venerdì 1 maggio 2015

OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.7

 OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.7

        Uno studente ama una donna vedova, la quale, innamorata di un altro, una notte d’inverno lo fa stare sopra la neve ad aspettarla; egli, poi, con un suo consiglio, fa stare la donna, a metà luglio, nuda, tutto un giorno, su una torre al sole alla mercè di mosche e tafani.

 Le donne avevano molto riso di quello stupidone di Calandrino e avrebbero riso ancora se non si fossero rammaricate, perché coloro che gli avevano rubato il porco gli avevano tolto anche i capponi.
 Finita la novella, la regina ordinò a Pampinea di raccontare la sua.
 E Pampinea cominciò dicendo che spesse volte avveniva che ci si beffava l’uno con l’altro.
 Nelle novelle narrate fino a quel momento si era parlato delle beffe fatte, ma non si era mai parlato della vendetta di chi era stato beffato.
Ella voleva raccontare di una loro concittadina, la quale per una beffa da lei fatta, ricevette sul capo,di  ritorno,un’altra beffa che quasi le causò la morte.
L’udire quella novella sarebbe stato loro molto utile perché si sarebbero guardate dal fare brutti scherzi agli altri e sarebbero state più prudenti.
Non molti anni prima era vissuta a Firenze una giovane bella di corpo, superba d’animo, di stirpe assai nobile, ricca di tutti i doni della fortuna, di nome Elena. Ella, rimasta vedova, non si volle più maritare, essendosi innamorata di un giovinetto bello e garbato, che la ricambiava. Libera da ogni vincolo, grazie ad una sua fantesca di fiducia, spesse volte s’incontrava con lui, molto piacevolmente. Un bel giorno un giovane, chiamato Rinieri, nobile di Firenze, che aveva studiato a Parigi, non per procurarsi un lavoro, come facevano molti, ma per conoscere la ragione e la causa delle cose, come si addice ad ogni gentiluomo, ritornò da Parigi a Firenze. Qui viveva molto onorato per la sua nobiltà e per la sua cultura.
Ma, come spesso avveniva, Rinieri fu incastrato da Amore, nonostante fosse così intelligente e colto.
Un giorno, essendo andato, per divertimento, ad una festa , incontrò quella Elena, tutta vestita di nero, come si conveniva ad una vedova, ma tanto bella e piacevole quanto nessun altra, a parer suo.
 Egli ritenne beato colui che l’avesse potuta tenere nuda tra le braccia. Dopo averla guardata a lungo, sapendo che le belle cose non si possono ottenere senza fatica, decise di compiere uno sforzo per conquistarla e poter godere in abbondanza di lei.
 La giovane donna che non teneva gli occhi fissi a terra, ma si guardava intorno e si accorgeva di chi la guardava con ammirazione, si accorse degli sguardi di Rinieri . Pensò di non essere andata invano a quella festa ,perché avrebbe trovato presto un pollastro. Lo cominciò, quindi, ad adescare, lanciandogli sguardi seducenti per dimostrargli il suo interesse, pensando che quanti più uomini avesse adescato, tanto più sarebbe stata apprezzata la sua bellezza, soprattutto dal giovane di cui era innamorata.
 Lo studente, lasciati da parte i pensieri filosofici, rivolse tutta la sua attenzIone a lei ,pensando di piacerle. Cominciò a passeggiare sotto la casa di lei, trovando mille ragioni.
 La donna mostrava di vederlo assai volentieri, per cui lo studente avvicinò la fantesca della donna e la pregò di convincere la padrona ad accettare il suo amore. La fantesca promise e raccontò tutto alla donna che, ridendo, disse che il giovane era andato a perdere a Firenze il senno che aveva portato da Parigi. Disse alla domestica di riferirgli che ella l’amava più di lui, ma doveva proteggere la propria onestà, per poter andare a testa alta insieme alle altre donne. Voleva, quindi, una prova del suo grande amore. La cattivella era piuttosto imprudente, perché non sapeva che non bisognava stuzzicare gli studenti. La fantesca, incontrandolo, gli riferì le parole della padrona. Il giovane ,lieto, insistette con più calde preghiere, scrivendo lettere e mandando doni. Per ogni cosa ricevuta gli venivano restituite solo vaghe risposte.
Così la donna lo tenne per molto tempo in sospeso.
Infine ella disse ogni cosa al suo amante, che era molto geloso. Per mostrargli che sospettava a torto di lei, mandò la serva dallo studente a dirgli che per le feste di Natale, ormai vicine, sperava di poter essere con lui. Perciò la sera dopo Natale, di notte, se gli faceva piacere, poteva andare nel cortile di lei, dove ella l’avrebbe raggiunto, appena possibile.
Lo studente, felice più di ogni altro uomo, andò. La fantesca lo fece entrare e lo chiuse dentro il cortile ,in attesa della donna. La donna ,quella sera, aveva fatto andare da lei il suo amante, aveva cenato con lui lietamente e gli aveva raccontato quello che intendeva fare, dicendogli che avrebbe potuto vedere quanto amore aveva per lo studente e dissipare così la sua gelosia.
