sabato 20 aprile 2024

 


 

          L'AGRICOLTURA nella STORIA

          "ITALIA FELIX" e CURIOSITA'

                     Tredicesima puntata

Mentre continuiamo il cammino, gli scrittori discutono di come, frattanto, la società romana si sia trasformata. si assiste, infatti, alla conquista, da parte romana di immensi territori. Inoltre, i contatti con popolazioni tanto diverse per tenore di vita e per costumi, aprono una triplice profonda crisi: 1) in campo morale; 2)in campo economico; 3)in campo politico. 

1)CRISI MORALE. La raffinatezza dell'arte e della cultura greca, unita alla mollezza e al lusso dei popoli orientali, contribuiscono, in modo decisivo, ad allontanare i Romani da quella semplicità di vita e di costumi che essi avevano ereditato dagli avi. Il contatto con la cultura ellenistica greca, inoltre, favorisce il sorgere in loro, dopo tanti anni di guerre e di duri sacrifici, dell'irresistibile desiderio di un vivere più comodo........Con evidente danno dell'antica sobrietà e del tradizionale attaccamento alla famiglia e alla terra.

2)CRISI ECONOMICA. Altra conseguenza delle grandi conquiste è l'improvviso afflusso di ricchezze dalle provincie, a tutto vantaggio dell'aristocrazia senatoria. Questa, infatti, si è enormemente arricchita attraverso la spartizione delle prede belliche e delle terre conquistate. Una gran parte di queste è andata a finire nelle mani degli aristocratici, dando origine ad immensi latifondi. D'altro canto, si verifica un progressivo impoverimento dei piccoli proprietari. Costoro, infatti, mal compensati per il servizio militare prestato, esclusi quasi del tutto dalla spartizione del bottino di guerra, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre e a cederle ai ricchi. Non resta loro che o vendere i propri campi e, a paga bassissima, lavorare a giornata, come "braccianti" presso un grande latifondista; o diventare "coloni" del nuovo proprietario, contentandosi di avere, come ricompensa, un'ottava parte del raccolto; oppure cercare rifugio in città (urbanesimo), per vivervi una vita grama, attendendo le pubbliche elargizioni di grano. I piccoli proprietari, divenuti nullatenenti, sono esclusi dalla milizia.

3)CRISI POLITICA. Si è formata, nel frattempo, una terza classe di cittadini, di origine modesta, ma ricca, quella dei "Cavalieri", che pratica anche una intensa attività commerciale, vietata ai senatori dalla legge. La classe dei cavalieri costituisce ,dunque, l'aristocrazia del danaro, ben presto rivale dell'aristocrazia terriera e senatoriale. Si ha, inoltre, in città la presenza di una gran massa di avventurieri nullafacenti, affluiti dalle regioni vicine e lontane, creando il fenomeno dell'urbanesimo parassitario. I due fratelli, Tiberio e Caio Gracco, tentano di rimediare alla preoccupante situazione. Tiberio, eletto tribuno della plebe nel 133 a.C., propone di ripartire fra i cittadini poveri le terre dell'agro pubblico, di cui si erano appropriati illegalmente i grandi latifondisti. Spera, così, di risollevare le sorti dell'agricoltura italiana, di ricostruire la classe dei piccoli proprietari terrieri e liberare la città dai facinorosi e dagli oziosi. Nonostante le resistenze dei patrizi, Tiberio riesce a far approvare il provvedimento dai Comizi. Ma ci sono tumulti ed agitazioni in cui Tiberio viene ucciso. Dieci anni dopo, nel 123 a.C. Caio Gracco riprende e porta a termine il programma del fratello. Fa, infatti, confermare la legge agraria ed ottiene la distribuzione di terre ai cittadini poveri e la fondazione di colonie nelle provincie con lo scopo di sfollare la capitale ( A. Brancati. L'uomo e il tempo. La Nuova Italia Editrice). 

sabato 6 aprile 2024

 



            L'AGRICOLTURA nella STORIA

           "ITALIA FELIX" e CURIOSITA'

                      Dodicesima puntata

Della sua ricca produzione letteraria ci parla il nipote PLINIO IL GIOVANE, che, frattanto, si è avvicinato a noi e partecipa alla conversazione. Ci dice che è nato a Como, nel 61, da una ricca famiglia equestre. E' rimasto orfano di padre a soli nove anni. E' stato adottato dallo zio Plinio il Vecchio, al quale è rimasto molto legato. Venuto a Roma, ha ricoperto molte cariche pubbliche, finché è giunto al consolato. Delle opere di PLINIO la principale è L'EPISTOLARIO, che consta di 10 libri, dei quali i primi nove sono costituiti da lettere agli amici, il decimo contiene la corrispondenza con Traiano, durante il governo di Plinio nella Bitinia.

