giovedì 9 gennaio 2014

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.7

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.7


 Il Sultano di Babilonia manda una sua figliuola in sposa al re del Garbo (Marocco), la quale per molte avventure, in quattro anni ,passa attraverso luoghi diversi con nove uomini, infine, restituita al padre ,va in moglie al re del Garbo, come doveva avvenire fin dall’inizio.


Mentre le giovani donne erano così commosse dalle vicende di madama Beritola, che quasi piangevano, Panfilo continuò la narrazione.
Considerò, innanzitutto, che molti, ritenendo che si poteva diventare ricchi e vivere senza preoccupazioni, cercarono la ricchezza affrontando molti pericoli. Talvolta, per questo, trovarono chi li uccise, mentre quando erano poveri li amava.
Altri, invece, passando attraverso infinite battaglie, divenuti re ricchi e potenti grazie ai fratelli e agli amici, sperando di poter vivere serenamente, conobbero la paura, temendo di essere avvelenati alla mensa reale.
Altri, ancora, desiderarono ardentemente la forza del corpo e la bellezza, solo tardi si accorsero che queste cose erano causa di morte o di vita dolorosa.
Ma se gli uomini peccavano desiderando tutto ciò, le donne peccavano soprattutto in una cosa: nel desiderare di essere belle, e, non soddisfatte della bellezza che la natura aveva dato loro, cercavano di accrescerla con grande arte.
Tanto si poteva evincere dalla novella che egli avrebbe raccontato di una bella saracena che ,per la sua bellezza, in quattro anni, si sposò nove volte.
Molto tempo prima, viveva in Babilonia un Sultano di nome Beminedab , che aveva molti figli sia maschi che femmine, tra cui una figliola chiamata Alatiel, bella come nessun’altra donna al mondo.
Poiché nella guerra contro gli Arabi aveva avuto grande aiuto militare dal re del Garbo, l’aveva data in moglie a lui, che glielo aveva chiesto come una grazia.
Affidandola a Dio, la mandò al re, imbarcandola su una nave ben armata, con un ricco seguito di donne, di uomini e con una ricca dote.
Partirono dal porto di Alessandria e navigarono ,felicemente, per due giorni; avevano già superata la Sardegna e pensavano di aver quasi terminato il viaggio, quando si levarono venti fortissimi.
Per due giorni i marinai resistettero, ma la tempesta della terza notte ridusse a mal partito la nave nei pressi di Maiorca. I marinai, per salvarsi, pensando soltanto a sé stessi, calarono in mare una scialuppa, sulla quale si gettarono i comandanti e poi gli altri.
Tutti , sperando di salvarsi, trovarono la morte, perchè la scialuppa non resse al peso degli uomini e affondò.
La nave, su cui era rimasta solo la donna con il suo seguito, sebbene mal ridotta, fu gettata dal vento sulla spiaggia di Maiorca, dove si insabbiò.
Venuto il giorno e calmatosi il vento, la donna, ripresasi a fatica, cominciò a chiamare per nome le persone del suo seguito, ma nessuno rispondeva. Si guardò intorno e vide che le donne del suo seguito erano quasi tutte morte per la paura e per il mal di mare. 
Spaventata, si scosse, non sapendo dove si trovava, fece alzare le donne che erano ancora vive e le mandò a vedere dove erano finiti gli uomini.
Fino alle tre del pomeriggio, non trovarono nessuno sulla spiaggia che potesse aiutarle.
Un po’ più tardi, per caso, passò di lì un gentiluomo di nome Pericon da Visalgo, con il suo seguito, che, vedendo la nave, immaginò cosa era successo.
Ordinò ad un servo di salire sulla nave, faticosamente l’uomo salì e trovò la gentile fanciulla con poche altre donne, nascosta sotto la prora. Le donne, chiedendo pietà , cercarono di spiegare l’accaduto, senza riuscirci, perché non conoscevano lo spagnolo.
Scese a terra ,furono mandate al castello di Pericone, perché fossero assistite e rifocillate.
Dai ricchi monili trovati sulla nave e dal rispetto che le altre donne avevano per lei, l’uomo comprese che doveva trattarsi di una nobildonna.
Sebbene fosse pallida ed emaciata per la fatica del mare,  era bellissima e Pericone decise di sposarla, anche si rammaricava di non poter comunicare in quanto parlavano due lingue diverse. Vedendola ancora più bella dopo il riposo, cominciò a corteggiarla con mille attenzioni per piegarla ai suoi desideri. La fanciulla si ritraeva e rifiutava.
Dopo un certo tempo, Alatiel ,avendo compreso di essere tra cristiani e che prima o poi avrebbe dovuto cedere alle insistenze del suo salvatore, evitò di dire chi fosse. Raccomandò alle tre donne che le erano rimaste di non dire chi fossero e di conservare la castità, come faceva lei che sarebbe appartenuta solo a suo marito.
Pericon si innamorava sempre di più e, per conquistare la donna che gli resisteva, escogitò uno stratagemma. Poiché si era accorto che a lei piaceva il vino, a cui non era abituata perché la sua religione le impediva di berlo, pensò di farla cedere, con l’aiuto del vino e di Venere.
Una sera la invitò ad una festa e ordinò al coppiere di servirle un bicchiere di vari vini mescolati tra loro. Bevuto l’intruglio ,la donna, dimenticando le sventure passate, divenne lieta e vedendo alcune donne ballare danze spagnole, ballò anche lei alla maniera alessandrina. Così trascorse quasi tutta la notte, tra vini e danze. Allontanatisi i convitati, l’uomo, che era molto robusto ed energico, entrò nella camera da solo con la donna, che più calda di vino che di onestà, si spogliò e si coricò.
Pericone ,rapidamente, la seguì e le si coricò accanto, iniziando i preliminari amorosi.
La donna , che non aveva nessuna esperienza, come si accorse che il pene dell’uomo, ingrossatosi a dismisura, premeva sulla sua vagina, si pentì di non aver accolto prima le lusinghe di Pericone,e, in seguito molte volte, non con le parole, che non si sapeva spiegare, ma con i fatti ,gli si offrì.
Ma la fortuna, non contenta, ci mise lo zampino.
Pericone aveva un fratello di venticinque anni, fresco e bello come una rosa, di nome Marato, che era molto attratto dalla donna. Il giovane ,credendo di essere da lei corrisposto, ritenne che l’unico ostacolo fosse la grande sorveglianza che le veniva fatta ed escogitò un piano scellerato.
Era giunta nel porto una nave appartenente a due giovani genovesi, carica di mercanzie, che doveva andare a Chiarenza, in Romania, ed era già pronta a partire , con le vele issate.
Marato si accordò con i naviganti per imbarcarsi nella notte seguente. Durante la notte si recò ,con alcuni compagni fidatissimi, nella camera dove Pericone dormiva con la donna.
Uccisero Pericone nel sonno , catturarono la donna piangente e senza essere uditi da nessuno si imbarcarono. Inizialmente la donna pianse molto, ma Marato, con il suo fallo molto grosso, la consolò così bene che ella presto dimenticò Pericone.
Ma era pronta per lei una nuova sventura.
Vedendola così bella, i due giovani padroni della nave se ne innamorarono, senza che Marato minimamente lo sospettasse.
Senza indugio, mentre era sul ponte, lo attaccarono alle spalle e lo buttarono in mare , senza che nessuno se ne accorgesse ; poi si impegnarono a confortare la donna , messa al corrente dell’incidente.
Volendo ciascuno essere il primo a possederla, accesi dall’ira, vennero alle mani e si affrontarono ,armati di coltelli. L’uno cadde morto, l’altro fu ferito gravemente.
Frattanto la nave approdò a Chiarenza , dove, con il ferito, Alatiel scese a terra e alloggiò in un albergo.
La fama della sua bellezza giunse alle orecchie del principe di Morea, che si trovava in città, il quale, appena la vide, se ne innamorò perdutamente.
I parenti del ferito, avutane richiesta, senza perder tempo, mandarono al principe la donna che aveva procurato loro tanti guai. Il principe, gradito molto il dono, la trattò come una regina, rispettandola come se fosse sua moglie.
Ella, ripresasi dalle sventure, rasserenata dall’amore e dalle  di lui attenzioni ,rifiorì, tanto che in tutta la Romania non c’era nessuna donna bella come lei.
Il duca di Atene, amico e parente del principe, fu preso dal desiderio di vederla e giunse dopo un lungo viaggio, accompagnato da molti nobili, a Chiarenza. Elogiandone la bellezza, lo sventurato accompagnò l’amico nelle sale, dove la donna si tratteneva con il seguito. Anche se Alatiel non parlava la loro lingua era talmente bella che il duca, ritenendo l’altro straordinariamente fortunato, cadde nella rete e si innamorò perdutamente.
Lasciando da parte ogni prudenza e giustizia, escogitò un piano per liberarsi del principe, con l’aiuto di un servitore fedelissimo del nobile rumeno di nome Ciuriaci, che aveva accesso alla camera dove dormiva con la donna.
Una notte, per il molto caldo, il principe ,tutto nudo, stava alla finestra guardando il mare, godendosi un bel venticello.
Ciuriaci, di nascosto, gli andò alle spalle, e, colpendolo ai reni, lo gettò dalla finestra.
Siccome il palazzo era a picco sul mare, nessuno vide e sentì la caduta del corpo.
Un compagno del duca ,fingendo di accarezzarlo, strangolò il servo infedele con una corda e buttò anche quel corpo dal dirupo.
