feste, Gabriotto le chiese perché la notte precedente non aveva voluto incontrarlo.
La giovane gli raccontò il sogno e il presentimento che l’aveva presa.
Il giovane ,udendo ciò, rise e disse che era una sciocchezza credere nei sogni che si facevano o per aver mangiato troppo o troppo poco.
Aggiunse che se avesse voluto credere ai sogni non si sarebbe incontrato con lei.
Infatti anch’egli ,la notte prima, ne aveva fatto uno. Aveva sognato di essere in un bel bosco e di aver catturato una capriola bella come non ce n’erano altre, bianca come la neve. In breve tempo egli l’aveva addomesticata e, per evitare che si allontanasse, le aveva messo intorno al collo un collare d’oro, con una catena d’oro.
Una volta, mentre la capriola stava appoggiata con il capo sul suo grembo, uscì all’improvviso una cagna da caccia, nera come il carbone, spaventosa a vedersi, e andò verso di lui. La cagna lo aggredì e gli strappò il cuore dal petto per portarselo via.
Egli provò un dolore tanto grande che si svegliò di soprassalto e si mise la mano sul cuore per vedere se tutto era a posto, non trovando alcun danno rise di sé stesso. Aggiunse che di sogni così e anche più spaventosi ne aveva già fatti, ma  non si erano mai avverate le cose che aveva sognato; perciò non ci dovevano più pensare e dovevano stare allegri.
La giovane ,udendo il sogno di Gabriotto, si spaventò ancora di più, ma ,per non rattristarlo, nascose la sua paura e lo baciò e abbracciò teneramente. Non sapendo il perché, si guardava intorno per vedere se qualche cosa nera apparisse.
Mentre stavano così, all’improvviso Gabriotto ,emettendo un sospiro, le chiese aiuto e, cadendo sull’erba del prato, morì. La giovane pianse disperatamente e più volte invocò il nome di lui invano. Poi , accortasi che era del tutto morto, non sapendo che fare, chiamò la sua domestica, che sapeva tutto, e le rivelò la causa del suo dolore. 

Andreuola disse alla fantesca che non voleva più vivere senza il suo amore, ma prima di uccidersi, pur conservando il segreto, voleva seppellire onorevolmente il corpo dell’uomo.
La donna la scongiurò di non uccidersi perché sarebbe andata all’inferno, dove sicuramente non era andata l’anima di Gabriotto, che era stato un bravo giovane; meglio era pregare per l’anima di lui. Bisognava ,invece, pensare a seppellirlo, di nascosto, portarlo fuori dal giardino, sulla strada, dove qualcuno, l’indomani, l’avrebbe trovato e portato ai suoi parenti per la sepoltura.
La giovane non volle lasciare abbandonato nella strada, come un cane, il corpo del marito, tanto amato.
Voleva che avesse, oltre le sue lacrime, anche quelle dei suoi parenti. Decise, perciò, cosa fare.
Ordinò alla serva di prendere dal forziere un drappo di seta molto prezioso.
Lo misero per terra e vi posero sopra il corpo del morto, con la testa appoggiata su un cuscino ,con gli occhi e la bocca chiusa, con una ghirlanda di rose e con tutte rose intorno.
Avvicinandosi il giorno, sollecitata dalla cameriera, si tolse dal dito l’anello con cui Gabriotto l’aveva sposata e lo mise al dito di lui, come ultimo dono di colei che, in vita, aveva tanto amato. Poi ,per il gran dolore, svenne sul corpo del giovane.
Riprese le forze, insieme alla fantesca, preso il drappo, su cui giaceva il corpo, uscì dal giardino e si diresse verso la casa di lui.
Mentre andavano furono catturate dalle guardie della Signoria.
Andreuola, desiderosa più di morire che di vivere, raccontò alle guardie ciò che era successo e chiese di essere portata davanti al signore. Nessuno, però, doveva toccare il corpo del morto, che ella portò con sé al palazzo della Signoria.
Il Podestà, udita la cosa, ricevette la donna nella sua stanza e si fece raccontare l’accaduto
I medici, chiamati dal Signore, verificarono che l’uomo non era stato ucciso con il  veleno o in altro modo. Affermarono che era morto perché era stato affogato dal sangue di un ascesso che si era rotto vicino al cuore.
Il Podestà, udendo che la giovane era innocente, promise di liberarla se avesse acconsentito ai suoi piaceri.
Non riuscendo a convincerla, tentò di violentarla.
Andreuola, adirata, si difese con grande energia ,cacciandolo via.
Venuto il giorno, queste cose furono riferite a messer Negro, che andò dal podestà per riavere sua figlia.
Il podestà, per evitare di essere accusato dalla donna ,le fece molte lodi per l’amore e la costanza dimostrate, e, preso da grande amore, nonostante che ella già aveva sposato un uomo di bassa condizione, la chiese in moglie al padre.
Frattanto Anreuola giunse al cospetto del padre e gli disse “ Padre mio, è inutile che vi racconti tutta la mia sciagura, che voi, sicuramente, già conoscete. Vi chiedo perdono di aver preso per marito, senza il vostro consenso, chi più mi piacque. Questo perdono ve lo chiedo non per aver salva la vita, ma per morire come vostra figlia, non come vostra nemica”.
Messer Negro ,che era molto vecchio e di natura buono e amorevole, piangendo sollevò in piedi la figlia e disse “Figlia mia, mi fa soffrire la poca fiducia che hai avuto in me, nascondendomi il tuo matrimonio ,e ancor di più il fatto che tu abbia perduto tuo marito prima che io l’avessi saputo. Ma l’onore di accoglierlo ,volentieri, come mio genero, per farti contenta, che non ho potuto concedergli in vita, glielo concederò per la sua morte”.
Fece ,quindi, preparare a Gabriotto un esequie grande e onorevole.
La voce si diffuse rapidamente e giunsero da ogni parte della città i pareti del morto e tutti gli uomini e le donne. Non come un plebeo ma come un signore fu portato fuori dal cortile del palazzo pubblico a spalla dai più nobili cittadini, con grandissimo onore, per la sepoltura.
Dopo alcuni giorni messer Negro chiese alla figlia se voleva sposare il Podestà che l’aveva chiesta in moglie.
Andreuola non ne volle sapere, ma preferì farsi monaca , insieme con la sua fantesca, in un monastero molto    
famoso per la santità, e lì vissero onestamente per molto tempo.