L’amante ascoltò volentieri le parole di lei, desideroso di vedere che cosa aveva escogitato.
Il giorno precedente aveva nevicato molto ed ogni cosa era ricoperta di neve. Perciò lo studente, dopo essere stato un po’ in cortile, cominciò a sentire molto freddo, pure sopportava pazientemente, aspettando di ristorarsi.
La donna, dopo un po’, invitò l’amante ad andare nella sua camera ,a guardare da una finestrella che cosa faceva colui di cui era geloso e ad ascoltare quello che avrebbe risposto alla fantesca.
Andati, dunque, alla finestrella, vedendo senza essere veduti, sentirono la domestica dire allo studente che la padrona era dolente perché quella sera era andato da lei suo fratello, che aveva voluto cenare con lei ed ancora non se ne era andato, ma sperava che se ne andasse presto. Per quel motivo non aveva potuto raggiungerlo,ma contava di farlo e lo pregava di attenderla.
Lo studente, credendole, rispose che l’avrebbe attesa, ma che facesse il più presto possibile.
La servetta ritornò a casa e se ne andò a dormire, mentre la donna disse al suo amante “ Credi tu che se io gli volessi veramente bene, come temi, lo lascerei lì a ghiacciare? ”.
Così detto, se ne andò a letto con il suo amante, facendo l’amore a lungo, ridendo del misero giovane.
Lo sventurato andava avanti e dietro nel cortile per riscaldarsi, senza potersi sedere, né ripararsi dal freddo e malediceva la lunga permanenza del fratello della donna.
Ad ogni rumore che sentiva credeva che fosse l’uscio che si apriva per far entrare la donna ,ma sperava invano.
Ella, ormai quasi a mezzanotte, scherzando , chiese all’amante se si era liberato dalla gelosia, visto il freddo che aveva fatto patire allo studente.
Trascorsero ancora un bel po’ di tempo nei trastulli d’amore, poi si alzarono ed andarono a vedere se si era spento il fuoco del quale il giovane innamorato bruciava, come le aveva scritto.
Dalla finestrella poterono vedere lo studente ballare la carola a piccoli passi sulla neve,al suono del batter di denti che egli faceva per il troppo freddo, così rapidamente come non l’avevano mai vista danzare.
Aperta la porta ,la donna condusse poi l’amante fino all’uscio e, senza aprire, con voce sommessa, attraverso un buchetto, che c’era, chiamò. Lo studente, sentendosi chiamare, ringraziò Dio e pregò la donna di aprirgli perché moriva dal freddo. In risposta ella disse che c’era solo un po’ di neve, mentre a Parigi ce  n’era molta di più. Purtroppo non poteva ancora aprire perché quel suo maledetto fratello, che era andato a cenare da lei, non se ne era ancora andato, ma l’avrebbe fatto presto. Ella, a gran fatica, si era liberata per un attimo per andare a confortarlo e a pregarlo di attendere.
Lo studente le chiese, allora, di aprire la porta per permettergli di entrare e di stare al coperto, perché aveva ripreso a nevicare abbondantemente; al coperto avrebbe atteso tutto il tempo necessario.
Ma la donna, senza pietà, rispose che non era possibile aprire quell’uscio perché faceva un rumore tanto grande che facilmente poteva essere udito dal fratello, se l’avesse aperto. Voleva andare subito dal fratello per invitarlo ad andarsene e poi sarebbe ritornata.
Il malcapitato le raccomandò di fare presto ritorno e di accendere un bel fuoco in modo da potersi riscaldare, una volta entrato, perché  era diventato un pezzo di ghiaccio.
La donna finse di non credergli, rispondendogli che egli ardeva d’amore per lei, perciò non doveva beffarla.
L’amante, che udiva tutto, ne provava grande piacere.
Tornata a letto, la donna trascorse tutta la notte amoreggiando e deridendo il misero studente.
Lo sventurato, che sembrava una cicogna tanto batteva i denti, accortosi finalmente di essere stato beffato, più volte tentò di aprire l’uscio e cercò di uscire. Non vedendo come fare, andava avanti e dietro come un leone, maledicendo il tempo, la malvagità delle donne, la lunghezza della notte e la sua ingenuità.
Sdegnato contro la donna trasformò il lungo e fervente amore in crudo e violento odio, meditando propositi di vendetta.
Finalmente passò la nottata e apparve l’alba. La fantesca, su comando della donna, scese ed aprì il cortile. Mostrando compassione per lui, gli disse che era stato sfortunato ,perché si era ghiacciato, ma quello che non era successo quella notte poteva accadere un’altra volta e che la sua padrona era molto dispiaciuta.
Lo studente, saggiamente, nascose nel suo petto ciò che una volontà non frenata avrebbe mandato fuori. Con voce calma, senza mostrarsi per niente rattristato, rispose che quella era sicuramente stata la peggiore notte che avesse mai avuto, ma sapeva bene che la donna non aveva alcuna colpa. Infatti aveva provato tanta pietà di lui, che era scesa a scusarsi e a confortarlo. Ciò che non era stato quella notte sarebbe stato un’altra volta.
La salutò e se ne andò, tutto rattrappito, a casa sua, dove, stanco e morto di sonno, si gettò sul letto a dormire.