Sicuro di non essere stato visto né sentito da nessuno, il duca, con tutta calma, si recò nella camera della donna che dormiva nuda. La scoprì, potè ammirarla in tutto il suo splendore, poi si coricò e fece l’amore con lei, che, ancora assonnata credeva che si trattasse del principe.
Dopo un certo tempo, la mise su un cavallo e ,per nasconderla, la portò in un luogo appartato sopra Atene. Intanto, in Romania, i cortigiani ,non vedendo più né il principe né il servitore cominciarono a cercarli.
Un matto trovò il corpo di Ciuriaci attaccato alla fune e dette l’allarme.
Tutti lo seguirono e scoprirono il cadavere del principe, lo seppellirono con molti onori e decisero di vendicarlo. Prepararono un grande esercito e dichiararono guerra al duca di Atene.
Molti potenti signori mandarono aiuti militari, tra cui l’Imperatore di Costantinopoli ,che inviò il figlio, Costantino , e il nipote ,Manovello . I due furono ricevuti affettuosamente dalla duchessa ,che era loro sorella. Avvicinandosi il giorno della battaglia , la duchessa, chiamatili in disparte, raccontò loro che il duca l’aveva offesa tenendo con sé ,di nascosto, una donna , e promise una ricca ricompensa se l’avessero vendicata.
I giovani la confortarono, promisero e partirono, dopo aver saputo da lei dove si trovava la donna.
 Avendo ,molte volte, sentito parlare della bellezza della donna chiesero al duca di vederla. Egli ,dimentico del passato, li invitò a desinare con lei in uno splendido giardino.
Sedendo Costantino vicino a lei, considerandola come la cosa più bella che avesse mai veduto, tralasciando la guerra, si mise a pensare come poteva eliminare il duca. Frattanto il principe si avvicinava e il duca e Costantino ,con l’esercito, uscirono da Atene per bloccare il nemico alle frontiere.
Costantino si finse malato e ,col permesso del duca, lasciato il comando a Manovello, ritornò ad Atene dalla sorella, alla quale promise di portar via ,lontano da Atene, la bella Alatiel, senza che il il marito lo sapesse.
La duchessa ritenendo che il fratello facesse ciò per amor suo non della donna, assentì ben lieta.
Raccomandò vivamente che tutto fosse fatto in gran segreto.
Il giovane, armata una navicella sottile e veloce, la fece andare vicino alla dimora della donna; frattanto, ricevuto con i suoi compagni dalla dama, se ne andò con lei in giardino e, fingendo di portale notizie  
del duca , la spinse sulla barca.
Ordinò ai presenti di tacere perché, in tal modo, non rubava la donna al duca ma vendicava l’offesa fatta alla sorella. Tutti tacquero e Costantino, salito sulla nave con la donna piangente, navigando a gran velocità, giunse ad Egina ( di fronte ad Atene).
Qui giacque con la donna addolorata, poi, temendo i rimproveri del padre e che la donna gli fosse tolta, preferì andare a Chios ,per nascondersi in un luogo sicuro, dove la donna, riconfortata, cominciò a riprendere salute e gioia di vivere.Nel mentre Osbech , re dei Turchi, che era in continua guerra con l’Imperatore di Costantinopoli, udì che il giovane era a Chios ,dove conduceva una vita lasciva con una donna che aveva rubata.
Di notte, su alcune navi leggiere, assaltò di sorpresa Chios, uccidendo molti soldati che dormivano ed altri che, sorpresi, cercavano di difendersi. Gli assalitori caricarono sulle navi il ricco bottino ed i prigionieri e ritornarono a Smirne.
Osbech, che era un bell’uomo, tra i prigionieri trovò la bella donna, che era stata catturata mentre dormiva con Costantino, si rallegrò  e, senza indugio, la fece sua sposa, giacendo lieto molti mesi con lei.
L’Imperatore, informato di ciò che era accaduto al figlio, sollecitò Basano, re della Cappadocia, suo alleato, ad attaccare Osbech ,ed egli stesso si mosse col suo esercito, per attaccare il nemico su due fronti.
Osbech ,per evitare di essere accerchiato, andò contro il re della Cappadocia, lasciando a Smirne la donna, affidata ad un amico di nome Antioco.
Sconfitto ed ucciso il re di Cappadocia, Antioco, rimasto solo con lei, sebbene attempato , se ne innamorò. Anche Alatiel, che per molti anni era stata creduta sorda e muta, poiché Antioco conosceva la sua lingua, entrò in confidenza con lui e corrispose al suo amore.
Temendo di essere assaliti, decisero di partire e, con le ricchezze di Osbech, di nascosto, se ne andarono a Rodi, dove ,dopo un certo tempo, Antioco si ammalò e morì. In punto di morte affidò la donna che aveva tanto amato, con tutte le sue ricchezze, ad un mercante di Cipro, suo grande amico.
Conclusi i suoi affari a Rodi, volendo ritornare a Cipro, il mercante portò con sé la donna, che lo seguì spontaneamente , e per proteggerla da ogni ingiuria disse che era sua moglie.
Imbarcatisi, sulla nave dormivano entrambi su un lettuccio assai piccolo, ma caldo e comodo. Ben presto ,al buio e al caldo, dimenticarono le promesse fatte ad Antioco, e, spinti da eguale desiderio, si unirono, prima di giungere a Boffa, dove si fermarono.
Per caso giunse a Boffa, un gentiluomo di nome Antigono, vecchio, di grande intelligenza e di poca ricchezza, perché, avversa la fortuna, aveva perso molto denaro a Cipro. Andato in Armenia per affari, Antigono passò sotto la finestra della donna, la guardò, attratto dalla sua bellezza, ed ebbe l’impressione di averla già conosciuta.
La bella donna, come vide Antigono, ricordò di averlo visto al servizio di suo padre, lo fece chiamare e gli chiese se era Antigono di Famagosta. Al suo assenso, gli buttò le braccia al collo e domandò se l’aveva mai vista ad Alessandria.
Immediatamente il vecchio riconobbe che era Alatiel, figlia del Sultano, che tutti credevano morta in mare., promise di aiutarla ,di ricondurla al padre e si fece raccontare tutte le sue disavventure.
Udito il racconto escogitò un piano per ricondurla al padre e darla in moglie al re del Garbo, come inizialmente era stato disposto. Ritornato a Famagosta, si presentò al re (di Cipro) e gli promise che se l’avesse assecondato, ne avrebbero entrambi tratto gran vantaggio.
Al re che gli chiedeva in che modo, il furbacchione( il volpone) riferì che a Baffa aveva ritrovato la bella giovane figlia del sultano che tutti credevano annegata, la quale per conservare la sua onestà aveva molto sofferto, e ora, povera e triste, voleva ritornare dal padre.
Egli chiedeva una scorta per riportare la figlia al padre, di che il sultano gli sarebbe stato ,certamente, grato.
Il re ,con la regina, accolse molto onorevolmente la donna a Famagosta e dopo pochi giorni ,con una scorta, la rimandò al padre che l’accolse con grande gioia.
Quando si fu riposata, il padre si fece raccontare che cosa era successo in tutto quel tempo.
Ella rispose seguendo i consigli di Antigono e disse “ Padre mio, dopo venti giorni dalla mia partenza, una tempesta buttò la nave su una spiaggia chiamata Aguamorta (Aguies Mortes in Provenza), tutti gli uomini scomparvero ed io rimasi sola con due mie donne, mentre i paesani rubarono tutto quello che c’era.
Le donne fuggirono inseguite da alcuni giovani. Due giovani mi presero e ,tirandomi per i capelli, cercarono di portarmi in un bosco. Per fortuna, passarono di lì quattro uomini a cavallo che, vista la scena, fecero fuggire gli assalitori. Dopo avermi liberata, ascoltata la mia storia, mi condussero ad un monastero di suore, dalle quali fui ricevuta con benevolenza e con onori, e con loro rimasi nel monastero di San Cresci in Valcava.
Quando ebbi appreso la loro lingua, le suore mi domandarono chi ero e da dove venivo.
Temendo di essere cacciata via perché nemica della loro religione, dissi che che ero figlia di un gentiluomo di Cipro, che mi aveva mandato a Creta per maritarmi, ma ero stata sbattuta lì da una tempesta. La badessa, pietosa, per rimandarmi a Cipro, da mio padre, mi affidò a certi buoni uomini francesi, suoi parenti, che con le loro donne, andavano a Gerusalemme a visitare il Santo Sepolcro. Saliti, dunque, sulla nave, dopo alcuni giorni giungemmo a Boffa, dove, per grazia di Dio, sulla spiaggia, trovai Antigono, che subito riconobbi, perchè parlavo la sua lingua,al quale narrai la mia storia.
Egli, ringraziando ed onorando i francesi e le loro donne, mi condusse dal re di Cipro che mi rimandò a te.
Se c’è altro da dire te lo racconterà Antigono, che sa tutto”.
E Antigono continuò dicendo che le donne e gli uomini francesi ,che gliel’avevano affidata, avevano molto lodato l’onestà e la virtù della fanciulla, che per molto tempo aveva vissuto con le monache, e l’avevano tanto elogiata che non sarebbero bastati un giorno e una notte per elencare tutti i suoi meriti.
Il Sultano ringraziò Iddio e ricompensò generosamente il re di Cipro, inviando Antigono con ricchi doni.
Poi, per concludere il matrimonio programmato, scrisse al re del Garbo che, se lo desiderava, gli avrebbe mandato la figlia in sposa. Il re del Garbo accettò e la ricevette con grandi onori.
E così la donna, che aveva giaciuto con otto uomini, forse diecimila volte, fu accolta come una verginella e tale fu creduta e visse a lungo lietamente con lui come regina, e , perciò, si disse “bocca baciata non perde fortuna, ma si rinnova come fa la luna”.