giovedì 5 giugno 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.5

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N.5

I fratelli di Elisabetta uccidono l’amante di lei; egli le appare in sogno e le mostra dove è sotterrato; ella, di nascosto, dissotterra la testa e la mette in un vaso di basilico, e, su quello, piangendo ,ogni giorno resta per molto tempo. I fratelli glielo tolgono ed ella muore di dolore poco dopo.

Finita la novella di Elissa, venne il turno di Filomena, che, ancora turbata per la fine di Gerbino e della sua donna, cominciò dicendo che avrebbe narrato di genti più umili, la cui sorte sarebbe stata ugualmente triste.
La sua storia era ambientata a Messina, dove vivevano tre giovani fratelli, mercanti, rimasti molto ricchi dopo la morte del padre, originario di San Gimignano.
Costoro avevano una sorella ,chiamata Elisabetta, molto bella e onesta, che non avevano ancora maritata.
Avevano, inoltre, in un loro magazzino, un giovane pisano ,di nome Lorenzo, che curava i loro affari.
Costui era molto bello e garbato; avendolo notato, Elisabetta se ne innamorò.
Anche Lorenzo cominciò a rivolgerle le sue attenzioni e non passò molto tempo che i due, sentendosi sicuri, cominciarono a fare ciò che entrambi desideravano.
Purtroppo non seppero incontrarsi così segretamente che il maggiore dei fratelli non si accorgesse che Elisabetta si recava là dove Lorenzo dormiva. Il malvagio, senza parlare, aspettò che venisse il giorno.
La mattina seguente raccontò ai fratelli ciò che aveva visto di Elisabetta e Lorenzo nella notte passata.
Decisero, per evitare di recare alcuna infamia alla sorella, di fingere di non sapere niente, finchè non fosse giunto il tempo di togliersi dal viso quella vergogna.
Continuarono, quindi, a ridere e a scherzare  con Lorenzo come facevano di solito, fino a quando, fingendo di andare fuori città per svago, non lo condussero con loro.
Giunti in un luogo molto solitario ,lo uccisero e lo sotterrarono, senza che nessuno se ne accorgesse.
Tornati a Messina, diffusero la voce che lo avevano mandato a fare delle commissioni in un altro paese, come talvolta accadeva.
Elisabetta, non tornando Lorenzo, sempre più in ansia, chiese ai fratelli con insistenza dove l’avevano mandato, ma ne ricevette una risposta minacciosa.
Una notte, dopo aver molto pianto per l’amato che non tornava, si addormentò spossata.
Lorenzo le apparve in sogno, pallido e spettinato, con i panni laceri e le disse che non sarebbe più tornato perché i fratelli di lei l’avevano ucciso. Le indicò il luogo dove l’avevano sotterrato e disparve.
La giovane, svegliatasi, pianse amaramente.
Decise, dunque, di andare a vedere, di nascosto dai fratelli, nel luogo indicato, se era vero ciò che le era apparso in sogno. Giunta sul luogo, scostò le foglie secche e scavò nel punto in cui la terra le sembrò meno dura.
Non dovette scavare troppo che trovò il corpo dell’infelice amante ,ancora integro, a conferma del suo sogno.
Avrebbe voluto portare con sé tutto il corpo per seppellirlo onorevolmente, ma non era possibile. Allora, con un coltello, gli staccò la testa dal busto, l’avvolse in un asciugamano e la diede ad una sua domestica.
Poi, non vista da nessuno, se ne ritornò a casa.
Quivi giunta, si chiuse in camera e tanto pianse che lavò con le lacrime la testa, coprendola di baci.
Poi, prese un grande e bel vaso, di quelli dove si pianta il basilico e ce la mise dentro, avvolta in un bel fazzoletto di seta. Copertala di terra, vi piantò parecchi piedi di basilico salernitano e innaffiava ogni giorno quel vaso con acqua di rose e di aranci e con le sue lacrime.
Aveva preso l’abitudine di sedersi sempre vicina a quel vaso e piangeva tanto, bagnandolo, che anche il basilico piangeva.
Il basilico ,sia per la cura continua sia per la decomposizione della testa che c’era dentro il vaso, divenne bellissimo e molto profumato.
Ben presto la sua tristezza e la cura che ella aveva per il vaso insospettirono i vicini, che ne parlarono con i fratelli. Costoro, di nascosto, fecero portare via il vaso di basilico.
Elisabetta, non trovandolo, più volte, con insistenza, lo chiese, ma non le fu restituito.
Dopo poco si ammalò e nella sua malattia non chiedeva altro che il vaso.
I giovani, meravigliati dell ‘insistente richiesta, vollero vedere che cosa c’era dentro. Versata la terra, videro il
drappo in cui era avvolta la testa non ancora così consumata, che impedisse il riconoscimento della testa di Lorenzo. Temendo che l’omicidio si venisse a sapere, con prudenza, fuggirono da Messina, e, trasferiti tutti i loro averi, se ne andarono a Napoli.
Elisabetta, continuando a chiedere il suo vaso, piangendo se ne morì. E così finì il suo sventurato amore.
Dopo un certo tempo la sua storia fu conosciuta e un cantastorie compose una canzone , che si cantava ancora al loro tempo e cioè
“ Quale fu l’uomo malvagio
  che mi rubò il vaso da fiori ecc.ecc”.




