mercoledì 18 marzo 2015

OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.1

OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.1

Gulfardo si fa prestare dei soldi da Guasparruolo, e essendosi accordato con la moglie di lui di giacere con lei, le dà quei soldi; poi in presenza di lei dice a Guasparruolo che li aveva dati a lei ed ella dice che è la verità.

Neifile volentieri incominciò a dire che le piaceva raccontare di una beffa fatta da un uomo ad una donna, non per biasimare ciò che l’uomo fece, ma per dimostrare che anche gli uomini sapevano beffare chi credeva in loro, come erano beffati da coloro in cui credevano.
Sicuramente ciò che stava per dire non si sarebbe dovuto ritenere una beffa, ma una cosa meritata.
Infatti riteneva che la donna avrebbe dovuto essere onestissima, ma, per la fragilità della sua natura, doveva essere degna del fuoco colei che faceva l’amore per denaro, mentre doveva meritare il perdono quella che compiva l’atto sessuale per amore. Tutti conoscevano le forze grandissime di esso, come, appunto, aveva mostrato pochi giorni prima Filostrato , raccontando di madonna Filippa in Prato.
Vi fu ,dunque, in Milano, un tempo, un soldato mercenario tedesco, di nome Gulfardo, persona degna di rispetto e assai leale con coloro di cui era al servizio, come di rado sono i tedeschi.
Egli lealmente restituiva i denari che gli erano stati prestati, per questo facilmente trovava molti mercanti che gli prestassero denari con un piccolo interesse.
Costui, dimorando a Milano, si innamorò di una donna assai bella, chiamata madonna Ambrogia, moglie di un ricco mercante ,di nome Guasparruolo Cagastraccio, che era suo buon conoscente ed amico.
Senza che il marito, né altri se ne accorgessero, un giorno le mandò a dire che era innamorato di lei, pregandola di corrispondere al suo amore; avrebbe fatto tutto ciò che ella gli comandasse.
La donna, dopo aver parlato a lungo, rispose che avrebbe fatto ciò che Gulfardo voleva se avesse ottenuto due cose : l’una che nessuno doveva sapere niente; l’altra che egli, che era un uomo ricco, doveva donarle duecento fiorini d’oro.
Gulfardo, udendo l’ingordigia della donna, sdegnato per la bassezza di lei, trasformò quasi in odio l’amore che provava e pensò di beffarla.
Le mandò a dire che, molto volentieri, avrebbe fatto quello ed ogni altra cosa da lei chiesta.
Le fece domandare quando voleva che andasse da lei, promettendo che avrebbe portato i soldi e non ne avrebbe parlato con nessuno, ad eccezione di un suo compagno, di cui si fidava molto e che lo accompagnava sempre.
La donna, anzi, la mala femmina, udendo ciò fu contenta e gli mandò a dire che Guasparruolo, il marito, dopo pochi giorni, doveva andare a Genova. Allora l’avrebbe fatto chiamare.
Gulfardo, al momento opportuno, andò da Guasparruolo e gli chiese, per un suo affare, in prestito, duecento fiorini d’oro, con l’interesse che chiedeva agli altri. Guasparruolo gli prestò i denari, poi partì per Genova, come aveva detto la donna.
Ella subito fece chiamare Gulfardo che, appena giunto, alla presenza del suo compagno, consegnò alla donna i duecento fiorini d’oro e le disse “Madonna tenete questi denari e li darete a vostro marito quando sarà tornato “.
La donna li prese, credette che Gulfardo dicesse così per non far capire al compagno che erano il prezzo da lui pagato per giacere con lei e rispose “Lo farò volentieri, ma voglio vedere quanti sono”. Li versò sulla tavola, li contò e tutta contenta li conservò.
Poi tornò dall’uomo e, condottolo nella sua camera, soddisfece ai suoi desideri non solo quella notte ma molte altre, finchè il marito non ritornò da Genova.
Al ritorno di Guasparruolo, Gulfardo andò da lui, che era insieme alla moglie ,e gli disse che i duecento fiorini d’oro, che pochi giorni prima gli aveva prestati, non gli erano più serviti per l’affare che doveva concludere. Li aveva dati a sua moglie, dunque gli chiedeva di cancellare il debito.
Guasparruolo si rivolse alla moglie e le chiese se aveva avuto i denari.
Ella, che vedeva lì il testimone, non seppe negare e disse che li aveva avuti ,ma si era dimenticata di dirglielo.
Guasparruolo rispose che era contento e che Gulfardo poteva andare con Dio, perché il debito era stato saldato.
Gulfardo partì e la donna, scornata, dovette dare al marito il prezzo della sua cattiveria : e così l’astuto amante godè dell’avara donna senza alcun costo.
                                                                                                          








OTTAVA GIORNATA

OTTAVA GIORNATA

La domenica mattina i raggi del sole nascente già apparivano sugli alti monti e ogni ombra si allontanava, tutte le cose si vedevano chiaramente.
Tutta la compagnia, guidata dalla regina, passeggiò un po’ sull’erba, poi, verso le sette e mezza visitò una chiesetta, nella quale ascoltò la Santa Messa.
I gitanti, tornati a casa, dopo che ebbero allegramente mangiato, cantarono e ballarono.
Poi furono licenziati dalla regina e chi voleva potè andare a riposarsi. Quasi al tramonto, come piacque alla regina, tutti si sedettero intorno alla bella fontana per riprendere a raccontare.
Per ordine della regina, Neifile incominciò.