giovedì 2 gennaio 2014

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.6

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.6


 Madama Beritola, trovata con due caprioli su un’isola, avendo perso due figli, se ne va in Lunigiana. Uno dei figli si unisce con la figlia del suo signore ed è messo in prigione. Quando la Sicilia si ribella a re Carlo, la madre ritrova il figlio,  che sposa la figlia del suo signore, e ritrova anche il fratello e tutti ritornano in ricchezza.
                

Dopo che Fiammetta aveva raccontata la divertente storia di Andreuccio, Emilia, ricevuto l’ordine dalla regina, incominciò col considerare che era sempre gradevole, sia per coloro che vivevano nella felicità che per gli sventurati, ascoltare i vari movimenti della fortuna, perchè rendeva i primi più attenti e consolava i secondi.
Proseguì dicendo che dopo la morte di Federico II ,imperatore del regno delle due Sicilie, che comprendeva tutta l’Italia meridionale, fu incoronato Manfredi. Egli stimò grandemente un nobile napoletano chiamato Arrighetto Capece, che aveva sposato una nobildonna, anch’essa napoletana, di nome Beritola Caracciolo, molto bella e gentile.
Arrighetto, che era governatore della Sicilia, informato dello sbarco di re Carlo d’Angio a Benevento, dello spostarsi del re , dopo la vittoria e l’uccisione di Manfredi, verso la Sicilia, fu catturato dai francesi mentre si preparava a fuggire.
 La moglie ,non sapendo che fine aveva fatto, lasciata ogni cosa, insieme col figlio, Giuffredi , povera e gravida, fuggì a Lipari, su una barchetta. Lì partorì un altro figlio maschio, che chiamò lo Scacciato, e, insieme con i figli e una balia, si imbarcò per ritornare a Napoli, dai suoi parenti.
Ma le cose andarono diversamente. Il vento spinse la barca all’isola di Ponza, in una piccola insenatura.  Mentre la nobildonna ,sbarcata, si era appartata in un luogo solitario a piangere la sua sventura, nel porticciolo giunse una galea di corsari che catturò i figli e la balia.
Quando la donna ritornò sulla spiaggia per rivedere i figli, non trovò nessuno, guardando verso il mare vide la galea che si allontanava, portandosi dietro la barchetta e capì che aveva perduto anche i figli, oltre al marito
Per il dolore della perdita, svenne sulla spiaggia.
Quando riprese le forze , a lungo andò in giro, cercando i figli e invocando il loro nome.
Venuta la notte, spaventata, si allontanò dalla spiaggia e si rifugiò nella caverna dove, di solito, andava a piangere. Passata la notte, a mattinata inoltrata, poiché il giorno prima non aveva mangiato, si mise a raccogliere un po’ di erbe da mangiare.
Dopo mangiato, mentre piangeva, vide una capriola entrare in una caverna e dopo poco uscirne.
Incuriosita entrò e vide due caprioli, appena nati, che le sembrarono la cosa più bella e più dolce del mondo, e, non essendosi ancora asciugato il latte dal seno, per il suo parto recente, pose i caprioli al petto.
Gli animaletti succhiarono come se avessero succhiato dalla madre.
La gentildonna, avendo trovato la compagnia della capriola e dei suoi figlioletti, nutrendosi di erbe e bevendo l’acqua, pur ricordando con sofferenza i figli, il marito e la vita di prima, si era rassegnata a vivere e a morire in quel luogo, come un animale selvatico.
Un bel giorno, giunse colà una navicella pisana, su cui era un signore chiamato Corrado dei marchesi Malaspina, con sua moglie. Essi, dopo essere andati in pellegrinaggio nei luoghi sacri del regno di Puglia, se ne tornavano a casa.
Mentre i pisani esploravano l’isola, i cani di Corrado cominciarono ad inseguire i due caprioli che pascolavano, i quali ,fuggendo, si rifugiarono nella caverna dove si trovava Beritola. La donna, afferrato un bastone, cercò di scacciare i cani, frattanto giunsero Corrado e la moglie, che, vedendola così magra, bruna e pelosa, molto si meravigliarono.
La donna raccontò loro tutte le sue sventure.
Corrado ,che conosceva molto bene Arrighetto Capece, ne ebbe pietà e si offerse di portarla a casa sua dove l’avrebbe trattata come una sorella. Sua moglie l’assistette con grande cura, la fece vestire con i suoi abiti, le diede da mangiare ed ,infine, dopo molte insistenze, la convinse ad andare con loro in Lunigiana , con i due caprioli e mamma capriola.
Venuto il buon tempo, partirono tutti, giunsero alla foce della Magra, dove sbarcarono e proseguirono per raggiungere i castelli dei Malaspina, nella Lunigiana.
Qui madama Beritola, cui fu dato il soprannome di “Capriola”, rimase come damigella della donna di Corrado., tenendo con sé gli animali .
Frattanto i corsari che avevano catturato i figli di Beritola, sbarcati a Genova, divisero tra loro la preda.
A Guasparino Doria toccò la balia con i due figli della dama, che egli tenne nella sua casa come servi.
La nutrice, dopo aver molto pianto per la perdita della padrona, da donna saggia e prudente, preferì dire che i bambini erano figli suoi, non rivelandone l’origine, per proteggerli dai pericoli , sperando che, mutata la fortuna, potessero ritornare nelle condizioni di prima..
 Chiamò il primo non Giuffredi ma Giannotto di Procida, spiegandogli che era pericoloso se l’avessero riconosciuto. Rimasero così, mal vestiti e mal calzati, al servizio dei Malaspina per circa due anni.
A sedici anni Giannotto, molto più coraggioso di quanto conveniva ad un servo, lasciò il servizio di Guasparino e si imbarcò sulle galee che andavano ad Alessandria.
Dopo tre o quattro anni, divenuto un giovane forte e bello, avendo sentito che suo padre era ancora vivo ed era tenuto prigioniero da re Carlo, girovagando, non sperando più nella fortuna, giunse in Lunigiana.
Colà ,per caso, divenne una  delle guardie di Corrado Malaspina, al cui servizio era sua madre, ma non si riconobbero, tanto l’età li aveva cambiati.
Frattanto, una delle figlie del signore, di nome Spina, rimasta vedova, ritornò alla casa paterna.
La donna aveva sedici enni ed era molto bella, come vide Giannotto se ne innamorò, ricambiata.
I due tennero nascosto il loro amore per alcuni mesi. Ma un giorno ,passeggiando per un bosco ricco di alberi, lasciata la compagnia, si appartarono in un luogo pieno d’erba e di fiori e si abbandonarono ai giochi d’amore. Dopo un lungo spazio di tempo, che ai due sembrò brevissimo, furono sorpresi dai genitori di lei.
Corrado, adirato, senza parlare, li fece legare e portare al castello, minacciando di farli morire.
La madre, comprese le intenzioni del marito, lo pregò di non volere, in vecchiaia, diventare un omicida, macchiandosi del sangue di un servo, e di trovare un altro modo per fargliela pagare.
Con le sue preghiere riuscì a calmarlo e Corrado decise che fossero imprigionati in due luoghi diversi, dove, ben sorvegliati, fosse dato loro poco cibo, in attesa delle sue decisioni.
Era passato un anno da quando Giannotto e la Spina erano stati imprigionati, senza che Corrado decidesse il loro destino, quando Pietro III d’Aragona riconquistò la Sicilia, togliendola a Carlo d’Angiò.
La cosa rallegrò moltissimo Corrado che era ghibellino.
La notizia rattristò molto Giangiotto, che, sospirando, disse al carceriere, che a niente gli serviva che la Sicilia fosse ritornata agli Aragonesi, sebbene l’avesse desiderato per anni, dato che era in prigione.
Il carceriere, incuriosito, lo interrogò e seppe che il giovane era figlio di Arrighetto Capece, che si chiamava Giuffredi e non Giannotto e che era un nobile siciliano.
Il buon uomo, senza sentir più niente, raccontò ,immediatamente, tutto a Corrado che ,a sua volta, domandò a madama Beritola  se aveva avuto da Arrighetto un figlio di nome Giuffredi.
La donna, piangendo, rispose che di figli ne aveva avuti due e il maggiore, se era ancora vivo, si chiamava così ed aveva ventidue anni.
Udendo ciò ,Corrado comprese di aver sbagliato e decise di dare la figlia in moglie al giovane.
Chiamato ,in segreto, Giannotto, convinto da molti indizi che il giovane era veramente il figlio di Arrighetto Capece, gli disse “ Giannotto, tu sai quale grave offesa mi arrecasti, approfittandoti di mia figlia, mentre io ti avevo accolto al mio servizio e ti avevo sempre trattato amichevolmente. Ora che ho saputo che sei figlio di un gentiluomo e di una gentildonna, voglio porre fine alle tue sofferenze e salvare il tuo onore e il mio.
Tu sai che la Spina, la quale compromettesti con una sconvenevole amicizia, è vedova ed ha una buona dote. Purchè tu lo voglia, io sono disposto a darla a te in moglie, in tal modo tu diventerai per me come un figlio e vivrai con lei”.
La prigione aveva macerato le carni del giovane, ma non aveva piegato la generosità del suo animo e l’amore che provava per la donna.
Sebbene desiderasse fortemente ciò che gli veniva proposto, pure orgogliosamente rispose “ Corrado, né desiderio di potere ,né desiderio di denaro furono causa di tradimento da parte mia. Amai tua figlia e l’amerò sempre perché la stimo degna del mio amore e se mi comportai con lei poco onestamente, commisi quel peccato per l’ardore della giovinezza. Se i vecchi si ricordassero di essere stati giovani sarebbero più comprensivi. Quello che tu mi offri l’ho sempre desiderato e se potevo minimamente sperare, te lo avrei chiesto già da molto tempo. Ora che avevo perso ogni speranza, mi giunge ancora più gradito. Se non sei convinto non darmi false speranze e fammi ritornare in prigione. Sappi che qualsiasi cosa farai , amerò sempre la Spina e ti rispetterò sempre”.
Corrado apprezzò molto quelle parole e stimò e tenne caro ancora di più il giovane, lo baciò e lo abbraccio. Fece venire la figlia che, in prigione, era diventata magra, pallida e debole, che quasi non si riconosceva più, e, alla sua presenza, i giovani si scambiarono la promessa di matrimonio.
Senza dir nulla per molti giorni, sembrandogli il momento giusto  per far felici le due madri, chiamò sua moglie e la  “ Capriola” e disse alla donna che voleva farle riavere il suo figlio maggiore, che era il marito di una delle sue figlie. Poi, rivolto alla moglie, disse che voleva donarle un genero.
Frattanto giunsero i giovani, elegantemente vestiti,  e Corrado comunicò a Giuffredi che gli avrebbe fatto ritrovare la madre.
L’incontro avvenne con grande festa, riconoscendo nel giovane i tratti fanciulleschi del figlio, senza parlare, madama Beritola lo abbracciò e ricadde, quasi morta tra le sue braccia.
Il giovane ,stupito perché l’aveva vista tante volte in quella casa senza mai riconoscerla, pure conobbe l’odore materno e piangendo, teneramente, l’abbracciò.
La “Capriola” ,riprese le forze con l’aiuto dei presenti,  riabbracciò il figlio con molte lacrime e parole dolci. Dopo alcuni giorni dall’annuncio del matrimonio, Giuffredi chiese al signore di aiutarlo a ritrovare il fratello che era, come servo, in casa di Guasparino Doria, il quale aveva preso,insieme con la balia, dai corsari.
Lo pregò, inoltre, di mandare in Sicilia qualcuno che si informasse delle condizioni del paese e chiedesse se Arrighetto ,suo padre era vivo o morto e, se era vivo, si adoprasse per farlo ritornare da loro.
La richiesta piacque a Corrado che, immediatamente, si attivò.
Mandò a Genova, da messer Guasparino, una persona che gli chiedesse la consegna dello Scacciato e della balia, narrandogli ciò che Corrado aveva fatto.
Messer Guasparino, per maggiore sicurezza, interrogò la balia; la donna, che non aveva più paura, avendo saputo che la Sicilia si era ribellata e che Arrighetto era vivo, raccontò tutta la verità.
Il signore ,confrontando le due storie, trovandole corrispondenti, da uomo astutissimo qual’era, si vergognò del modo meschino con cui aveva trattato il giovane , e, per farsi perdonare, poiché aveva una bella figlioletta di quasi undici anni, gliela diede in moglie con grande dote.
Salito, poi,  con la figlia, il giovane, la balia e l’ambasciatore su una nave ben armata, venne a Lerici ed andò al castello di Corrado ,dove era pronta una festa grande.
Si può immaginare le gioia di tutti, quando si ritrovarono insieme.
Perché la felicità fosse completa, Dominedio volle che giungessero notizie anche di Arrighetto.
Infatti ritornò colui che era stato mandato in Sicilia e riferì che Arrighetto, tenuto prigioniero da re Carlo, quando era scoppiata la rivolta, era stato liberato dal popolo, che aveva assaltato le prigioni.
Come nemico di re Carlo, era stato fatto capitano per inseguire ed uccidere i francesi.
Per l’aiuto dato fu molto apprezzato da Pietro d’Aragona, che gli restituì i suoi beni e gli onori.
L’ambasciatore aggiunse che era stato ricevuto con grande riguardo da Arrighetto, felicissimo di ricevere notizie della moglie e del figlio, di cui non aveva saputo più niente.
Madama Beritola e Giuffredi non smettevano più di ringraziare Corrado e la moglie.
Poi, rivolti a messer Guasparino, la cui disponibilità giungeva imprevista, si dissero certissimi che Arrighetto gli sarebbe stato molto  grato per la generosità dimostrata verso lo Scacciato.
Dopo di ciò ,lieti mangiarono e si godettero la festa, che continuò per molti giorni.
Al termine, madama Beritola, Giuffredi e tutti gli altri, tra molte lacrime e abbracci, si imbarcarono e partirono. Col vento favorevole, rapidamente giunsero in Sicilia, dove furono accolti con indicibile gioia da Arrighetto.
E in Sicilia vissero per molto tempo, riconoscenti a Dio per il beneficio ricevuto.