giovedì 29 maggio 2014

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N.4

Gerbino, contro la parola data da re Guglielmo, suo nonno, assalta una nave del re di Tunisi, per prendere una sua figlia; ella viene uccisa da coloro che erano sulla nave e Gerbino uccide loro, poi a lui viene tagliata la testa.

La Lauretta, terminata la sua novella, tacque, mentre tutti commentavano.
Il re, alzato il viso, fece segno ad Elissa di continuare. Ed ella incominciò il suo racconto considerando che molti credevano che Amore colpisse solo attraverso gli occhi. Invece era possibile innamorarsi per fama, senza essersi mai visti.
Così era appunto successo nella novella che avrebbe raccontato. I protagonisti di essa si erano innamorati per fama ,senza conoscersi, e il loro amore li aveva condotti entrambi ad una misera morte.
Guglielmo II, re di Sicilia, ebbe due figli: un maschio, chiamato Ruggieri e una donna, chiamata Costanza.
Ruggieri, morendo prima del padre, lasciò un figlio di nome Gerbino, il quale, allevato con attenzione dal nonno, divenne un giovane bellissimo, famoso per il suo valore e la cortesia.
La sua fama superò i confini della Sicilia e giunse in Tunisia, che ,a quel tempo, era tributaria del re di Sicilia.
La figlia del re di Tunisi, che era una delle più belle creature del tempo, udendo raccontare da uomini valorosi le imprese compiute da Gerbino, immaginando come doveva essere, si innamorò appassionatamente di lui.
D’altra parte era giunta in Sicilia la fama della bellezza e del valore della figlia del re di Tunisi e aveva toccato gli orecchi di Gerbino, che , dal canto suo, a sua volta se ne era innamorato.
Dunque ,attendendo dal nonno il permesso di recarsi a Tunisi per vederla, affidò ad un amico, che si recava colà, l’incarico di rivelarle l’amore che aveva per lei.
La fanciulla ricevette l’ambasciatore e l’ambasciata con viso lieto e gli rispose che ella ardeva di pari per Gerbino, al quale mandò un gioiello a lei molto caro ,come testimonianza del suo amore.
Tramite l’amico i due giovani si scambiarono, in seguito, molti doni e molte lettere prendendo accordi su come incontrarsi.
Mentre così andavano le cose, ardendo da una parte la giovane, dall’altra il Gerbino, il re di Tunisi promise in sposa la figlia al re di Granata.
Ella, addolorata, meditava di fuggire per andare da Gerbino. Ugualmente il giovane, avendo saputo della promessa, pensava al modo di sottrarla al marito, se fosse stata imbarcata per raggiungere Tunisi.
Il re di Tunisi, venuto a conoscenza dell’amore del Gerbino, del suo valore e delle sue intenzioni, preoccupato, informò re Guglielmo del viaggio che la figlia doveva compiere e chiese garanzia che né lui, né Gerbino l’avrebbero impedito.
Il vecchio re, non conoscendo l’amore del nipote, non immaginando che per questo era stata chiesta tale garanzia, la concesse senza problemi. Inviò ,inoltre, al re di Tunisi un guanto, come pegno della parola data.
 Immediatamente il re preparò una grandissima e sontuosa nave nel porto di Cartagine, per mandare la figlia a Granata.
La giovane donna inviò a Palermo un servitore per informare l’amato della sua partenza, precisando che in tale circostanza avrebbe valutato il valore di lui.
Gerbino, udendo ciò, pur sapendo della parola data dal nonno al re, spinto dall’amore, andò a Messina.
Colà fece armare due sottili galee e si diresse in Sardegna, dove doveva passare la nave tunisina.
Dopo un certo tempo, poco lontano dal luogo dove si era fermato, giunse la nave.
Gerbino promise ai suoi marinai un ricco bottino, se l’avessero assaltata;  per lui, spinto dall’amore, chiedeva soltanto la donna.
I siciliani, desiderosi di bottino, rapidamente misero i remi in barca e giunsero alla nave.
Il bel Gerbino comandò che i marinai della nave andassero sulle galee, se non volevano combattere.
I saraceni mostrarono ,come lasciapassare, il guanto di re Guglielmo e si rifiutarono di arrendersi.
Frattanto il giovane vide, sopra la poppa della nave, la donna che gli sembrò ancora più bella di come aveva immaginato e si infiammò maggiormente.
Rispose, allora, con ironia che egli non aveva falconi per cui servisse il guanto e che si preparassero a combattere se non volevano dargli la donna.
Iniziò ,dunque, la battaglia.
I saraceni, comprendendo che o dovevano arrendersi o morire, portata la figlia del re sulla prora, chiamato Gerbino, la svenarono davanti ai suoi occhi.
Gettandola in mare ,dissero “Prendila, te la diamo come noi possiamo e come la tua lealtà l’ha meritata”.
Gerbino, infuriato per la loro crudeltà, salito sulla nave ,come un lupo famelico che si getta su un armento di giovenchi, sbranandoli a destra e a manca con i denti e con le unghie, uccise crudelmente molti saraceni.
Poi lasciò la nave incendiata ai suoi marinai per trarne il bottino.
Infine, recuperato dal mare il corpo della bella donna, la pianse con molte lacrime.
Tornato in Sicilia, la fece seppellire con onore ad Ustica, un’isoletta vicino Trapani e se ne tornò a casa con grande tristezza.
Il re di Tunisi, saputa la notizia, mandò i suoi ambasciatori, vestiti a lutto, da re Guglielmo a riferirgli gli eventi.
Re Guglielmo, molto turbato, fece prendere Gerbino e, nonostante le preghiere dei suoi baroni, lo condannò alla decapitazione. In sua presenza gli fece tagliare la testa, preferendo rimanere senza nipote, piuttosto che essere ritenuto un re che non rispettava la parola data.
Così, in pochi giorni, i due amanti, senza aver goduto del proprio amore, morirono di una triste morte.




giovedì 22 maggio 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.3

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N. 3

Tre giovani amano tre sorelle e con loro fuggono a Creta: la maggiore, per gelosia, uccide l’amante; la seconda, concedendosi al duca di Creta, salva dalla morte la prima. L’amante della seconda sorella, l’uccide e scappa con la prima; viene incolpato il terzo amante con la terza sorella e, presi, confessano; per paura di morire corrompono una guardia con il denaro e fuggono ,poveri, a Rodi, dove muoiono in povertà.