giovedì 12 marzo 2015

COMUNICATO

                                                         COMUNICATO

Cari amici, sono qui, per comunicarvi che il blog www.decameronapuntate.blogspot.it, ha ricevuto, ad oggi, 12 marzo 2015, ben 15.550 visite.
Riporto, di seguito i dati più significativi:
Italia                          14.013;
Stati Uniti                      628;
Germania                      153;
Francia                          101;
Svizzera                           83;
Argentina                        70;
Polonia                            49;
Federazione Russa         30;
India                                23;
Ucraina                           23;
Svezia                              11;
Brasile                              5 ;
Indonesia                         3 ;
Bosnia Erzegovina          2 ;
Australia                          1 ;
Albania                            1 ;
Austria                             1 ;
Malesia                            1 ;

Mancano ancora 30 novelle alla conclusione del lavoro e mi sto gia arrovellando per poter proseguire in questa esperienza che mi sta dando tantissime soddisfazioni e per poter continuare a rapportarmi con voi ,miei carissimi lettori.
Mi auguro di potervi fare una gradita sorpresa
Luciana De Lisa Coscioni.



SETTIMA GIORNATA - CONCLUSIONE

SETTIMA GIORNATA – CONCLUSIONE

Si era alzato uno Zefiro perché si era ormai al tramonto, quando il re ,finita la sua novella, toltosi la corona dalla testa, la pose sul capo della Lauretta, incoronandola regina della brigata.
La Lauretta, divenuta regina, fece chiamare il siniscalco e gli ordinò di mettere al più presto le tavole nella piacevole valle, affinchè potessero, poi, tornare con calma al palazzo.
Gli spiegò, ancora, cosa dovesse fare durante il suo regno.
Quindi disse che Dioneo, il giorno precedente, aveva stabilito che in quella giornata si ragionasse delle beffe che le donne facevano ai mariti. Ella, se non avesse temuto di sembrare un cagnolino che si voleva vendicare, avrebbe proposto che il giorno dopo si ragionasse delle beffe che gli uomini facevano alle proprie mogli.
Ma, tralasciando la vendetta, stabiliva che ciascuno pensasse a dire delle beffe che, continuamente, o donna a uomo ,o uomo a donna, o un uomo ad un altro uomo si facevano.
Era sicura che il raccontare sarebbe stato molto piacevole.
Detto ciò, si alzò e licenziò tutta la brigata fino a cena.
Alzatisi tutti, alcuni, a piedi scalzi, andarono nell’acqua, altri passeggiavano sotto gli alberi.
Dioneo e Fiammetta, cantarono insieme di Arcita e Palemone e, così, tutti passarono il tempo piacevolmente fino all’ora di cena.
Giunta l’ora, postisi a tavola intorno al laghetto, cenarono con allegria al canto degli uccelli, rinfrescati da un dolce venticello che spirava tra quelle colline.
Tolte le tavole, dopo aver girato un po’ per la valle, essendoci ancora il sole, così come piacque alla regina, con passo lento ripresero il cammino verso la dimora. Chiacchierando e scherzando ,giunsero al bel palazzo che era quasi notte; lì cacciarono la fatica del breve cammino con freschissimi vini e con dolciumi.
Intorno alla bella fontana subito alcuni si misero a danzare al suono della cornamusa di Tindaro, altri a cantare, accompagnati da altri strumenti. Alla fine la regina comandò a Filomena di cantare una canzone.
E Filomena cominciò a cantare un canto che ricordava la sua triste partenza dal luogo dove si trovava il suo innamorato. Sperava di ritornare presto colà e di ritrovarvi il suo signore, che l’aveva infiammata, il cui ricordo non le dava pace né giorno, né notte.Quella speranza dava conforto al suo animo dolente e le faceva ritrovare il suo equilibrio, al momento smarrito. Chiedeva al suo caro bene di dirle quando sarebbe giunto da lei. Il suo ritorno doveva essere immediato ed egli si doveva trattenere a lungo con lei, ferita da Amore. Ella l’avrebbe trattenuto , non l’avrebbe più fatto partire e avrebbe soddisfatto con i baci il suo desiderio. Altro non voleva dire, lo pregava di andare presto ad abbracciarla. Il solo pensiero del ritorno dell’uomo amato l’induceva a cantare.
La canzone fece pensare a tutta la brigata che Filomena avesse un nuovo amore.
Tanta era la felicità che emanava al vederla, che provocò l’invidia di alcuni dei presenti.
Finita la canzone, la regina si ricordò che il giorno seguente era venerdì. Allora disse a tutti che l’indomani era il giorno consacrato alla passione di Cristo. Per questo , seguendo l’esempio dato da Neifile quando era regina, si dovevano  astenere dal piacevole novellare, per dedicarsi alla preghiera, sia il venerdì che il sabato seguente,
ritenendo ciò utile per la salute delle loro anime.
Il devoto discorso della regina piacque a tutti che ,congedati, essendo già notte inoltrata, se ne andarono a riposare. 



















Finisce la Settima Giornata del Decameron ; incomincia l’Ottava ,nella quale, mentre è regina Lauretta, si ragiona di quelle beffe che ogni giorno o donna a uomo, o uomo a donna o l’uno uomo all’ altro si fanno.  








giovedì 5 marzo 2015

SETTIMA GIORNATA - NOVELLA N.10

SETTIMA GIORNATA – NOVELLA N.10


Due senesi amano una donna comare di uno dei due: muore il compare e torna dal suo compagno, come gli aveva promesso ,e gli racconta come nell’aldilà si dimori.

