giovedì 20 marzo 2014

TERZA GIORNATA - NOVELLA N.5

TERZA GIORNATA – NOVELLA N.5

Il Zima dona a Messer Francesco Vergellesi un suo pallafreniere, col suo permesso parla con la di lui moglie, che tace, il Zima, rispondendo al posto di lei, ottiene il risultato voluto.

La regina, avendo Panfilo concluso il racconto di frate Puccio, fece cenno ad Elissa , un po’ ritrosa e timida, per indole, di continuare .Ed ella incominciò col dire che molti saputoni credevano che gli altri non sapessero nulla e, volendo ingannare gli altri alla fine dagli altri erano ingannati; per questo era da ritenersi follia provocare, senza motivo, l’ingegno altrui.
Per convincere tutti della sua opinione Elissa, seguendo l’ordine della narrazione, raccontò che vi fu ,un tempo, in Pistoia un cavaliere di nome messer Francesco, della famiglia dei Vergellesi, uomo ricco e savio , ma avarissimo.
Dovendo andare a Milano, come podestà, si era rifornito di tutto quello che gli poteva servire; gli mancava soltanto un bel pallafreno (garzone, attendente), ma non ne aveva trovato uno che gli piacesse.
In Pistoia viveva, allora, un giovane di nome Ricciardo, di umile origine, ma molto ricco, così ordinato e ricercato che veniva chiamato da tutti “Il Zima” (L’azzimato).
Costui era da tempo innamorato, senza speranza, della moglie di messer Francesco, che era bellissima e molto onesta. La qual cosa era risaputa da tutti.
Il giovane aveva uno dei più bei palafrenieri della Toscana e lo teneva in gran conto.
Qualcuno consigliò all’avaro di chiedere il garzone al Zima, che glielo avrebbe sicuramente dato per l’amore che portava alla donna.
Messer Francesco, fatto chiamare il Zima, gli chiese di vendergli il ragazzo.
Zima glielo offrì in dono a condizione di poter parlare, con il suo permesso ,con la moglie.
Il colloquio doveva avvenire alla presenza del marito, ma separatamente, così che il Zima potesse essere ascoltato solo da lei.
Il cavaliere, spinto dall’avarizia, sperando di ingannare il giovane, andò dalla moglie ,le spiegò tutto e le impose di ascoltare, ma di non rispondere assolutamente alle parole dell’uomo.
La donna gradì poco la cosa, ma acconsentì per compiacere il marito e lo seguì per udire ciò che  costui voleva dirle.
Il Zima le si sedette accanto e le confessò tutto il suo amore, dichiarandosi suo umile servitore.
Affermò che se non fosse stato ricambiato sarebbe morto e lei sarebbe stata un’omicida.
Sperando in una risposta positiva, tacque sospirando, in attesa che la donna gli rispondesse.
La donna, già piegata dagli assidui corteggiamenti, fu turbata dalle affettuose parole del ferventissimo amante e cominciò a provare amore per lui. Pure rimase in silenzio per obbedire all’ordine del marito, ma con l’espressione del viso, con il lampeggiar degli occhi e con lunghi sospiri dava speranza al suo corteggiatore. Zima, allora, per comunicare, seguì un nuovo sistema.
Come se fosse la donna a rivolgersi a lui disse “ Zima mio caro, già da tempo conosco il tuo amore per me e ne sono contenta, anzi ti ho amato più di ogni altro uomo, ma ho dovuto respingerti per paura d’altri e per conservare il mio buon nome. Ora viene il momento di dimostrarti il mio amore, abbi speranza. Infatti messer Francesco, fra pochi giorni, andrà a Milano, come podestà, come ben sai, visto che gli hai donato il bel palafreno. Fra pochi giorni, quando sarà partito, potremo realizzare il nostro amore.
Non ci parleremo più fino al giorno in cui vedrai due asciugamani stesi alla finestra della mia camera, che è sopra al giardino.
Quella sera, di notte, senza che nessuno ti veda, attraverso l’ingresso del giardino, verrai da me.
Io ti aspetterò e tutta la notte, scambievolmente, ci ameremo, come desideriamo”.
Zima, terminato il discorso da lui fatto al posto della donna, incominciò a parlare per sé, assicurando che avrebbe fatto ogni cosa ,proprio come lei aveva indicato.
La donna, per tutto il tempo, non disse una sola parola.
Poi Zima si alzò e ritornò verso il cavaliere  e gli disse che non aveva mantenuto la promessa di farlo parlare con la sua donna, invece l’aveva fatto parlare con una statua di marmo.
Messer Francesco, soddisfatto per aver ottenuto il palafreniere, conservando la stima per sua moglie, se ne andò a fare il podestà a Milano.
La donna, rimasta sola, ripensava alle parole di Zima, che aveva rinunziato all’attendente per amor suo, vedendolo spesso passare sotto la sua casa.
Riflettè che non era il caso di perdere la sua giovinezza nell’attesa di un marito che era andato a Milano, sarebbe ritornato dopo sei mesi e l’avrebbe risarcita da vecchia.
Pensò, ancora, che difficilmente avrebbe trovato un amante come Zima, che era sola, che nessuno avrebbe saputo nulla, ed ,infine ,che era meglio fare una cosa e pentirsi ,piuttosto che non farla e pentirsene lo stesso. 
Dopo queste riflessioni, pose due asciugamani alla finestra che affacciava sul giardino, come Zima aveva detto.
Vedendoli ,lietissimo, la notte seguente, l’uomo andò alla porta del giardino, la trovò aperta, entrò in casa dove trovò la gentildonna che lo aspettava e che lo ricevette con grandissima festa.
Abbracciandola e baciandola centomila volte, Zima la seguì per le scale e, senza indugio, si coricarono e fecero l’amore appassionatamente.
E quella fu la prima, ma non l’ultima volta, perché si incontrarono, con gran piacere reciproco, molte altre volte, sia quando il marito era a Milano, sia dopo che era tornato.