Filostrato, udita la fine della novella di Pampinea, rimase sovrapensiero , poi, le disse che gli era piaciuta la fine della novella, ma la parte precedente aveva fatto troppo ridere.
Rivolto, subito dopo, alla Lauretta la invitò a continuare con un racconto più serio.
La Lauretta, ridendo, promise che avrebbe narrato la storia di tre amanti che finirono male, avendo poco goduto dei loro amori.
Rivolta alle donne, incominciò dicendo che il vizio più grande di tutti era l’ira, che accendeva l’animo degli uomini, ma soprattutto quello delle donne, che erano più mobili e più leggere e, perciò, più inclini a lasciarsi prendere da essa.
Siccome l’ira e il furore erano molto fastidiosi e pericolosi, per evitarli e guardarsi da essi, Lauretta avrebbe raccontato l’amore di tre giovani per tre donne e come, per l’ira di una di esse, la loro felicità si fosse trasformata in infelicità.
La storia era ambientata a Marsiglia, antica e nobile città della Provenza , posta sul mare, ricchissima di uomini facoltosi e di mercanti. Tra questi ce ne era uno chiamato Don Armando Civada, uomo di umilissima origine ma mercante di grande lealtà, straordinariamente ricco di possedimenti e di denaro.
Costui aveva molti figli, tra i quali tre erano femmine ed erano maggiori dei maschi.. Due erano gemelle, avevano quindici anni e si chiamavano Ninetta e Magdalena; la terza aveva quattordici anni e si chiamava Beretta.
Della Ninetta era molto innamorato un gentiluomo, che era povero, di nome Restagnone, anche la giovane lo amava e, di nascosto, essi godevano del loro amore.
Già da tempo facevano l’amore ,quando due giovani compagni, l’uno chiamato Folco e l’altro Ughetto, morti i genitori ed essendo rimasti ricchissimi, si innamorarono l’uno della Magdalena e l’altro della Beretta.
Restagnone, informato da Ninetta, pensò di poter alleviare un po’ i suoi bisogni, grazie all’amore dei due.
Divenuto amico dei giovani, andava insieme a loro a vedere le tre donne.
Quando gli sembrò di essere diventato molto amico , li invitò a casa sua e propose loro, per il grandissimo amore che portavano alle tre donne, di unire tutte le ricchezze che Folco e Ughetto avevano, di dividerle per tre, facendo di lui il terzo possessore. Avendo diviso per tre le ricchezze, dovevano decidere in quale parte del mondo andare per vivere una vita felice con le tre sorelle. Assicurò che esse, con gran parte delle ricchezze del padre, sarebbero andate volentieri con loro; nel luogo prescelto, ciascuno con la sua donna, come tre fratelli, avrebbero vissuto come i più felici degli uomini. Aggiunse che dovevano decidere rapidamente.
I due giovani, udendo che le donne li avrebbero seguiti, si dichiararono pronti ad accettare la proposta.
Restagnone, dopo pochi giorni, si incontrò con la Ninetta e le spiegò il suo progetto.
Ella rispose che la cosa le piaceva e le sue sorelle, che facevano tutto quello che lei voleva, avrebbero sicuramente accettato.; gli diede istruzioni precise su ciò che doveva fare.
L’uomo, tornato dai due amici, assicurò che le donne stavano preparando la cosa.
Avendo deciso di andare a Creta, venduti alcuni possedimenti, dicendo che volevano commerciare, vendute tutte le cose loro per procurarsi denari, comprarono una nave veloce e leggera, la armarono e aspettarono il giorno della partenza.
Anche le donne, accese dalle dolci parole di Ninetta, attendevano con ansia di partire.
Venuta la notte in cui dovevano imbarcarsi, le tre sorelle, aperto un cassone del padre, presero da esso una grandissima quantità di denari e di gioielli e, con essi, uscite di casa di nascosto, raggiunsero i tre amanti che le aspettavano.
Senza indugio salirono sulla nave e partirono.
Remando vigorosamente, senza mai fermarsi, la sera seguente giunsero a Genova, dove gli amanti festeggiarono allegramente. Rinfrescatisi , andarono via e, di porto in porto, prima di otto giorni, senza alcun impedimento, giunsero a Creta.
Nell’isola vicino a Candia comprarono grandi e bei possedimenti, in cui costruirono bellissime abitazioni
dove, con molti servitori, cani, uccelli e cavalli, tra feste e banchetti, con le loro donne, come gran signori, cominciarono felicemente a vivere.