Doveva raccontare solo il re, che vide le donne commosse, che si dolevano perché era stato tagliato il pero che
non aveva nessuna colpa.
Subito incominciò dicendo che era chiaro che ogni giusto re ,per primo, doveva obbedire alle leggi fatte da lui, se non lo faceva si doveva giudicare servo degno di punizione e non re.
Invero egli stava per cadere in quel peccato, avvalendosi del suo privilegio.
Infatti avrebbe dovuto, in quel giorno, rispettare il tema della narrazione, ma su di esso erano già state dette tante cose molto belle, che per quanto tentasse di ricordare, non ne riusciva a trovare nessun’altra che le pareggiasse. Perciò, dovendo disobbedire alla legge ,da lui stesso data, e avvalersi del suo privilegio, era pronto a pagare la punizione che gli sarebbe stata data.
Riteneva che la novella raccontata da Elissa del compare e della comare e della stupidità dei senesi aveva una tale forza che egli, lasciando stare le beffe fatte ai mariti dalle donne senesi, era spinto a raccontare una novella su di loro, molto piacevole da ascoltare.
Dunque, vi furono in Siena due giovani popolani, dei quali l’uno si chiamava Tingoccio Mini e l’altro Meuccio di Tura , e abitavano in Porta Salaria. Stavano sempre insieme perché si amavano molto.
Andando in chiesa, durante le prediche, avevano udito della gloria e della miseria che erano date alle anime dei morti, secondo i loro meriti.
Non trovando il modo di averne notizie certe, si giurarono che chi dei due morisse prima sarebbe ritornato da quello che era rimasto vivo, per dargli notizie su quello che desiderava.
Dopo che si erano fatti quella promessa, Tingoccio divenne compare di un certo Ambrogio Anselmini, che abitava a Camporeggio, il quale, dalla sua donna, di nome monna Mita, aveva avuto un figlio.
Tingoccio, andando spesso in visita, insieme con Meuccio, dalla sua comare, che era una bellissima e garbata donna, nonostante il comparatico, s’innamorò di lei.
Anche Meuccio, sentendola lodare da Tingoccio, se ne innamorò. L’uno nascose all’altro il suo amore, per motivi differenti.
Tingoccio non lo rivelava all’amico per la cattiveria di amare la comare, come a lui stesso sembrava, e si sarebbe vergognato se qualcuno l’avesse saputo.
Meuccio, invece, che si era accorto che la donna piaceva a Tingoccio, non diceva nulla perché temeva che l’amico provasse gelosia per lui e parlasse male di lui alla donna.
Tingoccio, che aveva maggiore possibilità di dichiarare alla donna i suoi desideri, tanto seppe fare, con gli atti e con le parole, che fece l’amore con lei.
Meuccio se ne accorse, ma, sperando di poter raggiungere anch’egli lo stesso scopo, fece finta di niente.
Così amando i due compagni , l’uno più felicemente dell’altro, Tingoccio tanto vangò e tanto lavorò nel terreno della comare che, dopo un certo tempo, per esaurimento, si aggravò e passò a miglior vita.
Il terzo giorno dopo la morte, chè prima non aveva potuto, se ne venne, come aveva promesso, di notte, nella camera di Meuccio e lo chiamò.
Gli disse che era venuto a portargli notizie dall’altro mondo, secondo la promessa fattagli.
Meuccio, rassicurato, dopo lo spavento, gli domandò se era perduto. Al che il morto rispose che erano perdute le cose che non si trovavano più : egli non poteva essere lì, se fosse perduto.
Meuccio precisò che voleva sapere se l’amico era tra le anime dannate nel fuoco dell’inferno. E Tintoccio rispose che no, ma ,per i peccati commessi, era in gravissime e angosciose pene.
Meuccio domandò, in particolare, quali erano le pene che nell’aldilà venivano date per i peccati che si commettevano sulla terra e l’amico gliele disse tutte. Poi domandò se poteva fare qualche cosa per lui e il morto rispose che poteva far dire delle messe, delle preghiere e fare delle elemosine, perché quelle cose giovavano molto ai morti. Meuccio promise di farlo volentieri.
Prima che Tingoccio se ne andasse, Meuccio si ricordò della comare e, alzato un po’ il capo, gli chiese “Tingoccio, ora che mi ricordo, quale pena ti è stata data di là per la comare, con la quale giacevi quando eri di qua?”.
E Tingoccio rispose “Fratello mio, com’io giunsi di là, trovai uno che conosceva a memoria tutti i miei peccati, che mi ordinò di andare in quel luogo nel quale piansi le mie colpe tra mille pene.Lì trovai molti compagni condannati alla mia stessa pena. Stando con loro, mi ricordai di ciò che avevo fatto con la comare e, temendo che mi fosse data una pena ancora maggiore, sebbene fossi già nel fuoco ardente, tremavo di paura.
Sentendo ciò, uno che mi stava a fianco mi chiese perché tremavo ,stando nel fuoco. Gli risposi che avevo gran paura del giudizio per un peccato molto grave che avevo commesso, cioè di essere giaciuto con una comare, tanto che ne morii scorticato. Egli, ridendo di ciò, mi disse che nell’Inferno non si teneva alcun conto delle comari. Perciò potevo stare tranquillo. Udendo ciò, mi rassicurai”.
Infine, avvicinandosi il giorno, salutò il compagno e se ne andò via.
Meuccio, udito che di là non si teneva conto delle comari, cominciò a ridere dei suoi timori, lasciata la sua ignoranza, divenne più saggio.
Se frate Rinaldo avesse saputo quelle cose, non avrebbe avuto bisogno di filosofeggiare tanto, quando convertì ai suoi piaceri la sua buona comare.






giovedì 26 febbraio 2015

SETTIMA GIORNATA - NOVELLA N.9

SETTIMA GIORNATA – NOVELLA N.9

Lidia ,moglie di Nicostrato, ama Pirro , il quale affinchè possa credere che ella lo ami, le chiede tre cose che ella gli fa tutte; oltre a ciò in presenza di Nicostrato, scherza con lui e al marito fa credere che non sia vero quello che ha visto.