giovedì 13 marzo 2014

TERZA GIORNATA - NOVELLA N.4

TERZA GIORNATA – NOVELLA N.4

 Don Felice insegna a frate Puccio come diventerà beato facendo penitenza; Mentre padre Puccio la fa, Don Felice gode con la moglie del frate.

Filomena, finita la novella, tacque e la regina, ridendo, fece segno a Panfilo di continuare.
E Panfilo cominciò dicendo che c’erano persone che mentre si sforzavano di andare in Paradiso, senza accorgersene ci mandavano gli altri, come accadde ,non molto tempo addietro, ad una loro concittadina. Secondo quanto si diceva , vicino al convento francescano di San Pancrazio, viveva un uomo buono e ricco, chiamato Puccio di Rinieri, che, dedito alle cose dello spirito, si fece terziario francescano, col nome di frate Puccio. Seguendo la via dello spirito, trascurò la moglie e si diede tutto alla chiesa. Da ignorante e rozzo qual’era, pregava in continuazione, andava alle prediche, digiunava e faceva penitenza.
La moglie, che si chiamava Elisabetta, giovane, tra i ventotto e i trenta anni, fresca, bella e rotondetta come una mela di Casale, per la santità del marito era sempre a dieta, contro la sua volontà, e, quando voleva dormire col marito, lui le raccontava la vita di Cristo o il lamento della Maddalena.
In quel periodo tornò da Parigi un monaco conventuale di San Pancrazio, chiamato don Felice, giovanissimo, bello, intelligente e colto. Divenuto amico di frate Puccio, spesso e volentieri , si recava a casa sua a pranzo e a cena ; la moglie del frate, per compiacere il marito, li accudiva volentieri.
Il monaco, frequentando la casa, vedendo la donna così bella e rotondetta, ma sofferente, pensò di poter sostituire il marito e togliergli la fatica.
Ben presto, astutamente, suscitò in Elisabetta i suoi stessi desideri ; ma era molto difficile incontrarsi perché frà Puccio non usciva mai di casa.
Pensando e ripensando, don Felice escogitò un piano, che gli permettesse di stare in casa con la donna senza sospetto, nonostante anche il frate fosse in casa.
Un giorno, mentre era con il frate, gli disse che conosceva bene il suo desiderio di diventare santo e gli poteva insegnare una via per raggiungere la santità rapidamente. Ma il Papa e gli alti prelati, che la usavano, non volevano che si conoscesse perché avrebbero perduto le elemosine dei laici, cui tenevano tanto.
Fra Puccio promise solennemente che non ne avrebbe parlato con nessuno.
Il monaco ,allora, gli rivelò che i Santi Dottori facevano fare a chi voleva diventare beato una penitenza ,che lo avrebbe purgato dei peccati commessi e, anche di quelli che avrebbe fatto dopo. Tali peccati se ne sarebbero andati con l’acqua santa, come capitava con quelli veniali.
La penitenza consisteva, prima di tutto, nel confessarsi scrupolosamente, nel fare quaranta giorni di digiuno e nell’astinenza rigidissima dal toccare non solo le altre donne, ma anche la propria moglie.
Inoltre era opportuno che avesse in casa un luogo da cui, di notte, si potesse vedere il cielo. Colà doveva porre una tavola molto grande dove doveva appoggiare la schiena e stare in piedi, con le braccia aperte, come un crocifisso, e così doveva stare fino al mattino. Doveva, nel frattempo, recitare trecento Paternostri e trecento Avemarie in onore della Trinità . Poi, guardando il cielo, doveva sempre ricordare che Dio era il creatore del cielo e della terra e che Cristo era stato sulla croce come lui. All’alba se ne poteva andare nel suo letto a dormire. Al mattino seguente doveva andare in chiesa per udire almeno tre messe e recitare cinquanta Paternostri ,con altrettante Avemarie. In seguito ,doveva pranzare e nel pomeriggio, verso le sei, andare nuovamente in chiesa per recitarvi certe orazioni, senza le quali la penitenza non si poteva fare.
Se avesse seguito tutte le indicazioni, già prima di finire la penitenza, avrebbe sentito che cosa meravigliosa era la beatitudine eterna.
Frate Puccio, ben determinato, decise che avrebbe cominciato a fare penitenza la domenica successiva e, ritornato a casa ,raccontò ogni cosa alla moglie.
Ella, comprendendo il gioco del monaco, assecondò il marito,  promettendo che con lui avrebbe solo digiunato, ma non avrebbe fatto altro.
Venuta la domenica, frate Puccio cominciò la penitenza.
Il signor monaco, sicuro di non poter essere scoperto, per molte sere andava a cena dalla donna, portando ogni ben di Dio da mangiare e da bere. Poi giaceva con lei fino all’alba, infine, svegliatosi, se ne andava, e frate Puccio tornava nel suo letto.
Il luogo scelto per la penitenza si trovava vicino alla camera della donna, diviso da un sottilissimo muro. Durante la notte, i due amanti, nel fare l’amore con troppo ardore, provocavano delle scosse del pavimento della casa. Il frate, senza muoversi, chiamò la moglie e le chiese che cosa faceva. La donna, molto
scherzosamente, rispose che era lei che si dimenava perché non poteva dormire per il digiuno, infatti,  come  aveva sentito dire mille volte “ chi la sera non cena, la notte si dimena”
Credette, lo sciocco, che la moglie non poteva dormire per il digiuno e, in buona fede, le disse “Donna, te l’avevo detto di non digiunare, ma tu l’hai voluto fare, non pensare a ciò e cerca di riposare; ti dimeni tanto nel letto, che fai dimenare tutta la casa”.
La donna gli rispose di non preoccuparsi e di continuare nella sua penitenza. E frate Puccio riprese i suoi Paternostri.
La donna e il signor monaco da quella notte, fecero disporre in un’altra parte della casa un letto, dove stavano, in grande allegria, per tutto il tempo della penitenza di frate Puccio. Nello stesso momento il monaco se ne andava e la donna tornava nel suo letto, vicino al luogo della penitenza, dove rientrava il frate. Procedendo così le cose, la donna, scherzando col monaco, diceva che, grazie alla penitenza che faceva il marito, loro due avevano guadagnato il Paradiso.
Quando la penitenza finì, Elisabetta, apprezzando molto i cibi che le aveva fatto assaggiare il monaco, mentre il marito l’aveva tenuta lungamente a dieta, trovò il modo di continuare a nutrirsi con lui.
In conclusione, mentre frate Puccio, facendo penitenza, credette di mettersi in Paradiso, ci mise il monaco e la moglie, che con lui viveva nel bisogno di ciò che il monaco le donò abbondantemente.