giovedì 26 dicembre 2013

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.5


 Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comprar cavalli, incappato in tre gravi incidenti, scampato a tutti, torna a casa con un rubino.


Fiammetta, alla quale toccava di raccontare, cominciò a dire che le pietre preziose trovate da Landolfo, le avevano ricordato un’altra novella, che, però, riportava gli avvenimenti di una sola notte.
Viveva a Perugia un giovane chiamato Andreuccio di Pietro, sensale di cavalli, il quale, avendo udito che a Napoli si vendevano degli ottimi cavalli, con nella borsa 500 fiorini d’oro, senza mai essere uscito di casa, partì con altri mercanti.
Giunto a Napoli una domenica, dopo il vespro, seppe dall’albergatore che l’indomani, a piazza Mercato , ci sarebbe stata la vendita dei cavalli.
Ne vide di molto belli, che gli piacquero e iniziò le trattative e, per mostrare che era in grado di pagare, da persona poco esperta, più volte, a destra e a manca, faceva vedere la borsa piena di fiorini ,che aveva con sé. Mentre discuteva, passò di lì una giovane siciliana bellissima, di facili costumi ,senza essere vista, vide bene la borsa e subito pensò che sarebbe stata meglio nelle sue mani.
Era con lei una vecchia anch’essa siciliana, la quale, come vide Andreuccio, gli corse incontro e lo abbracciò affettuosamente, la giovane notò tutto ma rimase in silenzio. Andreuccio le fece una gran festa, la invitò al suo albergo e se ne andò.
La ragazza che aveva seguito tutta la scena, pensando ad un piano per impadronirsi del denaro, si avvicinò alla vecchia e ,cautamente, cominciò a domandare chi era e da dove veniva il giovane, che cosa faceva lì e come lo conosceva. La donna spiegò che era stata a lungo in Sicilia col padre di lui e poi aveva vissuto a Perugia.
La giovane ,informata di tutto, maliziosamente si organizzò.
Impegnò la vecchia in lavori per l’intera giornata, affinchè non potesse andare a trovare il mercante.
Presa, poi, con sé una servetta molto sveglia, la mandò all’albergo dove Andreuccio si trovava, per riferirgli che una gentildonna di Perugia gli avrebbe parlato volentieri.
Egli, lusingato, si guardò allo specchio e, ritendosi un bel ragazzo, pensò che la donna si era innamorata di lui, come se a Napoli non ci fossero bei ragazzi; subito accettò l’invito e seguì la servetta ,senza dire niente, all’albergo.
La servetta ,rapidamente, condusse il giovane nel vicolo chiamato “Malpertugio” e già il nome indicava che era un luogo malfamato.
Ma egli, niente sospettando, lo ritenne un posto tranquillo.
Appena arrivati alla casa, la fantesca gridò “Ecco Andreuccio”. La donna era sulla scala ad aspettarlo, era giovane ,alta, con un viso bellissimo, con abiti distinti. Gli corse incontro scendendo le scale, con le braccia aperte, piangendo, gli baciò la fronte e ,con voce rotta dall’emozione, disse “ Andreuccio mio, tu sii il benvenuto”.
Egli fu molto sorpreso per l’accoglienza. La donna gli prese la mano e lo condusse prima in sala e poi nella sua camera, piena di fiori, profumata, con un letto di lusso, molti abiti e ricchi arredi, per cui ,il poverino credette di trovarsi alla presenza di una gran dama.
Postasi a sedere vicino al letto, tra lacrime e carezze, la donna gli raccontò che era sua sorella, ed era felice di aver ritrovato uno dei suoi fratelli prima di morire. Continuò col dire che Pietro, padre di entrambi, aveva dimorato ,per lungo tempo a Palermo, dove era stato molto amato da una gentildonna vedova, che deposta la paura del padre, dei fratelli e del disonore, si unì a lui e gli dette una figlia, cioè lei. Pietro, in seguito, dovette partire da Palermo e ritornare a Perugia, lasciando madre e figlia nella città, senza più cercarle, né ricordarsi minimamente di loro, dimostrandosi sommamente ingrato e meritevole di biasimo.
Cresciuta a Palermo, la madre che era ricca, la diede in moglie ad un uomo gentile e per bene di Agrigento (Girgenti), che, per amor suo ,si trasferì a Palermo.
Durante le guerre tra Angioini (Francesi) e Aragonesi (Spagnoli) , dovettero fuggire dalla Sicilia.
Prese poche cose, lasciate tutte le ricchezze, si rifugiarono a Napoli ,accolte da re Carlo, che, per riparare ai danni subiti, dette loro terre e possedimenti e continuò a proteggerle, dando aiuto al marito e cognato di Andreuccio, suo dolce fratello. Il giovane, udendo il racconto, tanto preciso, raccontato senza nessuna incertezza, ricordandosi che, veramente, il padre era stato per un certo tempo a Palermo, conoscendo i costumi dei giovani, vedendo le lacrime, gli abbracci e gli onesti baci, ritenne ciò che la donna diceva assolutamente vero. Meravigliato ,dichiarò che mai il padre aveva accennato di lei e della madre. Pure era felicissimo di aver trovato a Napoli dov’era solo e senza compagnia, un sorella così raffinata, mentre lui era un piccolo mercante. Chiese, comunque, come aveva saputo chi era.
Ella rispose che la mattina glielo aveva detto una donna che aveva vissuto, per molto tempo, con il padre a Palermo e poi era andata a vivere a Perugia.
Poi cominciò a informarsi di tutti i parenti, elencandone i nomi, cosa che convinse maggiormente Andreuccio.  La donna fece poi portare del greco (vino) locale e dolciumi, offrì da bere al giovane e ,visto che voleva ritornare in albergo, finse di rammaricarsi molto e lo invitò a cena, sebbene non ci fosse il marito. Preoccupandosi l’uomo di dover avvisare l’albergatore, la donna finse di inviare un servo all’albergo per avvertire che il mercante sarebbe rimasto fuori.
Cenarono ,poi, lietamente fino a notte inoltrata. Al momento di congedarsi , astutamente, ella sconsigliò al giovane di avventurarsi per le strade di Napoli, che erano malsicure, soprattutto per un forestiero e lo invitò a dormire nella sua camera,  infine ,si ritirò con la servitù nell’altra camera.
Rimasto solo ,Andreuccio, per il gran caldo , si svestì ,e poggiò i suoi abiti ai piedi del letto, rimanendo in gilè. Dovendo andare in bagno, chiese ad un fanciullo dove si trovava il gabinetto. Seguendo le indicazioni, senza alcun sospetto, entrò e pose il piede su una tavola che si capovolse facendolo cadere di sotto, dove si raccoglievano i liquami delle feci.
Era caduto in un buco, come ce ne sono spesso tra due case, su cui erano poste due travi, dove sedeva la gente che doveva defecare. Trovandosi, dunque, nel buco, cominciò a chiamare lo scugnizzo che, invece ,era andato ad avvisare la donna.
Ella senza preoccuparsi, cercò tra i panni dello sventurato i denari e, avendoli trovati ,se ne appropriò.
Andreuccio, compreso l’inganno, faticosamente, riuscì a risalire dal buco e andò a bussare lungamente con violenza alla casa, ma non ebbe alcuna risposta.
Piangendo, perchè comprendeva bene la sua disavventura , disse “O me misero, in poco tempo ho perduto 500 fiorini e una sorella”.
Tanto bussò e picchiò che svegliò tutto il vicinato, chiedendo chi conosceva madama Fiordaliso, di cui era il fratello. Tutti, ridendo, lo schernirono e richiusero le finestre.
Ben presto il dolore si tramutò in rabbia ed il giovane continuò a picchiare contro l’uscio , con una gran pietra, creando un putiferio. Alla fine si udì una voce terribile che chiedeva chi era laggiù, che disturbava.
L ‘uomo, che a giudizio di Andreuccio, doveva essere una persona importante, minacciò di dargli tante bastonate, perché si comportava come un asino fastidioso e ubriaco e non lasciava dormire nessuno.
Il mercante, ascoltando i consigli di alcuni vicini, che temevano per la sua vita, si allontanò, disperato per i denari perduti, non sapendo dove andare e come ritornare all’albergo.
Sentendo un gran puzzo provenire da sé stesso, desideroso di gettarsi in mare per lavarsi, girò a sinistra e andò per la via Catalana.
Per sfuggire a due uomini che venivano verso di lui con una lanterna, si rifugiò in un casolare.
Purtroppo, anche i due entrarono nel casolare. Uno si tolse di dosso alcuni attrezzi che teneva sulle spalle e si guardò intorno, per individuare da dove proveniva il gran puzzo che si sentiva.
Finalmente scovò il poveretto , che cercava di nascondersi in tutti i modi.
Una volta scoperto, Andreuccio raccontò la sua disavventura. Immediatamente capirono che si trattava di Buttafuoco ,lo scarafaggio, e gli dissero di rallegrarsi perché se era vero che ,in quella notte ,aveva perso i denari, aveva ,comunque, salvato la vita perché non era stato ammazzato da Buttafuoco, che era un furfante matricolato. Mossi a compassione, lo invitarono ad unirsi a loro per aiutarli in ciò che dovevano fare. il giovane accettò.
In quel giorno era stato seppellito nel Duomo di Napoli, l’arcivescovo Filippo Minutolo, con ricchissimi ornamenti e con al dito un anello ,che valeva molto più dei suoi 500 fiorini , con un rubino che i due malandrini volevano rubare. Rivelarono il loro piano ad Andreuccio e lo convinsero a collaborare.
Poiché il giovane puzzava molto, per lavarlo lo portarono presso un pozzo vicino al Duomo .
Giunti al pozzo, poiché mancava il secchio per tirar su l’acqua,  lo legarono alla fune e lo calarono giù, accordandosi che ,una volta lavato, desse uno strattone alla fune, per farsi tirare su.
Mentre era in fondo, alcune guardie si avvicinarono al pozzo per bere, i ladri, vedendo che i gendarmi si avvicinavano, fuggirono a gambe levate, lasciando il giovane nel fondo.
Andreuccio, lavatosi, diede uno strattone alla fune, le guardie, pensando che il secchio si era riempito tirarono su.
Come il giovane toccò il bordo del pozzo ,si gettò sulla sponda , i gendarmi ,spaventati, fuggirono, mentre
egli raggiunse i due compari.
A mezzanotte, di soppiatto ,andarono al Duomo, entrarono facilmente e si avvicinarono al sepolcro che era di marmo e molto grande. Sollevarono il coperchio che era pesantissimo, in modo che vi potesse entrare un uomo, e lo puntellarono.
Bisognava che uno di loro entrasse nell’arca e Andreuccio  fu costretto ad entrarvi con le minacce.
Temendo che ,una volta portati fuori i gioielli dell’arcivescovo, i compagni potevano fuggire , lasciandolo nell’arca senza niente, ricordandosi del prezioso anello, lo sfilò dal dito del religioso e lo infilò al suo.
Poi spogliò il morto completamente e dette ai due tutto il resto, dicendo che non c’era più niente.
I ladroni insistevano perché cercasse l’anello, nel frattempo, tirarono via il puntello e lo chiusero nell’arca.
Il poveretto cercò ,in tutti i modi, col capo e con le spalle, di alzare il coperchio, senza riuscirvi.
Vinto da un gran dolore, cadde come morto sul corpo del prelato. Ripresosi , cominciò a piangere pensando alla morte orribile che lo attendeva.
Mentre si disperava, sentì molte voci di gente che, come pensava, veniva a fare quello che aveva già fatto con i suoi compagni. Anche costoro, una volta aperta e puntellata la tomba, cominciarono a discutere su chi dovesse entrare, allora un prete, non temendo i morti, che riteneva inoffensivi, si offrì volontario, si sporse sul bordo e mise le gambe giù , per potersi calare.
Andreuccio per risalire afferrò le gambe del prete e le tirò. Sentendosi afferrare ,il prete emise un grido altissimo   e si gettò fuori. Tutti, spaventati ,lasciata aperta la tomba, fuggirono come se fossero inseguiti da centomila diavoli.
Tranquillamente Andreuccio risalì e uscì dalla chiesa per la via da cui era venuto.
All’alba, con al dito l’anello di rubini, giunse, per caso, alla marina e al suo albergo, dove trovò i suoi compagni e l’albergatore che ,tutta la notte, erano stati in ansia per lui, ai quali raccontò la sua avventura, senza accennare al rubino. L’oste gli consigliò di partire immediatamente.
Giunto a Perugia, vendette l’anello, dicendo che a Napoli, dove era andato a comprare dei cavalli, aveva investito i suoi denari nell’acquisto di un anello. 