La novella di Neifile era tanto piaciuta alle donne che esse non si potevano trattenere dal riderne e dal discuterne, sebbene il re avesse loro imposto silenzio più volte.
Alla fine tacquero e Panfilo, come aveva comandato il re, cominciò col considerare che non c’era nessuna cosa, sebbene difficile, che chi era innamorato non avesse l’ardire di fare, come , appunto, egli con la sua novella voleva dimostrare.
Avrebbe narrato di una donna che nelle sue azioni fu aiutata più dalla fortuna che dalla prudenza.
Non consigliava ad alcuna di seguire le orme di lei, perché non sempre la fortuna era ben disposta e gli uomini tanto ciechi.
In Argo, antichissima città dell’Acaia, famosa per i suoi antichi re, visse un nobile uomo, chiamato Nicostrato.
A lui, ormai vicino alla vecchiaia, la fortuna concesse in moglie una donna bella e ardita, di nome Lidia.
Il signore, come tutti gli uomini nobili e ricchi, aveva molti servi e molti uccelli e provava grandissimo piacere nella caccia.
Tra i suoi servitori , Nicostrato aveva un giovinetto ,chiamato Pirro, di bell’aspetto e abile in ogni cosa, che egli amava più di ogni altro e si fidava di lui.
Lidia s’innamorò follemente del ragazzo, tanto che  pensava sempre a lui, notte e giorno.
Pirro , dal canto suo, non dava segno di accorgersene e non se ne curava, il che provocava alla donna grande sofferenza.
Disposta a tutto pur di farglielo sapere, chiamò una sua cameriera ,il cui nome era Lusca, della quale si fidava molto. Si fece promettere che doveva rivelare soltanto al giovane da lei indicato quello che le avrebbe detto e a nessun altro. Aggiunse che ella era una donna giovane, bella, fresca e ricca di tutto ciò che si poteva desiderare. Si poteva rammaricare di una sola cosa e cioè che gli anni del marito erano troppi se si rapportavano ai suoi; viveva poco contenta perché non prendeva piacere come le giovani donne, pur desiderandolo come le altre. Aveva, perciò, deciso, se la fortuna le era stata poco amica, di non essere nemica di sé stessa e di trovare il modo di soddisfare i suoi desideri.
Aveva ,quindi, deciso di conquistare Pirro, che le sembrava il più degno di tutti, perché sostituisse il marito negli abbracci. Era tanto innamorata di lui che si sentiva male se non lo vedeva e credeva di morire, se non si fosse incontrata subito con lui. Le chiedeva ,quindi, se le era cara, di riferire a Pirro dell’amore che la padrona aveva per lui e di pregarlo di andare da lei.
La fantesca disse che l’avrebbe fatto volentieri e ,appena le sembrò opportuno, tratto Pirro da parte, gli riferì l’ambasciata della donna.
Pirro, come udì la cosa, si meravigliò molto perché non si era mai accorto di nulla. Anzi rispose bruscamente che non credeva che quelle parole provenissero dalla sua padrona e, seppure provenissero da lei, non voleva recare oltraggio al suo padrone ,che lo rispettava oltre i suoi meriti. Le chiedeva, dunque, di non parlargli più di quelle cose.
La Lusca, per nulla intimorita, gli rispose che gli avrebbe parlato di quello e di altro ancora, se la sua padrona glielo avesse chiesto, e che egli era una bestia. Infuriata per le parole di Pirro, ne andò dalla donna, la quale, udendole, desiderò di morire.
Dopo alcuni giorni Lidia richiamò la cameriera e le disse che, come ben sapeva, al primo colpo non cadeva mai una quercia, perciò doveva ritornare dal giovane e rinnovare le proposte d’amore, impegnandosi  perché la cosa andasse a buon fine. In caso contrario ne sarebbe morta e l’amore si sarebbe mutato in odio.
La fantesca confortò la donna e si recò da Pirro.
Lo trovò lieto e ben disposto e gli riferì nuovamente che la sua padrona ardeva d’amore per lui e se egli avesse continuato ad essere così duro verso di lei, sicuramente sarebbe vissuta poco.
Lo pregava di accontentarla e, se avesse continuato nella sua ostinazione, l’avrebbe ritenuto uno scioccone.
Per lui doveva essere motivo di grande orgoglio che una donna così bella e gentile lo amasse sopra ogni altra cosa. Doveva essere grato alla fortuna che gli aveva offerto una tale occasione, adatta ai desideri e ai bisogni della sua giovinezza. Continuò dicendo che non vi era nessun giovane suo pari che, in quanto al piacere, sarebbe stato come lui, se fosse stato saggio e avesse concesso alla donna il suo amore.
Gli chiedeva, dunque, di ascoltare le sue parole e di ritornare in sé.
Gli ricordava, ancora, che la fortuna una volta sola si faceva incontro ad ognuno col viso lieto e con il grembo aperto. Chi non la sapeva ricevere, trovandosi poi povero e misero, non si doveva rammaricare.