giovedì 6 marzo 2014

TERZA GIORNATA - NOVELLA N.3

TERZA GIORNATA – NOVELLA N.3

 Fingendo di confessarsi e di essere con coscienza purissima, una donna innamorata di un giovane, induce un frate autorevole, senza che se ne accorga, a farle realizzare i suoi desideri.

Mentre Pampinea ormai taceva e tutti lodavano l’astuzia del pallafreniere e il senno del re, la regina fece cenno a Filomena di continuare.
Filomena cominciò dicendo che voleva raccontare una beffa che una bella donna fece ad un religioso importante. Considerò, inizialmente ,che talvolta i religiosi erano i più stolti tra gli uomini e credevano di sapere più degli altri. Erano avidi, andavano dove potevano trovare da mangiare e potevano essere beffati non soltanto dagli uomini ma anche da qualcuna delle donne.
Continuò poi riferendo che pochi anni prima, viveva in Firenze una gentildonna bella, intelligente più di qualunque altra, di cui non avrebbe rivelato il nome perché vivevano ancora coloro che si potevano adirare, mentre c’era solo da ridere.
Costei, nata da una famiglia nobile, aveva sposato un artigiano della lana ricchissimo, ma disprezzato dalla moglie, che non lo riteneva degno di lei, per la sua bassa condizione.
Peraltro, l’uomo, nonostante le sue ricchezze, era anche ignorante, sapeva parlare solo di come produrre un tessuto, di come ordire una tela, di come fare un filato. Decise, dunque, di dare al marito solo il minimo indispensabile nei rapporti coniugali, ma di voler trovare per sé un uomo più degno del lanaiolo.
Si innamorò follemente, di un uomo valoroso di mezza età (35 anni circa), ma l’uomo non si accorgeva di niente. Sapendo che costui era amico di un religioso grande e grosso, un po’ stupido, ma molto stimato, ritenne che poteva servirsi di lui come intermediario tra lei e l’uomo.
Si recò in chiesa e chiese di essere confessata dal frate. Egli ascoltò la confessione .
Tra le tante cose, la donna gli riferì che un uomo bello e fisicamente ben piantato le aveva posto assedio e se lo trovava sempre intorno, sia quando si affacciava alla finestra, sia sull’uscio quando usciva di casa.
La cosa l’addolorava enormemente perché era una donna onesta, innamorata più che mai di suo marito, uomo ricchissimo, e che mai era stata tentata di fare qualcosa contro l’onore coniugale. Aveva pensato di parlarne con i suoi fratelli, ma aveva cambiato idea perché temeva che ne potesse nascere uno scandalo. Invece aveva preferito parlarne con lui perché sapeva che erano amici.
Chiedeva al frate di parlargli e di consigliargli di rivolgere le sue attenzioni ad altre donne, che a lei quell’interesse esagerato dava grande noia e non era disposta ad assecondarlo.
Il santo frate le credette e, avendo compreso a chi si riferiva, promise di intervenire. Espose poi le proprie necessità e ringraziò per la ricca elemosina. La donna , presa la penitenza, se ne tornò a casa.
Non molto dopo , l’uomo andò dal frate, dopo aver discusso del più e del meno, il religioso lo tirò da parte e, in modo cortese, lo invitò a desistere dal corteggiare la donna.
Poiché l’uomo, meravigliato, negava, il frate rispose che era certo di quello che diceva perché glielo aveva detto lei stessa, con molto rammarico. Precisò, ancora, che era una donna onesta, che aveva disgusto di quelle cose e voleva essere lasciata in pace.
L’uomo, più intelligente del santo frate, comprese l’astuzia della donna, fingendo vergogna ,promise di evitare, per il futuro , il corteggiamento. Allontanatosi, andò sotto casa della donna, che era alla finestra, sorridente, dimostrando che egli aveva ben compreso il senso delle parole del frate. Da quel giorno continuò a passare spesso per quella strada ,cautamente, fingendo di dover fare qualche servizio.