Come spesso succedeva, anche le cose che piacevano molto, se se ne  aveva in grande abbondanza, stancavano e non piacevano più.
Restagnone che aveva, nelle difficoltà, molto amato Ninetta, potendola avere senza difficoltà, cominciò a non amarla più.
Avendo conosciuto ad una festa una giovane bella e gentile del paese, cominciò a corteggiarla e a fare per lei molte feste. Ninetta si accorse di ciò e provò una gelosia così grande che egli non si poteva muovere senza che la donna non lo sapesse e se ne crucciasse.
Ma come l’abbondanza delle cose provocava fastidio, così il rifiuto delle stesse aumentava il desiderio, nello stesso modo i lamenti di Ninetta accrescevano il nuovo amore di Restagnone.
Ben presto Ninetta, chiunque fosse stato a riferirglielo, fu sicura che Restagnone amava un’altra donna.
Per questo fu presa da una grandissima ira e da un gran furore, trasformatosi l’amore in violento odio.
Decise, dunque, di uccidere Restagnone per vendicare l’offesa ricevuta.
Fatta venire una vecchia greca molto abile nel preparare veleni, le fece preparare un’acqua avvelenata, promettendole ricchi doni.
Una sera, senza più contatti con la vecchia, fece bere l’intruglio a Restagnone, che non sospettava nulla.
La potenza del veleno fu tale che prima dell’alba l’uccise.
Le sorelle ,insieme a Folco e ad Ughetto, piansero con lei e seppellirono onorevolmente l’uomo, non sapendo che era stato avvelenato.
Dopo alcuni giorni, per un altro misfatto, fu catturata la vecchia che aveva preparato il veleno, la quale, sotto tortura, confessò come erano andate le cose.
Il duca di Creta, senza dir nulla, di nascosto, fece catturare Ninetta, che senza alcun martirio, raccontò come era morto Restaglione.
Folco e Ughetto, informati dal duca, riferirono alle loro donne perché Ninetta era stata catturata.
Esse se ne rattristarono molto e cercarono in tutti i modi di evitare il rogo alla donna.
La Magdalena, che era giovane e bella, era stata molto desiderata dal duca di Creta, ma l’aveva sempre rifiutato. Pensando di poter salvare dal rogo la sorella, mandò un ambasciatore fidato e si offrì a lui a due condizioni: una che dovesse riavere la sorella sana e libera, l’altra che la cosa dovesse rimanere segreta.
Dopo aver lungamente pensato ,il duca si accordò in tal senso.
Fatti trattenere dalla Polizia Folco e Ughetto per una notte, come se volesse informarli del fatto, si incontrò segretamente con Magdalena.
Fece portare  Ninetta, chiusa in un sacco, come se volesse farla gettare nel fiume, legata con delle grosse pietre, per farla annegare, e gliela donò , come prezzo per quella notte.
La mattina dopo, nell’allontanarsi, la pregò che quella notte non fosse l’ultima e che mandasse via Ninetta, colpevole, perché egli non fosse biasimato e non dovesse nuovamente infierire contro di lei.
Frattanto Folco e Ughetto furono informati che Ninetta era stata affogata e furono liberati.
Giunsero a casa e consolarono le due sorelle per la morte della primogenita.
Pure Folco si accorse che Ninetta era viva, sospettando su come erano andate le cose, costrinse Magdalena a confessargli tutta la verità. Vinto dal dolore e dall’ira, Folco, tirata fuori la spada, uccise Magdalena che implorava pietà. Poi, temendo l’ira del duca, lasciata la donna morta nella camera, andò a prendere Ninetta. Sorridendole per darle fiducia, la indusse a partire con lui, portando con sé quei pochi soldi che riuscì a racimolare. Giunti alla marina, montarono sulla barca e partirono e non si seppe mai dove fossero arrivati.
Il giorno seguente Magdalena fu trovata morta. Alcuni che odiavano Ughetto fecero sapere al duca che il giovane aveva ucciso la donna.
Il duca, che amava molto Magdalena, infuriato, corse alla casa e costrinse Ughetto e la sua donna, che non sapevano nulla della fuga  dei due, a confessare che avevano ucciso Magdalena.
Dopo la confessione, con una grande quantità di denaro, che avevano nascosto in caso di bisogno, corruppero i carcerieri e, montati sopra una barca, di notte, se ne fuggirono a Rodi. Colà vissero in miseria non molto a lungo.
A tale sventura per sé e per gli altri portarono il folle amore di Restaglione e l’ira di Ninetta.