 Plinio ci racconta un episodio che fa parte dell'Epistolario e merita di essere conosciuto per la sua originalità e perché riguarda l'amore per la natura marina. " IL DELFINO d'IPPONA"- C. Plinio al caro Caninio. <<C'è, in Africa, la colonia d'Ippona, vicino al mare. Si stende vicino ad essa un lago navigabile: da questo, a guisa di un fiume, esce un canale, il quale, alternativamente, a seconda che la marea lo frena o lo sospinge, ora si versa in mare, ora ritorna nel lago. Qui, gente di ogni età è presa dal desiderio di pescare, di navigare e, anche, di nuotare, soprattutto i ragazzi. Per costoro è vanto e merito inoltrarsi, quanto più possibile, in alto mare; vince colui che lascia il più dietro possibile sia il lido, sia i compagni di nuoto. In questa gara un fanciullo, più coraggioso degli altri, cercava di spingersi più avanti. Gli venne incontro un delfino, ed ora precedeva il fanciullo, ora lo seguiva, ora gli girava intorno, infine lo prendeva in groppa, lo metteva giù, lo prendeva di nuovo e lo portava tremante prima in alto mare, poi, si volge alla spiaggia e restituisce il fanciullo alla terraferma e ai suoi compagni. La nuova si sparge per la colonia: tutti accorrevano, guardavano il fanciullo stesso come una cosa strana, lo interrogavano, lo ascoltavano, raccontavano ad altri. Il giorno dopo affollano la spiaggia, guardano il mare e ciò che ha parvenza di mare. I ragazzi si mettono a nuotare, tra costoro vi è quello, ma avanza con maggior cautela. Il delfino, alla stessa ora, va di nuovo dal fanciullo. Egli fugge con tutti gli altri. Il delfino, come se lo invitasse, lo richiamasse, balza fuori, s'immerge, fa e disfa' diverse giravolte. E ciò al secondo giorno, al terzo, per più giorni, finché la vergogna della paura subentrò in quella gente, cresciuta in mare. Gli si accostano, giocano insieme, lo chiamano, lo toccano persino, lo accarezzano mentre si offriva loro. Provando e riprovando, cresce il loro coraggio. Specialmente il fanciullo ,che per primo lo provò, nuota accanto a lui, che nuota, gli salta sul dorso, è portato e riportato indietro, crede di essere da lui riconosciuto, di essere benvoluto, egli stesso gli vuole bene; nessuno dei due ha paura, nessuno dei due fa paura: aumenta la fiducia di questo, la dimestichezza di quello. Ed anche gli altri fanciulli, a destra e a sinistra, vanno insieme dando avvisi e incoraggiamenti. Andava insieme, (anche questo è strano), un altro delfino, ma solamente come spettatore e compagno. infatti non faceva né si lasciava fare niente di simile, ma accompagnava e riaccompagnava indietro quell'altro, come gli altri fanciulli accompagnavano e riaccompagnavano quel fanciullo. E' tuttavia tanto vero quanto i fatti precedenti, che quel delfino che portava i ragazzi e giocava con loro, era anche solito venire sulla spiaggia e, asciugatosi con la sabbia, appena si era riscaldato, si rituffava. Costa che Ottaviano Avito, luogotenente del proconsole, per una sciocca superstizione, versò un unguento sopra il delfino uscito sulla spiaggia e che esso fuggì il suo insolito odore immergendosi in alto mare, né fu più visto se non dopo molti giorni, languido e mesto, e che ritornategli le forze, ripigliò la precedente gaiezza e i soliti gesti. Accorrevano allo spettacolo tutti i magistrati, per la cui venuta e permanenza il piccolo Comune era rovinato dalle nuove spese. infine, il luogo stesso veniva a perdere la sua tranquillità e solitudine. Fu deciso di uccidere di nascosto l'animale, al quale tutti accorrevano> (epist. IX, 33).( F.Villa, C.Piazzino. Maiorum Sermo. V.II Ed. Paravia).