La donna, accortasi di essere corrisposta, volendo dimostrargli più chiaramente il suo amore, tornò il chiesa e cominciò a piangere. Al frate ,che chiedeva se l’uomo aveva rispettato la promessa fattagli di non infastidirla più, ella rispose che , anzi, era avvenuto il contrario. Infatti, per tutta risposta, il perfido, mentre prima passava una volta sotto casa, adesso passava sette volte. Come se non bastasse il guardarla, era stato così ardito e sfacciato che le aveva mandato in casa , proprio il giorno prima, una donna con in dono una borsa e una cintura, come se lei non avesse già delle borse e delle cinture. Infuriata, si era trattenuta dal fare il diavolo a quattro, per rispetto del frate. Aveva restituito i due oggetti alla servetta, ma poi, temendo che quella se li tenesse per sé, se li era ripresi e li aveva portati al frate perché li restituisse al donatore. Gli dicesse, inoltre, che non aveva bisogno delle sue cose perché, grazie a Dio e a suo marito, aveva tante cinture e borse da potervi affogare dentro. Minacciò che se l’insistenza non fosse cessata, ne avrebbe parlato al marito e ai fratelli. Detto questo, piangendo, trasse fuori dalla veste, una borsa preziosa e una cintura e le gettò in grembo al frate.
Costui promise che sarebbe nuovamente intervenuto a dargli una tirata d’orecchi tale che l’uomo non le avrebbe più dato fastidio. Raccomandò di non parlarne , assolutamente, con il marito e i fratelli perché ne poteva seguire un gran danno.
La donna ,fingendo di rasserenarsi e conoscendo l’avidità del frate, aggiunse che in sogno le erano apparsi i parenti morti, in gran pena, che chiedevano elemosine, e, soprattutto sua madre, che faceva pietà, preoccupata della situazione della figlia. Gli mise, dunque, un fiorino in mano perché dicesse per le anime dei suoi morti  quaranta messe di San Gregorio ed altre preghiere , per trarle fuori dall’Inferno.
Il frate, lieto, prese le offerte ,le diede la benedizione e la congedò. Non accorgendosi di essere stato ingannato, rimproverò aspramente il suo amico, che tiepidamente negava.
Dopo aver detto molte parole, il frate sciocco diede la borsa e la cintura all’amico e, dopo molte raccomandazioni , lo licenziò.
Allontanatosi il frate, l’uomo si recò dalla donna e le fece vedere che aveva la borsa  e la cintura, a conferma che le cose andavano per il meglio. Ormai aspettavano solo che il marito andasse da qualche parte ,per potersi incontrare.
Non molto dopo, il marito partì per Genova per una commissione.
Subito dopo la sua partenza, la donna si recò dal frate e, piangendo, gli disse “Padre mio, vi ho promesso l’altro ieri che non avrei fatto nulla senza avvisarvi, perciò vi voglio dire che cosa ha fatto quel diavolo dell’inferno del vostro amico. Stamattina, poco prima dell’alba, avendo saputo, non so come, che mio marito era andato a Genova, è entrato nel mio giardino e, attraverso un albero, è venuto sulla finestra della mia camera.
L’aveva già aperta e voleva entrare, quando mi svegliai e avrei gridato se non mi avesse chiesto di tacere per Dio e per voi, rivelandomi chi era. Tacqui, per amor vostro, e nuda come nacqui, corsi a chiudergli la finestra sul viso. Credo che se ne andò, perché non lo sentii più. Dissuadetelo voi dal continuare, perché non ne posso più”.
Il frate non sapeva che dire dalla meraviglia, pure, promise di intervenire nuovamente per frenare quel diavolo scatenato, che credeva un santo, per togliergli dalla mente quella bestialità.
Era appena uscita dalla chiesa che sopraggiunse l’uomo che fu accusato dal frate, con grande veemenza, di essere spergiuro e traditore.
Il furbone, che aveva ben capito dove portavano i rimproveri del religioso, gli chiese perché si adirava tanto, come se avesse crocifisso Cristo.
Il frate lo rimproverò aspramente perché, come la donna gli aveva riferito, sapendo che il marito non c’era, di notte  era andato nel giardino della donna, era salito sull’albero e dalla finestra aveva cercato di entrare in camera sua . Aggiunse che ,in quel modo, non poteva vincere la santità della donna che ,se fino ad allora aveva taciuto grazie alle preghiere del frate, avrebbe rivelato tutto ai fratelli.
Il valente uomo , saputo ciò che gli serviva, calmò il frate con mille promesse.
Allontanatosi, seguì a puntino le istruzioni e, nella notte seguente, entrò nel giardino, salì sull’albero, trovò la finestra aperta, entrò nella camera, dove trovò la donna ad attenderlo con le braccia aperte.
Mentre erano impegnati  nei giochi d’amore, ridevano della stupidità del frate bestione che aveva insegnato così bene all’uomo la via per incontrarsi.
Sistemati i fatti loro, non tornarono più dal frate, ma si ritrovarono, allegramente, molte altre notti insieme, in grazia di Dio, come Filomena si augurava che potesse accadere a tutti coloro che ne avessero voglia.