Oltre a ciò egli non doveva essere leale verso il suo padrone più di quanto lo sarebbe stato verso di lui lo stesso Nicostrato, se gli fosse piaciuta la moglie, la madre o la di lui sorella.
Aggiunse, infine, che Pirro non doveva scacciare la fortuna, ma le si doveva fare incontro e accogliere lei che veniva. Se non lo avesse fatto, la sua donna sicuramente si sarebbe data la morte ed egli si sarebbe pentito tanto da desiderare di morire.
Pirro, che aveva pensato molte volte alle parole di Lusca, aveva deciso, se ella fosse ritornata da lui, di dare un’altra risposta e di compiacere la donna, perciò rispose “ Vedi Lusca, so che quello che mi dici è vero; ma temo che Lidia voglia tentarmi per provare la mia fedeltà, d’accordo con il marito. Perciò, per essere sicuro del suo amore, voglio che ella faccia tre cose per me. Dopo di ciò ,farò tutto quello che mi comanderà. Le tre cose sono queste : per prima cosa dovrà uccidere, in presenza di Nicostrato, il suo bel sparviero, poi dovrà mandarmi una ciocchetta della barba di Nicostrato e, per ultimo, un dente di Nicostrato, dei migliori”.
Queste cose sembrarono difficilissime sia a Lusca che alla padrona: pure Amore, che era gran maestro di consigli, fece decidere di farlo alla donna, la quale mandò Lusca a comunicarlo a Pirro.
Inoltre disse che si sarebbe divertita con Pirro in presenza del marito e avrebbe fatto credere a Nicostrato che non era vero.
Dopo pochi giorni Nicostrato diede un grande banchetto, come usavano fare spesso i gentiluomini.
La donna, dopo che furono tolte le tavole, vestita con un abito di velluto verde, molto ricamato, uscì dalla sua camera e venne nella sala dove erano gli invitati. Vedendola Pirro e tutti gli altri, andò verso il trespolo dove era lo sparviero, tanto caro a Nicostrato, lo sciolse, lo prese in mano e lo gettò contro il muro, uccidendolo.
Pirro si compiacque di ciò.
Lidia, dopo pochi giorni dall’uccisione dello sparviero, era nella sua camera insieme a Nicostrato, scherzando e ridendo. Il marito, per divertirsi, le tirò un po’ i capelli. Ciò le diede l’occasione di concludere la seconda cosa. Infatti afferrò un ricciolo della barba di lui e glielo strappò con forza.
Alle lagnanze di Nicostrato, ella rispose che faceva troppe smorfie perché gli aveva tirato pochi peli della barba; che cosa avrebbe dovuto dire lei quando le aveva tirato i capelli. E così, continuando a scherzare, la donna conservò la ciocca della barba che aveva strappato e ,il giorno stesso, la mandò al caro amante.
La terza cosa era più complicata, pure Lidia aveva pensato al modo di realizzarla.
Nicostrato aveva in casa due fanciulli, di origine nobile, che i padri gli avevano affidato perché imparassero i nobili costumi. Quando il signore mangiava, uno gli tagliava le pietanze e l’altro gli dava da bere.
La donna li fece chiamare e fece credere che a loro puzzava l’alito. Spiegò che, quando servivano Nicostrato, dovevano tirare indietro il capo ,quanto più potevano, senza dire niente a nessuno.
I giovinetti, credendole, cominciarono a fare come la donna aveva detto loro.
Una volta ella domandò al marito se si era accorto di come facevano i fanciulli, quando lo servivano.
Nicostrato rispose che se ne era accorto e voleva chiedere loro il motivo. Prontamente Lidia rispose che facevano in tal modo perché egli aveva l’alito che puzzava fortemente, non ne conosceva la ragione, perché prima non era così. Aggiunse che era una cosa bruttissima e, poiché il marito aveva rapporti con molti gentiluomini, doveva assolutamente curarla..
Immediatamente Nicostrato disse che forse aveva in bocca un dente guasto.
La moglie, allora, lo fece avvicinare alla finestra, gli fece aprire la bocca e guardò attentamente.
Subito disse che veramente egli aveva, da un lato della bocca, un dente, non solo malato ma tutto fradicio, che avrebbe guastato tutti gli altri, se se lo fosse tenuto ancora in bocca. Gli consigliava, dunque, di tirarselo subito, prima che arrecasse altri guai.
Nicostrato accettò il consiglio della moglie e voleva mandare a chiamare un medico perché glielo estraesse.
La donna ,prontamente, disse che non c’era bisogno di un medico, ma che il dente stava in una tale posizione che ella stessa era in grado di estrarlo .Precisò che i medici erano così crudeli nel fare quei servigi, che ella avrebbe sofferto molto nel vederlo, per questo voleva fare tutto da sola.
Si fece portare i ferri adatti, mandò via tutti e trattenne con sé solo Lusca.