giovedì 15 maggio 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.2

QUARTA GIORNATA –NOVELLA N.2

Frate Alberto fa credere ad una donna che è innamorato di lei l’Arcangelo Gabriele, sotto le cui spoglie più volte giace con lei; poi, per paura dei parenti di lei, fuggito dalla casa, si rifugia nella casa di un pover’uomo, il quale il giorno dopo lo conduce in piazza, travestito da uomo selvatico, dove ,riconosciuto e preso dai suoi frati, è incarcerato.

Le lacrime per la novella raccontata dalla Fiammetta avevano riempito gli occhi delle compagne; Filostrato commentò che egli sarebbe morto volentieri pur di provare solo una piccola parte del piacere provato da Ghismunda con Guiscardo.
 Fece ,poi, segno di proseguire a Pampinea, che, per rallegrare l’animo commosso delle compagne, decise di raccontare una novella un po’ più allegra, senza allontanarsi dal tema proposto.
Iniziò, dunque, il racconto citando un proverbio popolare “ chi è reo ,e buono è creduto, può fare il male e non è creduto”, a testimonianza dell’ipocrisia dei religiosi. Essi, con cappe larghe e lunghe, con visi pallidi, usano voci umili e mansuete nel chiedere agli altri, invece voci aspre e fiere nel rimproverare agli altri i loro stessi vizi. Assegnando ,come se fossero i padroni del paradiso, a chi muore posti più o meno eccellenti, secondo la quantità di danaro lasciata loro, ingannano i fedeli.
Pampinea si augurava che, col piacere di Dio, potessero essere svelate le loro menzogne, come capitò ad un frate minore, non giovane, che era ritenuto a Venezia uno fra i più autorevoli sacerdoti.
Di quello voleva raccontare per rallegrare gli spiriti, rattristati per la morte di Ghismunda.
Visse, dunque, ad Imola, in uomo scellerato e corrotto, chiamato Berto della Massa, le cui opere malvagie erano conosciute da tutti e gli imolesi non gli credevano sia che dicesse la bugia che la verità.
Non potendo più vivere ad Imola, si trasferì a Venezia, che accoglieva tutti gli scarti umani. Qui, pentito di tutte le cattive azioni commesse, pervaso da grande umiltà, divenuto religioso, si fece frate minore col nome di Alberto da Imola, facendo penitenza e astinenza e né mangiava carne ,né beveva vino, quando non ne aveva di buono. Da falsario, ladrone, ruffiano, omicida, divenne gran predicatore, e, fattosi prete, quando celebrava la messa sull’altare piangeva per la passione di Cristo.
In breve, seppe conquistare così bene la fiducia dei veneziani che tutti , quando dovevano fare testamento, gli chiedevano consiglio, gli affidavano i loro denari, si confessavano e si fidavano di lui.
Così facendo da lupo era diventato pastore e la sua fama era maggiore di quella di San Francesco d’Assisi.
Un giorno una donna sciocca e scema, di nome madonna Lisetta, della famiglia dei Quirini, si andò a confessare da lui e gli raccontò tutti i fatti suoi, da veneziana chiacchierona qual’era.
Frate Alberto le chiese se aveva un amante. Ella rispose ,in malo modo, che ,se avesse voluto, ne avrebbe trovati troppi di amanti, perché era bella come una del Paradiso. Continuò poi, a dire tante altre cose sulla sua bellezza. Il frate capì che era scema e adatta a lui e se ne innamorò. Dopo averla rimproverata per la sua vanità ed averla confessata, la lasciò andar via con le altre donne.