venerdì 28 febbraio 2014

TERZA GIORNATA - NOVELLA N.2

TERZA GIORNATA – NOVELLA N.2


Un palafreniere (scudiero) giace con la moglie di Agilulfo re, della cosa Agilulfo si accorge; lo trova e lo tosa; il tosato tosa tutti gli altri e così evita la sventura.


Finita la novella di Filostrato, alcune donne erano arrossite, altre avevano riso.
 Pampinea, al cenno della regina, cominciò col considerare che vi erano alcuni imprudenti  che volevano dimostrare a tutti i costi di conoscere quello che era opportuno che non sapessero.
Spesso rimproverando i difetti nascosti negli altri, credevano di diminuire la loro vergogna , invece l’accrescevano all’infinito. Ed era vero anche il contrario, come si evidenziava dal comportamento tenuto da un uomo, ritenuto inferiore anche a Masetto, per vincere un saggio e valente re.
Agilulfo, re dei longobardi, pose il trono reale, come i suoi predecessori, a Pavia, città della Lombardia, dopo aver sposato Teodolinda, vedova di Autari, donna bellissima, saggia, onesta ,ma sfortunata in amore.
Mentre il regno longobardo prosperava, un palafreniere (scudiero), di umilissima condizione, ma bello e possente come un re, si innamorò perdutamente della regina.
Egli sapeva bene che la sua condizione non gli consentiva di svelare il suo amore, ma, sebbene senza speranza, si gloriava di amare una donna importante e faceva di tutto per recarle piacere.
Quando la regina andava a caccia, si riteneva beato se poteva stare vicino alla sua staffa e toccare i suoi panni.
Il desiderio era tanto forte che più volte pensò di morire, non avendo alcuna possibilità di soddisfarlo.
Voleva, comunque, che apparisse manifesto che moriva per l’amore che aveva portato e portava alla regina. Prima di morire escogitò un piano per poter giacere con lei fingendo di essere il re, dal momento che non c’era altro modo. Sapeva che il re non dormiva con la dama, ma di tanto in tanto si recava nella camera della moglie. Per vedere in che abito e quante volte il re si recava dalla regina, si nascose, per diverse notti , in una sala del palazzo reale , che era tra la camera del re e quella della regina.
Una notte vide il re uscire dalla sua camera, avvolto in un lungo mantello, avendo in una mano una torcia e nell’altra una bacchetta, ed andare alla camera della regina.
Notò che il re percuoteva la porta con uno o due colpi della bacchetta, che l’uscio si apriva e gli veniva tolta di mano la torcia.
Il giovane pensò di dover fare nello stesso modo per entrare. Si fornì di un mantello, di una torcia e di una mazza, si fece un bel bagno, perché l’odore di letame non svelasse l’inganno alla regina ,e si nascose nella sala. La notte, sentendo che tutti dormivano, desiderando possedere la regina o morire, accese la torcia, indossò il mantello e si avviò. Giunto davanti alla camera della sovrana, colpì due volte la porta con la bacchetta.
La camera fu aperta da una cameriera assonnata, che prese la torcia e la spense.
Egli, posato il mantello, entrò nel letto della regina, che dormiva. Presala in braccio, perché sapeva che il re faceva l’amore in silenzio, senza dire alcuna cosa e senza che alcuna cosa gli fosse detta, più volte conobbe carnalmente la regina. Poi, temendo di essere scoperto, si alzò, riprese il mantello e la torcia e tornò nel suo letto.
Se ne era appena andato che il re, alzatosi, andò nella camera della regina.
Ella si meravigliò molto e, salutandolo lietamente, gli chiese come mai era ritornato da lei così presto, dopo aver goduto generosamente in numerosi amplessi.
Il re, udendo quelle parole, comprese che la moglie era stata ingannata, ma, da saggio qual’era, visto che la regina non si era accorta dell’inganno e neppure altri, pensò di non svelare nulla.
Molti altri sciocchi si sarebbero chiesti chi era stato, come era entrato; da ciò sarebbero derivate molte gravi cose che avrebbero rattristato la donna, la quale avrebbe potuto desiderare di nuovo quello che aveva provato. Invece il re ritenne che tacendo non avrebbe avuto nessuna vergogna, parlando avrebbe procurato a sé e alla moglie disonore.
Rispose ,allora, alla moglie che era uomo da potersi permettere di giacere più volte, in una stessa notte con lei. Visto, però, che la sovrana si preoccupava per la sua salute, seguendo il consiglio della donna, prese il mantello e se ne andò.
Adirato, decise di scoprire ,di nascosto, chi era stato, sicuro che doveva trattarsi di uno che era nella casa.
Presa una piccola lanterna ,se ne andò in un lunghissimo quartiere del suo palazzo, che era sopra le stalle dei cavalli, dove dormiva la servitù.
Ritenendo che colui che aveva giaciuto con la regina doveva avere ancora il cuore che gli batteva forte per lo sforzo compiuto, in silenzio, cominciò a toccare a tutti il petto, per sapere a chi batteva più forte.
Mentre tutti dormivano, il palafreniere non dormiva ancora. Vedendo che il re si avvicinava, temette di aggiungere alla palpitazione del cuore dovuta alla fatica, una palpitazione maggiore dovuta alla paura, pensando che se il re se ne fosse accorto l’avrebbe fatto uccidere. Decise allora di fingere di dormire.
Il sovrano, avvicinatosi e sentendo che il cuore dello scudiero batteva più forte, riconobbe in lui il colpevole. Ma ,poiché non voleva che la cosa si sapesse, non fece altro che tagliargli ,con un paio di forbicette che aveva portato con sé, da un lato della testa, i capelli che aveva lunghissimi , per poterlo riconoscere il mattino dopo. Fatto ciò se ne ritornò nella sua camera.
Il giovane, che non era stupido, capì perché era stato così segnato. Senza perder tempo, si alzò e ,con un paio di forbicette che per caso si trovavano nella stalla per servizi ai cavalli, piano piano tagliò i capelli a tutti, sopra le orecchie, come erano stati tagliati a lui. Fatto ciò, furtivamente, se ne tornò a dormire.
Il  re , al mattino, dopo essersi alzato, convocò al suo cospetto tutta la servitù, per individuare il colpevole. Vide, con grande sorpresa, che la maggior parte dei servi aveva i capelli tagliati nello stesso modo. Meravigliato disse tra sè " Costui che vado cercando, pur se di bassa condizione, mostra assai bene di essere di grande intelligenza”.
Poi, considerando che per una piccola vendetta avrebbe acquistato una gran vergogna, con poche parole volle ammonire il colpevole e dimostrargli che aveva capito, disse, allora, rivolto a tutti “ Chi fece ciò non lo faccia mai più e andate con Dio”.
Un altro, meno saggio, avrebbe fatto interrogare e torturare i servi, scoprendo il misfatto, che avrebbe ,poi, dovuto vendicare. Con ciò avrebbe accresciuta la vergogna sua e avrebbe contaminata l’onestà della sua donna.
I servitori si sorpresero per le parole del re e si chiesero che cosa voleva dire. Solo il colpevole ne intese appieno il senso, non disse niente, ma, da uomo saggio qual’era ,finchè il re fu vivo, non mise più a rischio la sua vita con un’azione del genere.