Si chiusero dentro e, fatto sdraiare lo sventurato su un tavolo, gli misero le tenaglie in bocca e, sebbene gridasse per il dolore, gli tirarono un dente. Quello lo conservarono e poi ne cavarono un altro molto malato.
Lidia lo mostrò al pover’uomo sofferente e mezzo morto, dicendogli che se l’era tenuto in bocca già per molto tempo.
Egli le credette e ,sebbene avesse sofferto molto, gli sembrò di essere guarito. Riconfortato, uscì dalla stanza.
La donna, preso il dente, subito lo mandò all’amante, che fu pronto ad accontentarla.
La donna, desiderosa di renderlo più sicuro e di essere sempre con lui, volendo mantenere le sue promesse, finse di essere ammalata.
Nicostrato ,accompagnato da Pirro, si recò a farle visita.
La donna chiese al marito di portarla i giardino. Nicostrato la prese da un lato e Pirro dall’altro.
La portarono in giardino e la posarono su un praticello, ai piedi di un bel pero.
Dopo essere rimasti seduti per un bel po’, la donna chiese a Pirro di salire sull’albero per coglierle delle pere, che desiderava molto.
Pirro, salito rapidamente, comiciò a gettare giù le pere. Mentre le gettava, rivolgendosi al padrone, cominciò a rimproverarlo perché faceva atti osceni con la moglie in sua presenza, mentre era sull’albero.
Si rivolse anche alla donna chiedendole perché, pur essendo ammalata, non se ne andava a fare l’amore con il marito nelle belle camere della loro casa ,invece di farlo in sua presenza.
La donna si rivolse al marito, chiedendogli se Pirro farneticava.
E il giovane alla domanda del padrone insistette a sostenere che non era pazzo e nemmeno sognava.. Vedeva chiaro che il signore si dimenava tanto che se fosse stato sull’albero ,l’avrebbe scosso tanto da far cadere tutte le pere. La donna intervenne dicendo che forse veramente da sopra l’albero si vedevano cose strane, come Pirro sosteneva.
Allora Nicostrato ordinò al giovane di scendere e di ripetere quello che aveva visto.
Pirro rispose che certamente l’avrebbero scambiato per pazzo o per scimunito, perché mentre era sull’albero aveva visto il padrone che si dimenava sopra la moglie, sceso a terra lo vedeva seduto tranquillamente, dove stava allora.
Nicostrato , da parte sua, insisteva nel dire che ,dopo che Pirro era salito sul pero, loro non si erano mossi da lì. Alla fine il signore decise di salire sull’albero per vedere se, per caso, quel pero era incantato e se da lassù si vedevano cose straordinarie.
Come egli fu sull’albero, Pirro e la donna cominciarono a fare l’amore.
Nicostrato, vedendo ciò, cominciò a gridare contro Pirro e la moglie e, così urlando, scese dal pero.
La donna e il giovane, vedendolo scendere, si sedettero e si rimisero nella posizione in cui Nicostrato li aveva lasciati. L’uomo, sceso dall’albero, continuò ad urlare e a lanciare ingiurie.
Allora Pirro rispose che, mentre era sul pero, aveva creduto falsamente di vedere Nicostrato e la moglie fare l’amore in sua presenza. Ma questo era impossibile perché la donna era onestissima e saggia e non avrebbe mai compiuto davanti ad un estraneo atti libidinosi. Se non avesse sentito Nicostrato, da sopra l’albero, rivolgergli tante accuse, non si sarebbe mai reso conto della cosa. Indubbiamente la colpa doveva essere del pero che faceva vedere una cosa per un’altra. Infatti era assurdo che fossero accadute le cose che entrambi avevano visto.
La donna, che si era alzata, tutta turbata cominciò a dire , rivolta al marito, che se avesse avuto voglia di fare le cose di cui l’accusava ,non le avrebbe fatte davanti ai suoi acchi. Se ne sarebbe andata in una delle camere della casa, la più appartata, in modo che egli non l’avrebbe mai saputo.
Nicostrato ,al quale sembrava vero quello che dicevano entrambi, che cioè tali cose non dovevano esser fatte davanti a lui, si convinse che la vista cambiava a chi saliva sull’albero.
La donna, ancora turbata dalle accuse rivoltele dal marito, disse che quel pero non avrebbe fatto più brutti scherzi né a lei né a nessun altra donna. .Chiese, perciò, a Pirro di andare a prendere una scure e di tagliare rapidamente l’albero, vendicandola, anche se sarebbe stato molto meglio darla in capo a Nicostrato, che aveva dubitato di lei, accecato dalla gelosia.
Pirro , molto velocemente, andò a prendere la scure e tagliò il pero.
Quando Lidia vide l’albero caduto, rivolta al marito ,disse “ Dopo che ho visto abbattuto il nemico della mia onestà, la mia ira se ne è andata”.E perdonò Nicostrato, imponendogli di non dubitare più di lei.
Così il marito beffato, con lei e con il suo amante, se ne tornò al palazzo, dove molte altre volte Lidia e Pirro presero piacere e divertimento.
E Dio ne desse anche ai presenti.