Dopo alcuni giorni, con un fedele compagno, si recò a casa di madonna Lisetta e le disse che si era molto rammaricato per averla rimproverata per la sua vanità. Continuò dicendo che la notte era venuto presso di lui un giovane bellissimo che, con un grosso bastone, presolo per la cappa e gettatolo ai suoi piedi, gli aveva dato un sacco di bastonate.
Il frate, dolorante, gli aveva chiesto chi era e perché lo aveva bastonato. Il giovane aveva risposto che era l’angelo Gabriele, che amava madonna Lisetta sopra ogni altra cosa, al di fuori di Dio. Aveva aggiunto che Lisetta era di una bellezza celestiale e che non meritava il rimprovero del frate.  
L’angelo gli aveva imposto di andare dalla donna per chiederle scusa e ottenere il suo perdono.
La donna, con poco sale in zucca, godeva tutta di quelle parole e credeva di essere veramente di una bellezza celestiale. Perdonò volentieri il frate e gli chiese che altro aveva detto l’angelo.
Frate Alberto, in gran segreto, le riferì che l’Angelo Gabriele voleva che le dicesse che gli piaceva tanto e che sarebbe andato spesse volte, di notte, a stare con lei ,se non avesse temuto di spaventarla.
L’angelo le chiedeva, tramite il frate, se poteva andare una notte, per stare per lungo tempo con lei.
Precisò che ,poiché sotto l’aspetto di angelo non avrebbe potuto essere toccato da lei, avrebbe assunto le sembianze umane. La donna doveva fissargli un appuntamento e dirgli sotto quale aspetto si doveva presentare.
La stupida rispose che le piaceva molto l’angelo Gabriele e gli accendeva sempre una candela in chiesa dove c’era un suo dipinto, Aggiunse che, quando voleva venire, era il benvenuto ed ella l’avrebbe aspettato, tutta sola, nella sua camera, a patto che non avesse lasciato lei per la Vergine Maria, cui era molto legato ; poteva venire da lei in qualsiasi forma.
Allora frate Alberto le chiese, come una gran grazia, di consentire che l’angelo assumesse il suo corpo per andare da lei.. E precisò che per tutto il tempo che l’angelo Gabriele sarebbe nel corpo suo con lei, l’anima del frate sarebbe stata in Paradiso. La sciocca acconsentì.
Il furbastro, che non stava più in sé dalla gioia, se ne andò, attendendo con ansia il momento dell’incontro.
Cominciò a mangiare cose buone e dolci, in modo da mettersi bene in forze.
Come si fece notte, con un compagno fidato, entrò nella casa di un’amica, sua complice, per organizzare il tutto.
Dopo un po’ di tempo portò nella casa della complice alcuni attrezzi , con i quali si trasformò in angelo ed entrò nella camera della donna.
Come Lisetta lo vide, così bianco, gli si inginocchiò ai piedi. Egli la benedì, le fece segno di andare a letto e si coricò accanto alla sua devota.
Frate Alberto era un uomo bello e forte, la donna, fresca e morbida, trovò molto più piacevole giacere con lui che con il marito. E , quella notte, volarono senz’ali molte volte.
Avvicinandosi l’alba , l’imbroglione se ne tornò dal compagno ,al quale la femmina complice aveva fatto buona compagnia.
Madonna Lisetta, dopo pranzo, andò dal frate e gli raccontò tutte le novità dell’angelo Gabriele, aggiungendo molti particolari.
Il frate rispose che mentre l’angelo era con lei, era stato , con l’anima in un luogo bellissimo fino al mattino, mentre non sapeva dove era stato il suo corpo.
Prontamente la donna rispose che era stato con lei insieme all’angelo, e, a riprova di ciò, doveva guardare sotto il braccio destro, dove aveva dato all’angelo un bacio così forte che gli sarebbero rimasti i segni per molti giorni. Il frate rispose che avrebbe controllato.
La donna se ne ritornò a casa e ricevette per molti giorni frate Alberto , convinta che fosse l’angelo.