giovedì 20 febbraio 2014

TERZA GIORNATA - NOVELLA N.1

TERZA GIORNATA – NOVELLA N.1

Masetto da Lamporecchio si finge muto e diventa ortolano di un monastero di suore ,le quali tutte sono coinvolte e giacciono con lui.

Filostrato iniziò il racconto considerando che c’erano molti stolti che credevano che una donna ,solo perché aveva sul capo una benda bianca e in dosso un abito nero, non era più femmina e non sentiva più gli appetiti femminili, come se il divenire monaca l’avesse fatta divenire di pietra.
Come pure vi erano altri stolti che credevano che lavorare la terra con zappe e con vanghe, mangiare cibi poco raffinati, sopportare i disagi togliessero ai contadini i desideri della carne e li rendessero ottusi.
Proseguì, poi, dicendo, a conferma della premessa, che nelle contrade toscane c’era nel passato e c’era ancora un monastero assai famoso ,che non avrebbe nominato per non diminuire la sua fama.
In esso, non era passato ancora molto tempo, c’erano otto donne ,con una badessa, tutte giovani, e un ometto che coltivava il giardino. Costui, non contento della paga, se ne tornò a Lamporecchio, suo paese d’origine.
Fra coloro che l’accolsero lietamente, c’era un giovane contadino chiamato Masetto, forte, robusto, di bell’aspetto che chiese al buon’uomo, che si chiamava Nuto, quale lavoro facesse al monastero.
Nuto rispose che coltivava il giardino, raccoglieva legna nel bosco e faceva altri servizi, ma lo pagavano tanto poco che non si ci poteva comprare nemmeno le scarpe. E poi quelle monache, che erano tutte giovani, pareva che avessero il diavolo in corpo, non erano mai contente di niente, erano talmente seccanti che lui era andato dall’amministratore e si era licenziato.
L ‘amministratore gli aveva chiesto di procurargli un altro contadino , ma lui se ne sarebbe guardato bene. Sentito ciò, Masetto provò un grande desiderio di andare da quelle monache, e, senza comunicare a Nuto la sua intenzione, aggiunse che sarebbe stato meglio stare con i diavoli che con le femmine, che non sapevano mai quello che volevano.
Dopo che si furono separati, Masetto, considerato che il lavoro richiesto lo sapeva fare bene, temette di non essere accettato perché era troppo giovane e appariscente. Pensando e ripensando , decise di fingersi muto, tanto lì nessuno lo conosceva.
Come un pover’uomo, con la scure sul collo, si presentò al monastero, dove trovò, per caso, l’amministratore. Facendo dei gesti come fanno i muti per farsi capire, chiese da mangiare e si offrì di spaccare la legna.
Dopo avergli dato da mangiare, l’uomo gli dette da spaccare dei grossi ceppi di legno, cosa che Masetto, che era forte e vigoroso, fece con grande energia. Poi gli dette un asino e si fece portare la legna a casa , nei giorni successivi si fece fare diversi altri servizi, dandogli ordini con i gesti.
Un giorno la badessa lo vide e domandò chi fosse. L’amministratore rispose che era un pover’uomo sordomuto, molto capace, che sarebbe stato adatto a curare il giardino del monastero, anche perché, essendo sordomuto, non poteva motteggiare le giovani monache.
La badessa fu subito d’accordo. Masetto, poco lontano, sentì tutto e, lieto, già pensava a come avrebbe lavorato ben bene l’orto. L’amministratore, visto che sapeva lavorare benissimo, affidò al giovane l’incarico e se ne andò.
Man mano che passavano i giorni, le monache cominciarono a stuzzicarlo e a prenderlo in giro, come si fa con i muti, e, non sapendo che egli comprendeva tutto, dicevano che la badessa pensava che quello fosse senza coda, come era senza parola.
Un giorno due monacelle, gli si avvicinarono e lo cominciarono a guardare. Una confessò all’altra di aver fatto pensieri peccaminosi, che forse anche lei aveva avuto, ma bisognava mantenere il segreto e non confessarli. Disse, ancora, che aveva saputo che non c’è dolcezza più grande al mondo di quella che la femmina provava quando giaceva con un uomo. Aggiunse che, poiché nel monastero non vi erano altri uomini oltre l’amministratore e il muto, aveva deciso di provare se ciò era vero con l’ortolano. Sicuramente era l’uomo più adatto perché, se pure avesse voluto, non avrebbe potuto parlare perché muto ed anche un po’ tonto.