giovedì 19 febbraio 2015

SETTIMA GIORNATA - NOVELLA N.8

SETTIMA GIORNATA – NOVELLA N.8

Un marito diviene geloso della moglie ed ella si lega uno spago al dito di notte per sentire il suo amante, quando viene da lei. Il marito se ne accorge e, mentre insegue l’amante, la donna mette al suo posto nel letto un’altra femmina, la quale il marito batte e le taglia le trecce, poi va dai fratelli di lei, i quali trovando che ciò non era vero, gli rivolgono ingiurie.

Sembrò a tutti che madonna Beatrice fosse stata maliziosa nel beffare il marito e ognuno affermava che Anichino aveva dovuto provare una gran paura quando, trattenuto dalla donna, l’aveva sentita dire che egli le aveva fatto proposte amorose.
Il re, quando vide che Filomena taceva, si rivolse a Neifile invitandola a raccontare.
Ed ella incominciò, premettendo che avrebbe cercato di raccontare, con l’aiuto di Dio, una novella bella come le precedenti.
Nella città di Firenze viveva, diverso tempo prima, un ricchissimo mercante, chiamato Arriguccio Berlinghieri, il quale, schioccamente, per rendere nobile la sua famiglia, pensò di sposare una donna della nobiltà fiorentina e, sbagliando, prese in moglie una giovane gentildonna, di nome monna Sismonda.
Ella, essendo il marito lontano da casa, come facevano i mercanti, si innamorò di un giovane, chiamato Ruberto, che l'aveva corteggiata a lungo.
Si cominciarono a frequentare senza molta discrezione e prudenza, tanto che Arriguccio ebbe qualche sospetto.Diventò, perciò, l’uomo più geloso del mondo, smise di andare in giro e rivolse tutta la sua attenzione a sorvegliare la moglie. Non si addormentava mai prima che non l’avesse sentita entrare nel letto.
La donna era molto addolorata perché non si poteva incontrare con il suo Ruberto.
Tanto pensò che escogitò il modo di stare col giovane, dopo che il marito, che aveva un sonno molto profondo, si fosse addormentato.
Pensò di far andare un capo di uno spago fuori dalla finestra della camera, fino a terra, l’altro capo, passando sotto il pavimento, doveva andare fino al suo letto, sotto i suoi vestiti. Quando era a letto si doveva  legare lo spago al dito grosso del piede.
Avvisò Ruberto che quando veniva doveva tirare lo spago, ed ella, se il marito dormiva, l’avrebbe lasciato andare e sarebbe andata ad aprirgli. Se il marito non dormiva, l’avrebbe tirato a sé ,affinchè non l’aspettasse.
La cosa funzionò per diverso tempo, finché una notte, mentre la donna dormiva, Arriguccio, stendendo il piede nel letto, trovò quello spago. Stesa la mano, vide che era legato al piede della moglie e sospettò l’inganno.
Si accorse che lo spago usciva fuori dalla finestra, cautamente lo tagliò dal dito della donna, lo legò al suo e stette in attesa per vedere che cosa volesse dire.
Non passò molto tempo che Ruberto giunse e tirò lo spago, come faceva di solito.
Arriguccio lo sentì; lo spago si sciolse perché non lo aveva legato bene e Ruberto andò ad aspettare che monna Sismonda gli aprisse.
Arriguccio, alzatosi rapidamente, prese le armi e corse all’uscio per vedere chi fosse l’uomo e per colpirlo.
Egli era un pezzo d’uomo, fiero e forte, e, giunto all’uscio lo aprì con violenza, non con delicatezza, come soleva fare la donna.
Ruberto comprese subito che era Arriguccio ad aprire la porta e cominciò a fuggire, mentre l’altro lo inseguiva.
Dopo un lungo inseguimento, i due cominciarono a combattere, volendo l’uno ferire e l’altro difendersi.
La donna, svegliatasi, trovando lo spago tagliato dal dito, comprese immediatamente che l’inganno era stato svelato. Sentendo che il marito era corso dietro a Ruberto, temendo il peggio, chiamò la sua fantesca, che sapeva ogni cosa.
La convinse ad andare nel letto ,al suo posto, la pregò di non farsi riconoscere e di sopportare pazientemente le botte di Arriguccio, perché l’avrebbe ben ricompensata .Spense ,poi, il lume, uscì dalla stanza e si nascose,
aspettando.
Mentre Arriguccio e Ruberto si azzuffavano, i vicini si avvicinarono e cominciarono a rivolgere loro ingiurie.
Arriguccio, temendo di essere riconosciuto, senza aver potuto scoprire chi fosse il giovane, adirato se ne tornò a casa sua, e, giunto in camera da letto, infuriato, cominciò ad urlare contro la moglie, ingiuriandola.
Poi, al buio, andò vicino al letto e, credendo di colpire la moglie, colpì la fantesca e le diede, con le mani e i piedi,  pugni e calci, tanto che le ammaccò tutto il viso. Infine le tagliò i capelli ,riempendola di improperi.
La fantesca piangeva forte e chiedeva pietà ,per amor di Dio. Ma la voce era così rotta dal pianto che Arriguccio non poteva riconoscere se era la voce della moglie e di un’altra donna.
Alla fine, dopo averla battuta ed averle tagliato i capelli, disse “Malvagia femmina, io non voglio più toccarti, ma andrò dai tuoi fratelli e dirò loro le tue buone azioni, poi faranno quello che vogliono e ti porteranno via, perché, per certo, tu in questa casa non ci starai più”.
Così detto, uscì dalla camera e chiuse a chiave la porta, andando via.
Come monna Sismonda sentì che il marito se ne era andato, aprì la porta, riaccese il lume e vide la fantesca, tutta pesta che piangeva forte. La consolò come meglio potè, la mandò in camera , la fece servire ed accudire, ricompensandola con i denari dello stesso Arriguccio.
Dopo che ebbe sistemato la domestica, ritornò nella propria camera, rimise tutto in ordine, come se in quella notte non vi avesse dormito nessuno. Riaccese la lampada, si rivestì e si sistemò come se non fosse andata ancora a letto. Accesa una lucerna e presi dei panni ,si pose a sedere sulla cima di una scala e cominciò a cucire e ad aspettare lo sviluppo degli eventi.
Arriguccio, uscito , andò a casa dei fratelli della moglie e tanto picchiò che gli fu aperto.
I tre fratelli e la madre della moglie, sentendo che era Arriguccio, si alzarono, fecero accendere i lumi e vennero da lui a chiedergli che cosa volesse a quell’ora di notte.