giovedì 19 dicembre 2013

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.4

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.4


Landolfo Rufolo, caduto in povertà, diventa corsaro, catturato dai genovesi, naufraga e si salva appoggiandosi a una cassetta piena di tesori; Accolto a Corfù da una donna, torna ricco a casa sua.

Vedendo che Pampinea aveva smesso di narrare, Lauretta ,che le sedeva vicino, immediatamente cominciò a parlare, tenendo conto del tema di quella giornata.
Considerò, innanzitutto che la maggior prova della potenza della fortuna era il fatto che ,talvolta, chi era caduto in disgrazia si risollevava, come, appunto, era accaduto ad Alessandro, il protagonista della novella precedente. Poi iniziò un racconto che, partendo da gravi sventure, si sarebbe concluso con una splendida riuscita.
La storia era ambientata nel litorale che andava da Reggio Calabria a Gaeta; lungo di esso, nei pressi di Salerno, vi era la costiera di Amalfi, che si affacciava sul mare, piena di piccole città, di giardini, di fontane e di uomini ricchi  che vivevano di commerci. Tra queste cittadine ,ve ne era una, chiamata Ravello, dove abitava un uomo di nome Landolfo Rufolo, ricchissimo, il quale, desiderando raddoppiare la sua ricchezza, corse il rischio di perdere la vita , insieme con le ricchezze.
Costui, come era usanza dei mercanti, fatti i suoi conti, comprò una grandissima nave, la caricò di molte mercanzie, comprate con i suoi soldi, e anche di donne e partì per Cipro. Lì giunto, trovò molti altri mercanti, provenienti da tutte le parti del mondo, che parimenti commerciavano.
 Dovette, dunque, svendere le sue mercanzie, dandole quasi per niente, e per questo andò in rovina.
 Pensò ,quindi, o di morire o di andare a rubare. Trovato un compratore, vendette la sua grande nave e , con i soldi avuti, comprò una navicella agile e snella da corsaro, la armò in maniera adeguata e si diede alla vita di corsaro, derubando soprattutto i turchi.
Questa attività fu favorita dalla fortuna, molto più che quella, precedente, di mercante.
Dopo circa un anno rubò e catturò tante navi dei turchi, che non solo recuperò tutte le ricchezze che aveva perduto facendo il mercante, ma le raddoppiò completamente.
Reso prudente dalla prima perdita, misurando bene le sue sostanze, per evitare un secondo dissesto finanziario, decise che quello che aveva gli doveva bastare e che voleva ritornare a casa sua.
Non volle investire i suoi denari in altre avventure, ma, imbarcatosi su quella navicella che glieli aveva procurati, riprese la via di casa.
Era già giunto nell’Arcipelago Egeo, quando ,una sera, si alzò lo scirocco, che, non solo gli impediva di navigare, ma rendeva così agitato il mare che la sua nave non avrebbe potuto sopportarlo.
Si rifugiò, allora, in una insenatura del mare protetta da un’isoletta, decidendo di aspettare lì il momento più propizio al viaggio.
In questa insenatura, poco distante, due cocche (navi da trasporto) genovesi, che venivano da Costantinopoli, giunsero a fatica, per ripararsi, come aveva fatto Landolfo.
I naviganti ,vista la piccola nave bloccata nel porticciuolo, udendo a chi apparteneva, sapendo ,per fama, che il proprietario era ricchissimo, essendo ladri e desiderosi di danaro, decisero di appropriarsene.
Fatta scendere una parte degli uomini armati di balestre ed altre armi, fecero circondare la navicella, in modo che nessuno potesse scendere da essa , se non voleva essere colpito dalle frecce delle balestre; gli altri, trasportati dalle scialuppe e aiutati dal mare, si accostarono alla barchetta e se ne appropriarono, in breve tempo, con tutta la ciurma, senza colpo ferire.
Fatto salire Landolfo, vestito solo con il gilè, su una delle loro cocche, sfondarono la navicella e la affondarono.
Il giorno dopo, mutatosi il vento, le cocche fecero vela verso ponente, viaggiando per tutta la giornata favorevolmente . Sul far della sera, il vento cambiò, diventando fortissimo e gonfiando oltremodo  il mare, dividendo le due navi.
La nave su cui si trovava il misero Landolfo, con grande violenza, fu sbattuta in una secca  sull’isola di Cefalonia e, come un vetro che sbatteva contro un muro, si aprì tutta e si sgretolò.
Gli sventurati che si trovavano sulla cocca, come suole avvenire in questi casi, essendo già il mare pieno di mercanzie, di casse e di tavole, in una notte nerissima, con un mare agitatissimo, nuotando al meglio che potevano, si cominciarono ad aggrappare alle cose che, per fortuna, si paravano davanti.
Tra questi il povero Landolfo, avendo più volte invocato la morte preferendo quella piuttosto che ritornare povero e malandato a casa, quando se la vide vicina ne ebbe paura e ,come tutti gli altri, si aggrappò ad una tavola, ringraziando Dio che gliel’aveva mandata, per impedire che affogasse.
A cavallo di quella, come meglio poteva, spinto di qua e di là, si mantenne fino all’alba.
Guardandosi intorno, non vedeva altro che nuvole e mare ed una cassa che, con sua grande paura, gli si avvicinò, sospinta dalle onde.
Temendo che la cassa, avvicinandosi, lo potesse colpire, nonostante avesse poca forza, con la mano la allontanava .Sospinta da un improvviso colpo di vento, la tavola urtò la cassa, gettando  il giovane in mare. Landolfo andò sotto le onde e quando riemerse, non trovando più la tavola, si appoggiò col petto al coperchio della cassa che gli era assai vicina e, come meglio poteva, la teneva diritta.
In questo modo, senza mangiare e bevendo acqua di mare molto più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove fosse e vedendo nient’altro che mare, trascorse tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo ,come piacque a Dio e al vento, diventato quasi una spugna, attaccato con forza ai bordi della cassa, giunse alla spiaggia dell’isola di Corfù, dove una povera donnetta lavava i piatti con l’acqua salata e la sabbia. Come costei vide qualcosa che si avvicinava, cominciò a gridare spaventata.
Lo sventurato non poteva parlare e vedeva poco per cui non disse niente; man mano che si avvicinava, la donna riconobbe la cassa e, vedendo le braccia e la faccia dell’uomo ,capì quello che era successo.
Mossa a compassione, entrata un po’ nel mare, che, frattanto, si era calmato, afferratolo per i capelli, lo tirò a terra con tutta la cassa ,che pose sulla testa della figlioletta che era con lei ,e lo portò al villaggio.
Fattogli un bel bagno caldo, come a un bambino, tanto lo massaggiò e lo lavò, che ,ben presto, il naufrago ritrovò il calore e le forze perdute.
Lo trattò con grande cura, rifocillandolo con buon vino e dolciumi, trattenendolo per alcuni giorni, fino a quando, recuperate le forze, non ricordò chi era  e chiese dove si trovava.
La brava donna gli consegnò la cassa che aveva salvata dalle onde ,insieme con lui, e gli disse che ormai poteva andare per la sua strada.
Il giovane, che non se ne ricordava per niente, prese la cassa, pensando che potesse valere qualcosa, ma visto che pesava poco, non aveva molte speranze.
Un giorno, mentre la donna non era in casa, la aprì e trovò in essa un vero tesoro : molte pietre preziose, alcune montate, altre sciolte, delle quali era buon intenditore. Vedendole, provò un grande conforto, lodando Dio che non lo aveva voluto abbandonare.
Poi, con molta prudenza, come uno che , in poco tempo e per ben due volte aveva subito i colpi della fortuna, temendo che potesse essercene anche una terza, si organizzò per potersi portare a casa sua quei tesori.
Avvolte le pietre in alcuni stracci, come meglio potè, disse alla buona donna che non aveva più bisogno della cassa e che gliela donava in cambio di un sacco, se era possibile.
La donna l’accontentò volentieri, egli la ringraziò caldamente e messosi il sacco in spalla, partì .
Salito su una nave, arrivò a Brindisi e, di porto in porto, giunse fino a Trani, dove incontrò alcuni suoi concittadini, che commerciavano in stoffe, ai quali raccontò le sue vicissitudini, ma, prudentemente, non accennò alla cassa .
Costoro lo rivestirono, gli prestarono un cavallo e lo rimandarono a Ravello, dove diceva di voler tornare, dandogli una compagnia.
Giunto finalmente nel suo paese, sentendosi al sicuro, ringraziando Iddio, sciolse il sacchetto e guardò, con più attenzione, le pietre che vi erano contenute. Le vide belle e preziose sopra ogni sua aspettativa e calcolò che vendendole anche a un prezzo inferiore al loro valore, sarebbe diventato ricco il doppio di quando era partito.
Vendute le pietre, mandò fino a Corfù una buona quantità di denaro alla donna che lo aveva salvato dalle acque del mare e lo stesso fece per coloro che a Trani lo avevano aiutato.
Si tenne il resto senza voler più fare il mercante e così visse onorevolmente fino alla fine.