La seconda monaca si preoccupava della loro verginità, promessa a Dio, e del rischio di una gravidanza, ma la compagna ,più scaltra, riuscì a vincere le resistenze dell’altra.
Le due misero a punto un piano. Alle tre del pomeriggio, quando le altre monache riposavano, sarebbero scese nell’orto, avrebbero preso per mano il giovane e l’avrebbero condotto in una capanna, dove si riparava dalla pioggia. Mentre l’una giaceva con Masetto, l’altra avrebbe fatto da guardia.
Considerarono che il muto era tanto sciocco che le avrebbe accontentate.
Il giovane, che aveva sentito tutto, non aspettava altro.
Le monachelle , assicuratesi di non essere viste, si avvicinarono e quella che aveva fatto la proposta svegliò Masetto ,lo condusse nella capanna dove egli fece ciò che la monaca voleva ,senza farsi troppo pregare.
Poi toccò all’altra e, prima che si allontanassero, vollero provare più di una volta come il muto sapeva cavalcare.
Confidandosi tra loro dicevano che era proprio vero che era la cosa più dolce del mondo e, in seguito, più volte riprovarono.
Dopo un certo tempo ,una loro compagna, visto il movimento, ne parlò alle altre monache, si consultò con loro se era il caso di accusare le due alla badessa.
Poi mutarono parere e si accordarono in modo che tutte , a turno, divennero compagne dell’ortolano.
Un giorno, siccome faceva molto caldo, la badessa che non si era accorta di nulla, girando tutta sola in giardino, trovò Masetto, che lavorava poco di giorno perché molto aveva cavalcato di notte, addormentato sotto un albero; il vento gli aveva tolto gli abiti di dosso ed era tutto scoperto.
La badessa, vedendolo ,provò lo stesso desiderio che avevano provato le sue monachine. 
Svegliatolo, se lo portò nella sua camera, dove lo tenne per molti giorni, con grandi lamenti delle altre, provando quella dolcezza che prima soleva biasimare.
Il giovane, non potendo soddisfare tante femmine, pensò che l’esser muto , a quel punto, lo poteva danneggiare. Una notte, mentre era con la badessa, cominciò a parlare e disse “ Madonna, ho sentito che un gallo basta a dieci galline, ma dieci uomini possono a fatica soddisfare una femmina, invece ,io ne devo soddisfare nove;  dunque, non potrei durare a lungo, anzi non ce la posso proprio fare ; perciò o mi lasciate andare o trovate voi una soluzione”.
La donna ,che lo credeva muto, si sorprese molto udendolo parlare.
Ed egli spiegò che era diventato muto per un incidente, non lo era di natura ,e quella era la prima notte che gli era tornata la voce.
La badessa gli credette e si fece raccontare tutto quello che era successo. Da donna savia e prudente, con discrezione, senza lasciar partire Masetto, per evitare che egli, parlando , potesse discreditare il monastero, d’accordo con le altre monache e con l’approvazione dell’ortolano, trovò la soluzione.
Essendo morto l’amministratore, diffusero la voce che, per le loro preghiere e per i meriti del santo da cui il monastero prendeva nome, Masetto, che era stato muto per lungo tempo, aveva riacquistato la parola.
Tutti gli abitanti del circondario ci credettero.
Il giovane fu nominato amministratore e potè distribuire le sue fatiche in modo da poterle sopportare.
Nel convento nacquero molti monachini, ma la cosa fu gestita con tanta discrezione che non se ne seppe niente se non dopo la morte della badessa.
Ma ormai Masetto era vecchio, ricco e desideroso di tornarsene a casa sua, per cui non se ne ebbe gran danno.
Così Masetto vecchio, ricco, senza preoccupazione di dover nutrire i suoi figli, avendo speso bene la sua giovinezza, se ne tornò donde era partito, affermando che “ Così trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra il cappello”. 