Ad essi l’uomo raccontò tutto quello che era successo, a cominciare dallo spago che aveva trovato legato al piede di monna Sismonda fino alla fine.
Per dare prova di ciò che aveva fatto, pose nelle loro mani i capelli che credeva di aver tagliato alla moglie.
Aggiunse che dovevano andare a casa sua per prendersi la donna che egli non intendeva più tenersi in casa.
I fratelli, preoccupati per ciò che avevano udito, credendo che fosse tutto vero, adirati contro di lei, fecero accendere delle torce e, insieme con Arriguccio, si diressero verso la casa di lui per punirla.
Vedendo ciò la loro madre li seguì ,pregandoli di non credere a tutto ciò che egli aveva detto. Sosteneva che poteva aver colpito la moglie per altri motivi e ora l’accusava per essere scusato. Aggiunse che si meravigliava molto perché conosceva bene la figlia e sapeva come l’aveva allevata ,fin da piccola.
Giunti, dunque, alla casa di Arriguccio, vi entrarono e cominciarono a salire le scale.
Monna Sismonda, che li attendeva, finse di essere sorpresa per il loro arrivo, a così tarda notte, e ne chiese il motivo. I fratelli, meravigliati di vederla seduta a cucire senza avere sul viso alcun segno di percosse, mentre il marito aveva detto di averla pestata, trattennero l’ira. Le chiesero spiegazioni di ciò di cui il marito si era lagnato, minacciandola se non avesse confessato ogni cosa.
La donna disse che non aveva niente da dire e non sapeva di che cosa Arriguccio si fosse lagnato riguardo a lei.
Il marito, dal canto suo, la guardava sconcertato, ricordando che le aveva colpito il viso con mille pugni, l’aveva graffiata e le aveva fatto molto male. Invece la vedeva come se nulla di ciò fosse accaduto.
In breve i fratelli le raccontarono dello spago, dei pugni e di tutto.
La donna, rivolta ad Arriguccio, gli disse “Oimè, marito mio, che cosa odo? Perché fai sembrare me, con le tue accuse, una donna malvagia, con tua vergogna ,mentre io non lo sono, e te un uomo peggiore di quello che sei ?
E quando fosti stanotte in questa casa con me? E quando mi battesti ? io , da parte mia, non me ne ricordo”.
Arriguccio cominciò a dire che erano andati a letto insieme, che poi si era alzato per correre dietro all’amante di lei, le aveva dato molte percosse e le aveva tagliato i capelli.
La donna rispose che il marito, quella notte, non aveva dormito con lei, ma, a parte ciò, come tutti potevano vedere, ella non aveva segni di percosse su tutta la persona. Aggiunse che se egli le avesse messo le mani addosso, ella ,in nome di Dio, si sarebbe difesa e l’avrebbe graffiato. Invero nemmeno i capelli le aveva tagliato o ,se l’aveva fatto, non se ne era accorta. Del resto, tutti potevano vedere se li aveva tagliati o no.
Toltisi i veli dalla testa, mostrò che non li aveva tagliati ,ma interi.
Vedendo ciò, i fratelli e la madre, rivolgendosi ad Arriguccio, si meravigliarono delle sue accuse verso la moglie. Il poveretto stava come trasognato e voleva dire qualcosa. Ma, vedendo com’era la situazione, non si azzardava a dir niente.
Rivolta ai suoi fratelli, la donna disse “Fratelli miei, vedo che egli si è andato cercando che io vi racconti le sue cattiverie, anche se non avrei mai voluto, ed io lo farò. Credo che egli abbia veramente fatto ciò che ha detto. Ma ,quest’uomo valente cui, per mala sorte ,mi deste in moglie, che è un mercante, che vuole essere ritenuto onesto più di una fanciulla, spesso e volentieri, di notte, se ne va ad ubriacarsi nelle bettole e si accompagna a donne di malaffare. Ed io resto ad aspettare fino a mezzanotte e, talvolta, fino all’alba il suo ritorno. Sicuramente egli, ben ubriaco, si coricò con una donnaccia e a lei, svegliandosi, trovò lo spago al piede e, poi, fece tutte quelle bravate che dice, la riempì di pugni e le tagliò i capelli.
Non essendo completamente sobrio, credette e crede ancora di aver fatto a me queste cose. Se voi lo guardate bene, è ancora mezzo ubriaco. Tuttavia, qualsiasi cosa abbia detto di me, voglio che lo scusiate, come si fa con un ubriaco. Poiché io lo perdono, voglio che lo facciate anche voi”.
La madre di lei, udendo tali parole, cominciò a gridare dicendo che non si sarebbe dovuto perdonare ma piuttosto uccidere quel cane fastidioso e ingrato, che non era degno di una figlia come lei.Quel mercantuzzo, che veniva dalla campagna, con vesti di panno scadente, con le calze a bracalone e con la penna in culo, solo perché aveva tre soldi aveva voluto per moglie la discendente di una nobile casata , si era appropriato di uno stemma e si permetteva di trattarla in tal modo, come se l’avesse raccolta nel fango. Avrebbe preferito che, seguendo il suo consiglio, i fratelli l’avessero data in moglie ad uno dei conti Guidi, con una piccola dote, perché l’avrebbero sicuramente trattata con più rispetto. Agguinse che ella era la più bella e la più onesta figliuola di Firenze e quel cafone che non si era vergognato di dire , a mezzanotte, che era una puttana, come se i familiari non la conoscessero; si sarebbe meritato un bel castigo.
Poi, rivolta ai figli, disse “ Figli miei, avete sentito come il vostro buon cognato tratta vostra sorella? Mercantucolo di quattro soldi, se fossi in voi non sarei soddisfatta se non lo levassi dalla terra. Se fossi uomo, non donna come sono, me la vedrei con quest’ubriaco maledetto “.
I giovani, viste le cose, si rivolsero ad Arriguccio ,ingiuriandolo con grandissima violenza.
Infine lo perdonarono, considerando che aveva fatto tutto quel pasticcio perché era ubriaco.
Gli dissero che non volevano più sentire cose del genere, altrimenti gliel’avrebbero fatta pagare cara e amara.
Ciò detto ,se ne andarono.
Arriguccio rimase confuso, non sapendo se quello che aveva fatto era vero o aveva sognato.
Senza più farne parola ,lasciò la moglie in pace.
La donna, con la sua astuzia, fuggì il pericolo e si aprì la via per poter, in avvenire, fare ogni cosa che volesse, senza avere più paura del marito.