giovedì 12 dicembre 2013

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.3

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.3


 Tre giovani dissipano tutti i loro averi; il nipote di uno di questi, si accompagna ad un abate. Tornando a casa, disperato, si accorge che era la figlia del re d’Inghilterra, che lo sposa .Così risolve i problemi degli zii, rimettendo tutto a posto.

Furono ascoltate ,con divertimento le vicende di Rinaldo d’Asti, la sua devozione a Dio e a San Giuliano, né fu ritenuta sciocca la donna che aveva usato il bene che Dio le aveva mandato in casa.
Toccò, poi, a Pampinea, che sedeva a fianco di Filostrato,  iniziare a parlare, al comando della regina .
Fece, inizialmente,sagge considerazioni sulla fortuna, dicendo che tutto è nelle sue mani ed essa muove le cose della vita ,secondo un suo giudizio, nascosto agli esseri mortali.
Cominciò a raccontare che, un tempo, viveva in Firenze un cavaliere di nome Teobaldo, che ,secondo alcuni, apparteneva alla famiglia dei Lamberti, secondo altri a quella degli Agolanti. Ma, a prescindere dalla famiglia di appartenenza, era un ricchissimo cavaliere ed aveva tre figli. Il primo si chiamava Lamberto, il secondo Teobaldo ed il terzo Agolante, tutti belli ed eleganti.
Quando il primo non aveva ancora diciotto anni, messere Teobaldo morì e lasciò a loro, come legittimi eredi, tutti i beni mobili ed immobili. I giovani, vedendosi ricchissimi, cominciarono a spendere senza alcun ritegno, tenendo un gran numero di servi, molti cavalli, cani ed uccelli, facendo continue feste e banchetti, dilettandosi in tutto quello che piaceva loro, sia per la posizione sociale che per la giovane età.
Questa vita allegra non durò a lungo, ben presto consumarono il tesoro lasciato dal padre e dovettero vendere tutti i possedimenti, riducendosi in povertà.
Lamberto, chiamati i suoi fratelli e ricordando la magnificenza del padre, il loro disordinato spendere, la povertà in cui si trovavano in quel momento, decise con i fratelli di vendere quel poco che era rimasto e di andarsene via, e così fecero.
Senza salutare nessuno partirono da Firenze e se ne andarono in Inghilterra .
Qui presero una casetta, molto piccola, e cominciarono a prestare ad usura.
 La fortuna li aiutò e ,ben presto, accumularono una grandissima quantità di denaro.
Tornati a Firenze , ricomprarono i loro possedimenti e molte altre cose e si sposarono.
Continuarono a prestare soldi in Inghilterra e, per curare i loro affari, mandarono lì un nipote di nome Alessandro. Non avevano, comunque, messo giudizio e , dimenticando dove li aveva portati lo spendere dissennatamente, ripresero la vita di prima, buttando i soldi dalla finestra.
Per un po’ di anni li aiutò il danaro mandato da Alessandro, che si era messo a prestare ai baroni che impegnavano i castelli e le altre entrate, e la cosa gli rendeva molto bene.
Mentre i tre fratelli continuavano a spendere, sperando nei soldi provenienti dall’Inghilterra, contro ogni aspettativa, scoppiò una guerra tra il re (Enrico II) e suo figlio (Enrico) che divise tutta l’isola, parteggiando alcuni nobili per il re e altri per il figlio. Per questo tutti i castelli dei baroni furono tolti ad Alessandro, che rimase lì, in attesa che ritornasse la pace e gli fossero restituite le ricchezze, ma non mandò più soldi a Firenze. I tre spendaccioni persero nuovamente i loro averi e furono imprigionati per debiti, mentre le loro donne e i loro figli più piccoli se ne andarono chi di qua chi di là, vivendo in miseria.
Alessandro, avendo perso ogni speranza che ritornasse la pace, ritenendo che era inutile rimanere in Inghilterra, decise di ritornare in Italia e, solo soletto, si mise in cammino.
Uscendo da Burges, si imbattè in una carovana al seguito di un abate ,vestito di bianco, accompagnato da molti monaci, molti servi con molti bagagli, e, infine, da due anziani cavalieri ed altri parenti.
Alessandro fu accolto volentieri nella compagnia.
Mentre camminavano, il giovane chiese chi erano i monaci e dove andassero. Uno dei cavalieri rispose che il giovinetto che cavalcava davanti era un loro parente che era stato eletto abate di una delle più importanti badie d’Inghilterra. Poiché era troppo giovane per ricoprire la carica e ciò non era consentito dalla legge, andavano a Roma per pregare il Santo padre di concedere la dispensa e autorizzarlo a ricoprire l’incarico. Tutto questo, però, doveva rimanere segreto.
Il novello abate, mentre procedevano, spostandosi avanti e dietro, vide Alessandro che era un bel giovane,
molto garbato e con modi gentili ed eleganti, e ne rimase conquistato a prima vista.
Lo chiamò a sé e, discorrendo piacevolmente, gli chiese donde venisse e dove andasse. Il giovane rispose con sincerità a tutte le domande e si mise a disposizione, sebbene potesse fare poco. Il prelato, visto che era una persona gentile, che ragionava con garbo, fu ancora più attratto e, pieno di compassione per le sue sventure, lo confortò e, visto che andava verso la Toscana, lo invitò a viaggiare insieme.
 Procedendo, giunsero in un villaggio, dove c’era solo un alberghetto. Alessandro, che conosceva l’albergatore, fece preparare per l’abate la stanza migliore della casa, poi, come se fosse stato il maggiordomo, diede disposizioni per gli alloggi di tutta la schiera.
Dopo cena, a notte inoltrata, essendo tutti andati a dormire, domandò all’oste dove egli stesso potesse sdraiarsi. L’altro rispose che l’albergo era tutto pieno, solo nella camera dell’abate vi erano dei granai su cui il giovane poteva dormire ,arrangiandosi.
Alessandro era perplesso, in quanto avrebbe preferito dormire con gli altri monaci, senza disturbare il religioso, che dormiva profondamente. Alla fine il giovane , date le insistenze, si sistemò su un granaio con una coperta addosso, cercando di fare meno rumore possibile.
L’abate, che non dormiva per niente, ma era immenso in pensieri d’amore, aveva sentito tutto quello che i due si erano detti e anche dove si era sistemato Alessandro.
Tutto contento disse tra sé” Iddio mi ha mandato questa occasione, se non la prendo, non mi capiterà mai più”. Con voce sommessa, invitò, perché si coricasse vicino a lui, Alessandro, che dopo aver più volte rifiutato, si spogliò e si coricò.
L’abate , avvicinatosi lo cominciò a toccare come fanno le fanciulle innamorate con i loro amanti. Il giovane era sconcertato e non sapeva cosa fare, allora l’altro gli prese una mano e se la pose sul petto dicendo “Alessandro, scaccia ogni sospetto, ti svelo il mio segreto”.
  L’uomo con la mano , posta sul petto del religioso, sentì due seni tondi, sodi e delicati, come se fossero stati d’avorio, comprese, allora, che era una donna, e, senza indugio, voleva abbracciarla e baciarla.
 Ed ella disse “ Come puoi vedere sono femmina e non uomo, e, come fanciulla, stavo andando dal Papa perché mi sposasse; per mia sventura come ti vidi, mi innamorai perdutamente di te. Per questo ho deciso che voglio avere come marito solo te. Se tu non mi vuoi come moglie allontanati da qui e vai per la tua strada”.
Alessandro, sebbene non la conosceva, vedeva che era bellissima e doveva essere molto ricca, dato il seguito che aveva. Accettò, dunque, la proposta di matrimonio ben volentieri. 
La fanciulla, messasi a sedere davanti ad un dipinto di nostro Signore, gli pose in mano un anello, come promessa di matrimonio. Poi si abbracciarono e trascorsero la notte in giochi amorosi, che erano graditi ad entrambi.
All’alba, l’uomo, alzatosi, tutto sorridente, uscì dalla stanza senza che nessuno sapesse dove aveva dormito la notte. La carovana riprese il cammino e, dopo alcuni giorni, giunsero a Roma.
Lì  l’abate, con i due cavalieri ed Alessandro, senza nessun altro, fu ricevuto dal Papa.
Fatta la dovuta riverenza, l’abate cominciò a parlare “ Santo padre, ognuno deve vivere bene e onestamente,
come voglio fare io. Nell’abito in cui mi vedete sono fuggita ,con molte ricchezze del re d’Inghilterra, da mio padre, il quale mi voleva dare in sposa al re di Scozia, che è vecchissimo, e mi voleva far sposare da vostra Santità. Mi fece fuggire non tanto la vecchiaia del re di Scozia, quanto la paura che, una volta maritata, potessi fare qualcosa contro le leggi divine e contro l’onore del re mio padre.
Durante il viaggio, Dio, per sua misericordia, mi pose davanti colui che voleva che io avessi come marito : questo giovane”.
E gli mostrò Alessandro elogiandone l’onestà, il valore, anche se non era nobile come lei.
 Dichiarò che si era unita a lui, lo voleva, e non avrebbe sposato nessun altro qualsiasi cosa dicesse suo padre. E continuò dicendo “ Santità, vogliate benedire il matrimonio che Alessandro ed io abbiamo contratto alla presenza solo di Dio. Con la vostra benedizione, che ci darà la certezza che esso è gradito a Dio, di cui voi siete il vicario, noi possiamo onestamente vivere ed , infine,  morire”.
Il giovane si meravigliò udendo che la moglie era la figlia del re d’Inghilterra e ne gioì profondamente.
Anche i due cavalieri si stupirono, e ancor più si stupì  il Papa, ma, sapendo che non si poteva più tornare indietro, volle soddisfare la preghiera della donna.
Nel giorno fissato per la cerimonia, il Papa, davanti a tutti i cardinali e i nobili, che aveva invitati per fare una
gran  festa, fece venire la donna, regalmente vestita, che era uno splendore, ed Alessandro , anch’egli riccamente vestito, tanto che pareva un re e non un usuraio .
Fece celebrare nozze solenni, e poi licenziò gli sposi con la sua benedizione.
I due sposi si recarono, poi ,a Firenze, dove l’uomo pagò i debiti, fece liberare i tre fratelli e li rimise  con le loro donne nei possedimenti riacquistati.
Ripartirono ,infine, per Parigi, dove furono ricevuti dal re, portando con loro Agolante.
Frattanto, i due cavalieri andarono in Inghilterra e riuscirono a convincere il re ad accogliere i due sposi. Il Re li ricevette con grandissima festa e, poco dopo, nominò Alessandro cavaliere e gli donò la contea di Cornovaglia.  
Il giovane seppe operare così bene che pacificò il figlio con il padre, cosa che fu molto utile all’isola e ai suoi affari. Agolante, raccolti tutti i crediti ,straordinariamente ricco, ritornò a Firenze.
Alessandro visse felicemente con la sua donna e, secondo quanto si dice, con l’aiuto del suocero, conquistò la Scozia e fu incoronato re.




