giovedì 19 giugno 2014

QUARTA GIORNATA - NOVELLA N.7

QUARTA GIORNATA – NOVELLA N.7

La Simona ama Pasquino; mentre sono insieme in un orto, Pasquino si sfrega i denti con una foglia di salvia e muore; viene catturata Simona che, volendo mostrare al giudice come era morto Pasquino, si sfrega i denti con quelle foglie e muore anche lei.

Panfilo aveva concluso il suo racconto quando il re fece segno ad Emilia di continuare. Ed ella , senza indugio, cominciò dicendo che la sua novella era simile a quella di Andreuola solo nel fatto che la protagonista perse l’amante nel giardino e fu catturata come Andreuola. Si liberò dell’accusa non con la forza né con la virtù, ma con la morte.
Come già era stato detto, Amore prediligeva le case dei nobili, ma non disdegnava quelle dei poveri, nelle quali ugualmente dimostrava la sua forza, come sarebbe apparso dalla sua novella, ambientata in Firenze.
In Firenze, la loro città, dalla quale si erano allontanate spostandosi in varie parti del mondo, viveva una bella e leggiadra giovane, figlia di un padre povero, di nome Simona.
Sebbene dovesse lavorare e filare la lana per mangiare, pure accettò l’amore di un giovinetto di umili condizioni come lei, chiamato Pasquino, che portava la lana a filare per conto di un maestro lanaiolo.
Simona filava e avvolgeva il fuso con mille sospiri, pensando a colui che le aveva dato la lana da filare.
Dal canto suo, Pasquino andava continuamente a controllare che si filasse bene la lana del suo maestro e controllava soprattutto e soltanto la lana che filava Simona e la sollecitava più spesso che le altre filatrici.
Sollecitando l’uno e compiacendosi di essere sollecitata l’altra, i due, superata ogni vergogna, si unirono per il piacere comune. Continuando così nel procurarsi comune piacere, si innamorarono ogni giorno di più.
Una volta Pasquino  invitò Simona a recarsi in un giardino appartato, dove potevano stare insieme più tranquilli e la ragazza acconsentì.
Una domenica, dopo pranzo, Simona disse al padre che andava a prendere l’indulgenza a San Gallo, con la sua compagna, chiamata la Lagina. Con lei si recò al giardino indicato da Pasquino.
Il giovane, dal canto suo, vi andò con un compagno, di nome Puccino, detto lo Stramba. Incontratisi con le donne sorse un nuovo amorazzo tra lo Stramba e la Lagina. .Per soddisfare i loro desideri Simona e Pasquino si sistemarono in un angolo del giardino, lo Stramba e la Lagina in un altro.
Nell’angolo dove erano andati Pasquino e Simona c’era un grandissimo e bel cespuglio di salvia.
Volendo fare merenda, Pasquino, dicendo che la salvia puliva bene i denti di ogni cosa ch’era rimasta attaccata dopo aver mangiato, raccoltane una foglia se la stropicciò sui denti e sulle gengive.
Poi, dopo averli sfregati per un po’, ritornò a parlare della merenda. Mentre parlava, impallidì, perse la vista e la parola e in breve morì.
Simona, vedendo ciò, cominciò a piangere , a gridare e a chiamare lo Stramba e la sua compagna.
Come lo Stramba vide Pasquino morto, il quale ,nel frattempo, si era gonfiato e riempito di macchie scure, cominciò a gridare accusando Simona di averlo avvelenato.
Accorsero i vicini ,richiamati dal grande rumore, udirono le accuse . Vedendo Simona quasi uscita di senno e che non si sapeva spiegare che cosa fosse successo, credettero che fosse come avevano detto lo Stramba, l’Atticciato e il Malagevole. Per questo ,presa Simona, la portarono al palazzo del podestà.
Il giudice che esaminò la cosa ,per comprendere l’accaduto, volle vedere il morto. Poi si fece portare Simona dove il corpo di Pasquino giaceva ancora gonfiato come una botte e le chiese come era successo.
La donna ,per spiegarsi meglio, fece come aveva fatto Pasquino, sfregandosi i denti con una di quelle foglie di salvia. Di fronte allo Stramba e ai suoi compagni, che chiedevano per lei la punizione del rogo, la poveretta, che era confusa per il dolore del perduto amore e per la paura della pena richiesta, cadde a terra, come prima era caduto Pasquino, con grande meraviglia dei presenti.
O anime fortunate che terminarono insieme la vita mortale e ancora più felici se nell’altra vita continuarono a stare insieme nello stesso posto.
Fortunata, sicuramente, l’anima di Simona che, a giudizio dei vivi, era risultata innocente, e, liberatasi dalle accuse dello Stramba, dell’Atticciato e del Malagevole, aveva potuto seguire l’anima tanto amata del suo Pasquino.
Il giudice ,meravigliato dell’incidente, rimase pensieroso a lungo, poi, ritrovato il senno, aggiunse “ Sembra che questa salvia sia velenosa, il che è insolito. Ma , per evitare che possa danneggiare in questo modo qualche altro, si tagli fino alla radice e si faccia bruciare”.
Il guardiano del giardino si apprestò a tagliare il cespuglio in presenza del giudice , ed ecco che apparve la causa della morte dei due amanti.
Sotto il cespuglio di salvia c’era un rospo enorme, dal cui fiato velenoso era diventata velenosa anche la salvia.
Non avendo nessuno il coraggio di avvicinarsi al rospo, fu ammucchiata intorno al cespuglio una grandissima catasta di legna.
Qui arsero il rospo con la salvia e finì il processo del giudice per la morte del misero Pasquino.
Il giovane e la sua Simona, gonfi com’erano, furono seppelliti dallo Stramba, dall’Atticciato, da Guccio Imbrotta e dal Malagevole ,nella chiesa di San Paolo, di cui erano parrocchiani.




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