Un giorno madonna Lisetta, per vantare la sua bellezza con una comare, le rivelò che ella era amata , nientemeno che, dall’angelo Gabriele, il quale le diceva che era la donna più bella del mondo e della maremma.
La comare, incredula, affermò che non le risultava che gli angeli amassero come gli uomini e facessero del sesso. Ma Lisetta rispose che l’angelo, con la pace di Dio, lo faceva meglio che suo marito, che era innamorato e veniva spesso a stare con lei.
La pettegola, allontanatasi, raccontò la cosa ad una gran brigata di donne, che la raccontarono ai loro mariti e ad altre donne. Così, rapidamente, tutta Venezia ne fu piena.
Ben presto ne furono informati anche i cognati di Lisetta, che per scoprire l’angelo, si appostarono per molte
notti.
Di questo fatto arrivò notizia anche a frate Alberto, che, una notte, appena giunto nella camera della donna, sentì battere dai cognati alla porta per aprirla. Subito scavalcò la finestra e si buttò nell’acqua del Canal Grande, che scorreva di sotto. Il canale era profondo e non si fece alcun male. Nuotando giunse alla casa di un buon uomo, che lo accolse, lo mise a letto, chiuse la porta e se ne andò per i fatti suoi.
I cognati di Lisetta ,entrati nella camera, videro che l’angelo Gabriele, lasciate le ali ,se ne era volato via. Presero tutti gli arnesi e se ne andarono, lasciando la donna sola e sconsolata.
Il buonuomo che aveva accolto il frate fuggiasco, essendo a Rialto, udì come l’angelo Gabriele era andato ,di notte, a giacere con madonna Lisetta e che i cognati lo cercavano.
Ritornato a casa, chiese al frate cinquanta ducati, altrimenti l’avrebbe consegnato ai cognati di lei. Ciò fu fatto.
Per uscire dalla casa il buon uomo consigliò al frate un travestimento o da orso o da selvaggio, per recarsi alla festa del cinghiale in piazza San Marco, dove l’avrebbe condotto, mascherato.
Disse che era l’unico modo per sfuggire ai cognati che lo stavano cercando e che l’avrebbero subito riconosciuto.
Frate Alberto, malvolentieri, accettò, non vedendo altra soluzione.
L’uomo unse di miele il frate e poi ci gettò sopra piume di uccello, gli mise una corda al collo e una maschera sul capo, gli diede un bastone e gli pose al guinzaglio due cani feroci.
Poi mandò uno al Rialto a dire che bisognava che tutti andassero in piazza San Marco a vedere l’angelo Gabriele.
Subito tutti si riversarono in piazza, dove l’uomo legò il selvaggio ad una colonna, mentre mosche e tafani, attratti dal miele, gli davano gran fastidio.
Quando l’uomo vide che la piazza era ben piena, tolse la maschera a frate Alberto e disse “Signori, poiché il cinghiale non arriva e la festa non si fa, perché non siate venuti inutilmente, voglio farvi vedere l’angelo Gabriele ,il quale la notte scende dal cielo in terra per consolare le donne veneziane”.
Immediatamente frate Albero, riconosciuto da tutti, fu ingiuriato e colpito con avanzi di cibo e sporcizia di ogni genere.
La notizia giunse ai frati minori, sei dei quali vennero a Venezia, lo sciolsero, lo coprirono con un mantello e lo portarono al convento, dove fu tenuto in prigione fino alla morte.
Così costui, essendo ritenuto buono mentre era malvagio, osò farsi credere l’angelo Gabriele.
Trasformato, poi, in selvaggio, a lungo andare, accusato come meritava, invano pianse per i peccati commessi.
La narratrice si augurò che ,col volere di Dio, così potesse capitare a tutti gli altri.