giovedì 5 dicembre 2013

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.2

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.2


Rinaldo d’Asti, derubato, capita a Castel Guglielmo ed è ospitato da una donna vedova, risollevato dalle sventure torna sano e salvo a casa sua.


Delle sventure di Martellino, raccontate da Neifile, risero le donne e soprattutto, tra i giovani, Filostrato, al quale, poiché sedeva vicino a Neifile, la regina comandò di continuare.
Ed egli iniziò, dicendo che voleva raccontare una novella di carattere religioso. In essa si mescolavano sventure e amore e doveva essere ascoltata da coloro che si mettevano in viaggio, che dovevano tutti dire ,prima di partire, un padrenostro a San Giuliano, protettore dei viaggiatori.
Un mercante di nome Rinaldo d’Asti, al tempo di Azzo da Ferrara ( intorno al 1300), era venuto a Bologna, per fare acquisti. Tornando a casa, dopo essersi rifornito, uscito da Ferrara e andando verso Verona, incontrò alcuni mercanti che parevano ,piuttosto dei masnadieri, ai quali, imprudentemente, si aggregò.
Costoro, stimandolo ricco e ben in soldi, decisero di derubarlo, alla prima occasione, anche se con lui fingevano di essere onesti e leali e si mettevano a disposizione per ogni sua esigenza.
Mentre camminavano, discutendo del più e del meno, cominciarono a ragionare delle preghiere che gli uomini facevano a Dio. Uno dei tre chiese a Rinaldo quali orazioni era solito fare a Dio quando si metteva in viaggio.
E Rinaldo rispose che era uomo all’antica e che dava poca importanza a queste cose, tuttavia aveva sempre avuto l’abitudine di dire, al mattino, quando usciva dall’albergo, un padrenostro e un’Ave Maria all’anima del padre e della madre di San Giuliano. Poi, pregava Dio e San Giuliano che gli dessero un buon alloggio per la notte seguente.
E, molte volte, viaggiando, aveva affrontato gravi pericoli ai quali era scampato, trovando un buon rifugio per la notte. Per questo rispettava la credenza che San Giuliano proteggeva i viaggiatori e non avrebbe mai più viaggiato tranquillo, se al mattino, prima di partire, non avesse rivolto la preghiera al Santo.
E i tre domandarono se quella mattina l’aveva detta. Rinaldo assentì..
Allora uno disse tra sé “ E a buon motivo ti servirà, perché ,se il nostro proposito non fallisce, stanotte tu alloggerai malissimo” e poi disse, rivolto a Rinaldo “Io, che pure, come te ,ho molto viaggiato, non l’ho mai detta, anche se ne ho sentito parlare da molti, eppure ho sempre albergato bene. Questa sera, per caso, vedremo chi alloggerà meglio, se tu che hai pregato o io che non ho pregato. Al posto del padrenostro io, di solito, dissi il “dirupisti” o il “ deprofundi” che mia nonna diceva che erano molto validi”.
Così conversando, procedevano, aspettando il momento opportuno per attuare il loro piano malvagio.
Giunti nelle vicinanze di Castel Guglielmo (nel Polesine), nell’attraversare un fiume, a notte inoltrata,assalirono Rinaldo e lo derubarono.
Allontanandosi, dopo averlo spogliato di tutto, lasciandolo solo con la camicia, gli dissero “Vattene e vedi se il tuo San Giuliano stanotte ti darà buon albergo, a noi il nostro ,sicuramente, lo darà buono”.
Il servitore di Rinaldo, vedendolo assalire, non si preoccupò di aiutarlo, ma, vigliaccamente, voltato il cavallo si diresse di corsa a Castel Guglielmo, dove, senza preoccuparsi, trovò ricovero.
Rinaldo, scalzo e in camicia, facendo molto freddo e nevicando, essendo già notte fonda, cominciò a cercare un rifugio per la notte, ma non ne trovò alcuno. Infatti, in quella zona c’era stata la guerra ed ogni cosa era stata bruciata. Spinto dal freddo si diresse verso Castel Guglielmo, per cercare soccorso.
Giunse al castello a notte fonda, quando le porte erano state chiuse e il ponte era stato alzato, perciò non potè entrare.
Cercando, affannosamente, un riparo dalla neve e dal gelo, vide una casa ,che sporgeva un po’ in fuori dalle mura del castello, subito decise di ripararsi lì fino all’alba. L’uscio era chiuso, ma, davanti ad esso ,il tetto sporgeva appena, raccolta un po’ di paglia che era lì vicino, si sistemò, lamentandosi che San Giuliano non si era comportato bene con lui. Ma San Giuliano, intervenendo rapidamente, gli preparò un buon alloggio.
Viveva in quel paese una vedova, bellissima come nessun’altra, che il marchese Azzo amava e teneva a sua disposizione. La donna abitava nella casa, sotto il cui tetto ,Rinaldo si era riparato.
Il giorno prima, il marchese, volendo la notte giacere con lei, nella casa aveva fatto preparare un bagno e un’ottima cena.
Era tutto pronto e la donna aspettava soltanto l’arrivo del marchese. Purtroppo arrivò un servo a cavallo, per avvisare la donna che il marchese era dovuto improvvisamente partire per cui non doveva più attenderlo.
 La donna, amareggiata, non sapendo cosa fare, decise di entrare nel bagno preparato per il signore, poi cenare ed, infine, andare a letto. Rapidamente entrò nel bagno, che era sistemato vicino alla porta, accanto alla quale si era rifugiato il meschino Rinaldo. Sentì il pianto ed il battito di denti, simile a quello di una cicogna, che faceva lo sventurato; chiamata la domestica, le disse di andare fuori a vedere chi c’era e che cosa faceva.
La fantesca andò , vide l’uomo semicongelato e gli domandò chi era.
Rinaldo le raccontò le sue disavventure e la pregò di non lasciarlo morire di freddo.
Udito il racconto, la vedova, presa la chiave che serviva per far entrare soltanto il marchese, disse alla domestica di aprire e di far entrare l’uomo ,che poteva mangiare, visto che la cena era pronta , e poteva essere ospitato senza problemi perché c’era molto spazio.
La fantesca, obbedendo all’ordine della padrona, lo fece entrare e, vedendo che era quasi assiderato, lo fece immergere nel bagno che era ancora caldo.
L’uomo fece tutto di buon grado e, riconfortato dal calore, gli parve di essere resuscitato.
La donna gli fece portare gli abiti del marito che era morto da poco, che gli andavano a pennello.
Il mercante, aspettando gli ordini della donna, cominciò a ringraziare Dio e San Giuliano che lo avevano salvato e gli avevano preparato un buon albergo per la notte.
La padrona, frattanto, chiese come stava l’uomo alla fantesca che, astutamente, rispose che si era rivestito e sembrava un bell’uomo e una persona per bene. Sentito ciò la donna lo fece invitare a cena, visto che non aveva cenato. Rinaldo ,entrato nella sala, ammirò la bellezza della dama e ringraziò per l’aiuto datogli.
La vedova, condividendo il giudizio della domestica, lo fece sedere familiarmente vicino al fuoco e si fece raccontare quello che gli era capitato. Confrontandolo con quanto aveva sentito dire in paese  riferito dal servo del mercante, gli credette completamente e gli disse ciò che sapeva del suo inserviente ,promettendo che  l’avrebbe fatto chiamare l’indomani.
 Poi, imbandita la tavola, dopo essersi lavate le mani, insieme si misero a cenare.
Rinaldo era alto, bello, di aspetto e di modi gentili, di mezza età (circa 35 anni). La donna cominciò a guardarlo con interesse e pensò che, poiché il marchese l’aveva lasciata sola quella notte, dopo aver destato in lei il desiderio d’amore, poteva usare quel bene che la fortuna le aveva mandato.
Dopo cena, alzatasi da tavola, chiese consiglio alla domestica che, conoscendo il suo desiderio, l’assecondò.
Tornata, dunque, vicino al fuoco, guardò amorosamente il giovane e gli disse “ Rinaldo, non siate così pensieroso, non pensate di poter recuperare il cavallo e gli abiti che avete perduto? Confortatevi, siete a casa vostra. Anzi ,vedendovi indossare i panni di mio marito morto, sembrando che siate proprio lui, mi è presa una gran voglia di abbracciarvi e di baciarvi, cosa che avrei certamente fatto se non avessi temuto di dispiacervi”.
Rinaldo ,udendo queste parole e vedendo la luce d’amore negli occhi di lei, le andò incontro a braccia aperte, dicendo “Signora, farò tutto quello che volete, perché vi sono grato di avermi salvato e, pensando alle cortesia che mi avete usato, vi accontenterò in tutto e se voi desiderate abbracciarmi e baciarmi, vi abbraccerò e bacerò più che volentieri”.
Non ci furono più parole. Dopo molti baci, ella, che ardeva di amoroso desiderio, lo condusse nella sua camera, e più volte si accoppiarono, come entrambi desideravano.
Sul far dell’alba, la donna , svegliatasi, perché non si potesse sospettare nulla, gli diede dei vecchi abiti, gli riempì la borsa di denari e, pregandolo di tener nascosto l’accaduto, lo fece uscire da dove era entrato.
Egli, fattosi giorno, entrò nel castello, ritrovò il servo e si rivestì con gli abiti che erano nella sua valigia.
Venne , poi, a sapere che i tre masnadieri che lo avevano derubato, per un altro furto che avevano fatto, erano stati catturati ed avevano confessato. Gli furono, dunque, restituiti il cavallo, i panni e i denari, perdette soltanto dei lacci per le scarpe che i ladroni avevano buttato.
Rinaldo, ringraziando Dio e San Giuliano, montò a cavallo e ritornò sano e salvo a casa sua, mentre i tre masnadieri furono impiccati.
              