giovedì 13 febbraio 2014

TERZA GIORNATA - INTRODUZIONE

TERZA GIORNATA – INTRODUZIONE

L’aurora volgeva al termine e il cielo si tingeva di rosso.
La regina, svegliati tutti, avendo già mandato il maggiordomo sul luogo dove dovevano andare, con tutto quello che serviva e con tutti i bagagli, si mise in cammino con il resto della compagnia.
Li accompagnò il canto di molti usignoli e di altri uccelli, mentre avanzavano per una stradina piena di erbe e di fiori che cominciavano a schiudersi per il bacio del sole.
Dopo circa duemila passi, verso le nove, giunsero ad un bellissimo palazzo, posto su una piccola altura (poggio di Camerata), entrati, trovarono sale e camere pulite, piene di tutto ciò che poteva servire e lodarono il padrone. Discesi al piano terra trovarono una grandissima corte, con cantine piene di ottimi vini, con una fonte di acqua sorgiva.
Si sedettero sulla terrazza su cui affacciava la sala, mentre il maggiordomo serviva dolciumi e ottimi vini.
Poi si fecero aprire un giardino che costeggiava il palazzo, dove erano splendidi vigneti, con pergolati di viti ,ed altre piante che mandavano un profumo che pareva di essere in Oriente.
Al centro c’era un prato di erba finissima, con fiori di mille colori, con intorno alberi di aranci e di cedri profumatissimi.
Nel mezzo del prato era situata una fontana di marmo bianchissimo con meravigliosi intagli, ricchissima di acqua, che saliva alta verso il cielo e ricadeva con forza. L’acqua che usciva dalla fontana finiva in condotti artificiali che la convogliavano verso due mulini.
Tutti affermarono che sembrava di essere in Paradiso.
Continuando ad esplorare, videro che il giardino era pieno di cento varietà di animali, conigli, lepri, caprioli, cerbiatti che pascolavano liberamente.
A mattinata inoltrata, fecero mettere delle tavole intorno alla fontana e , dopo aver cantato e ballato, andarono a mangiare; poi, poiché faceva caldo, alcuni andarono a riposare ,altri  preferirono trattenersi in giardino a leggere o a giocare a scacchi.
Verso le tre del pomeriggio, lavatisi il viso con l’acqua fredda, riunitisi intorno alla fontana, aspettarono il comando della regina per cominciare a raccontare.

Per primo toccò a Filostrato, che cominciò in questo modo. 

giovedì 6 febbraio 2014

SECONDA GIORNATA - CONCLUSIONE - INIZIO TERZA GIORNATA

SECONDA GIORNATA – CONCLUSIONE


L’ultima novella fece tanto ridere la compagnia che non c’era nessuna cui non dolessero le mascelle, tutti erano d’accordo nel ritenere che Bernabò era stato una bestia.
Si era fatto tardi e la regina, toltasi la corona, la pose sul capo di Neifile che, ricevuto l’onore, arrossì un poco e nel viso divenne come una fresca rosa d’aprile o di maggio.
Ella stabilì che il venerdì successivo, giorno della passione di Cristo, fosse dedicato alle orazioni più che alle novelle; il sabato era usanza che le donne si lavassero la testa e digiunassero per devozione alla Madonna; la domenica, infine, bisognava riposarsi da ogni fatica. Inoltre, riteneva opportuno allontanarsi di lì ed andare altrove.
La sera della domenica si sarebbe pensato alle novelle da raccontare il giorno successivo.
Il tema da trattare era quello di coloro che acquistassero le cose desiderate con abilità e le perdute recuperassero. Tutti furono d’accordo.
Si trattennero un po’ in giardino e all’ora stabilita cenarono allegramente. Dopo cena Emilia cominciò a cantare, seguirono Pampinea e le altre, che cantarono una canzone sulle gioie dell’amore.
Al termine, con le lampade in mano, ciascuno se ne andò nella sua camera.
I due giorni seguenti furono dedicati alle cose prescritte dalla regina e tutti, con desiderio ,attesero la domenica.


















































 Finisce così la seconda giornata del Decameron :incomincia la terza, nella quale si ragiona, mentre è regina Neifile, di chi, avendo molto desiderato qualcosa l’abbia acquistata con l’abilità e di chi avendola perduta l’abbia recuperata.