giovedì 28 novembre 2013

SECONDA GIORNATA - NOVELLA N.1

SECONDA GIORNATA – NOVELLA N.1


Martellino, fingendosi storpio, simula di guarire grazie al Beato Arrigo, scoperto il suo inganno, è picchiato e arrestato; corre il pericolo di essere impiccato per la gola, ma alla fine si salva.


Neifile iniziò il racconto riflettendo che ,alcune volte, chi voleva beffare gli altri, si ritrovava egli stesso beffato.E volle dimostrare ciò nel rispetto del tema fissato dalla regina.
Non molto tempo addietro, viveva in Treviso un tedesco chiamato Arrigo, santo e apprezzato da tutti, molto povero, che viveva portando pesi a pagamento.
A detta dei trevigiani, nell’ora della sua morte , tutte le campane del Duomo , senza essere tirate, si misero a suonare. Tutti gridarono al miracolo e, ritenendo Arrigo Santo, si recarono, in pellegrinaggio, alla casa dove giaceva, conducendo lì zoppi, ciechi, ammalati, tutti quelli che avevano qualche infermità e qualche difetto, sperando che miracolosamente potessero guarire toccando quel corpo.
In tale circostanza, giunsero a Treviso tre fiorentini, uno chiamato Stecchi, l’altro Martellino e il terzo Marchese. Costoro erano buffoni che giravano per le corti dei signori, travestendosi e facendo imitazioni per divertire gli spettatori. Vedendo accorrere tanta gente si meravigliarono e, udito il motivo, vollero andare a vedere.
Depositati i bagagli in albergo, pensarono a come fare per arrivare alla casa del morto.
L’impresa non era facile, perché la piazza era piena di tedeschi e la chiesa ancora di più.
Martellino ebbe un’idea. Decise di fingersi storpio, di non poter camminare e di farsi sostenere da un lato da Stecchi e dall’altro da Marchese.
L’idea piacque ai suoi amici e subito misero in atto il piano.
Martellino contrasse talmente le mani, le braccia, le gambe, la bocca, gli occhi e tutto il viso da sembrare veramente terribile e non c’era nessuno che ,vedendolo, non lo ritenesse handicappato.
Per avvicinarsi alla chiesa, i due compagni ,che lo sostenevano, chiedevano di fare spazio e tutti si scostavano, anzi, alcuni uomini li aiutarono a mettere Martellino sul corpo di Arrigo perché potesse riacquistare la salute. Martellino, mentre tutta la gente era attenta a vedere che cosa gli succedesse, piano piano, cominciò a distendere le dita, poi la mano, poi il braccio e così tutto il corpo, come sapeva fare benissimo.
La gente, vedendo ciò, subito gridò al miracolo, con grida tanto forti in onore di Santo Arrigo da uguagliare il rumore dei tuoni.
Per caso ,si trovava in quel luogo un fiorentino che conosceva bene Martellino, ma che non lo aveva riconosciuto mentre si fingeva storpio. Lo riconobbe subito ,quando si raddrizzo, cominciò a ridere e disse “ O Signore ,che gli venga un accidente! Chi non avrebbe creduto, vedendolo, che era veramente storpio?”.
Alcuni trevigiani, udendolo, ebbero dei dubbi e chiesero all’uomo chiarimenti.
Il fiorentino rispose che quel bugiardo era sano come tutti loro, ma era un buffone che amava travestirsi e giocare. Udito ciò, tutti si misero a gridare e ad accusare il simulatore di volersi beffare di Dio e dei Santi e, afferratolo, gli strapparono le vesti e lo colpirono con pugni e calci, nonostante che egli chiedesse pietà.
I due amici non osavano aiutarlo, per paura di fare la stessa fine, pure cercavano il modo per sottrarlo all’ira del popolo, che l’avrebbe sicuramente ucciso.
Marchese, allora, andò a chiamare le guardie , accusando Martellino di avergli rubato una borsa con cento fiorini d’oro. Immediatamente le guardie corsero dove lo sventurato le stava buscando e lo sottrassero alle mani della folla infuriata. Molti li seguirono e, sentendo di che cosa era accusato, pensando di fargli avere una condanna più pesante, cominciarono a dire che anche a loro era stato rubato del denaro (era stata tagliata la borsa). Udendo queste accuse ,il giudice del podestà cominciò ad interrogarlo.
Visto che l’accusato non prendeva sul serio la cosa, ma scherzava, lo fece torturare, legandolo alla corda, per, poi, farlo impiccare. Posto a terra, alle domande del giudice egli rispose “Signor mio, vi confesserò le verità. Ma fatevi dire da coloro che mi accusano quando e dove li derubai”.
Il giudice chiamò gli accusatori che riferirono che uno era stato derubato otto giorni prima, un altro sei, un altro quattro, uno lo stesso giorno. Udendo ciò ,Martellino disse “ Signor mio, costoro mentono spudoratamente, perché io sono arrivato da poco. Potete controllare chiedendo all’albergatore e all’ufficiale addetto alla registrazione dei forestieri”.
Mentre le cose stavano così, Marchese e Stecchi, che temevano di aver gettato il compagno dalla padella nel fuoco, trovato l’oste ,gli raccontarono il fatto. Egli, ridendo, li condusse da un certo Sandro Angolanti, che abitava a Treviso ed era molto amico del Signore della città e gli raccontò ogni cosa.
Anche Sandro si divertì molto e andò dal Signore ad intercedere per la salvezza di Martellino, salvezza che ottenne.
Quando andarono a prenderlo, lo trovarono in camicia, smarrito e morto di paura, davanti al giudice, che non voleva sentire ragione , che, per odio ai fiorentini, voleva impiccarlo a tutti i costi e  per nessuna ragione voleva liberarlo. Alla fine ,il giudice, suo malgrado, fu costretto a lasciarlo andare.
Quando Martellino fu al cospetto del Signore raccontò tutto quello che aveva combinato e lo pregò di lasciarlo andare perché, fino a che non fosse giunto a Firenze, si sarebbe sentito ,sempre col cappio alla gola.
Dopo moltissime risate per l’accaduto, il Signore fece donare un abito ad ognuno e tutti e tre se ne tornarono sani e salvi a Firenze, usciti dal pericolo oltre ogni speranza.