Si svegliò che non poteva quasi muovere le braccia e le gambe. Chiamò alcuni medici ai quali disse del gran freddo che aveva avuto e si fece curare.
I medici, con opportuni interventi, dopo un po’ di tempo lo guarirono.
Egli era giovane e arrivava il caldo, ritornò ,dunque, sano, conservando dentro di sé il suo orgoglio, continuando, comunque, a dimostrarsi più che mai innamorato della sua vedova.
Dopo un certo tempo la fortuna dette allo studente la possibilità di soddisfare il suo desiderio di vendetta.
Infatti il giovane amato dalla vedova, senza riguardo per l’amore di lei, si innamorò di un’altra donna e la poverina si consumava in lacrime e amarezze.
La fantesca, provando compassione per la padrona, per consolare la donna per il perduto amore, vedendo lo studente passare come al solito, ebbe un’idea sciocca. Pensò di poter indurre l’amante ad amare la donna come faceva prima con un incantesimo; pensando che lo studente fosse in ciò maestro ,lo disse alla padrona.
La donna, poco savia, senza pensare che se il giovane avesse conosciuto la negromazia l’avrebbe adoperata per sé stesso, mandò la serva a chiedergli se volesse fare un incantesimo per lei. Per ricompensa promise che avrebbe fatto tutto ciò che a lui piacesse.
La domestica riferì la richiesta al giovane che, ben lieto, pensò che era giunta l’occasione per far pagare alla malvagia femmina l’ingiuria fattagli.. Disse ,dunque, alla fantesca di riferire alla donna di star tranquilla che, anche se il suo amante fosse andato in India, rapidamente l’avrebbe riportato a chiederle perdono. Ma voleva spiegare a lei, di persona, che cosa doveva fare, quando e dove volesse.
La donna e lo studente decisero di incontrarsi nella chiesa di Santa Lucia di Prato.
 Lì giunti, la donna, dimenticatasi di averlo quasi condotto alla morte, gli raccontò ogni sua vicenda, gli spiegò che cosa desiderava e lo pregò di aiutarla per la sua salvezza.
Il giovane la rassicurò, spiegandole che egli era divenuto esperto di negromazia a Parigi ,anche se aveva giurato che mai l’avrebbe adoperata né per sé, né per altri. Ma l’amore che aveva per lei era tanto forte che sarebbe andato pure a casa del diavolo, per farle piacere. Le ricordava, comunque, che era la cosa più difficile di tutte che una donna volesse riconquistare l’amore di un uomo o un uomo quello di una donna. Ella doveva essere coraggiosa perché l’incantesimo si doveva fare di notte, in luoghi solitari e senza compagnia. Doveva vedere se se la sentiva.
La donna ,più innamorata che saggia, rispose che avrebbe fatto qualunque cosa per riavere colui che a torto l’aveva abbandonata. Lo studente poteva ,dunque, mostrarle cosa doveva fare.
Lo studente, più furbo del diavolo, disse che doveva fare un’immagine di stagno con il nome dell’uomo che ella voleva riconquistare. Dopo avergliela mandata, la donna doveva andare, in una notte di luna calante, nuda in un fiume, tutta sola, e bagnarsi, tenendo l’immagine in mano, per sette volte nelle acque. Poi, così nuda, doveva andare sopra un albero o sopra una casa disabitata e, rivolta a Nord, con l’immagine in mano, per sette volte doveva dire certe parole che egli avrebbe scritte. Dette le quali, sarebbero andate da lei due damigelle bellissime, l’avrebbero salutata e le avrebbero domandato cosa voleva che facessero. A loro la donna doveva esporre con chiarezza i suoi desideri, evitando di confondersi. Detto ciò ,esse sarebbero andate via ed ella sarebbe potuta scendere al luogo dove aveva lasciato i panni, rivestirsi e tornarsene a casa. Sicuramente, non oltre la metà della notte seguente, il suo amante sarebbe andato da lei, piangendo e chiedendo perdono. Da quel momento in poi non l’avrebbe più lasciata per nessun altra.
La donna, udendo quelle parole, ebbe l’impressione di riavere già il suo amante tra le braccia e più lieta disse
“ Non dubitare, farò ciò che hai detto, nella maniera migliore. Ho un podere verso Valdarno Superiore, che è vicino alla riva del fiume; ed è il mese di luglio, sarà piacevole bagnarsi. Ricordo che non lontana dal fiume vi era uuna piccola torre disabitata. Raramente, da alcune scale di castagno, salgono, talvolta, i pastori su un terrazzo per cercare le pecore smarrite. E’ un luogo molto solitario e fuori mano sul quale salirò per fare quello che mi ordinerai”.
Lo studente, che conosceva benissimo il luogo e la piccola torre, finse di non conoscere bene la zona e di fidarsi delle parole della donna. Promise di mandarle al momento opportuno l’immagine e l’orazione. La pregò, infine, di ricordarsi di lui e di mantenere le sue promesse.
La donna lo rassicurò e, preso commiato da lui, se ne ritornò a casa.
Lo studente, tutto soddisfatto, fece un’immagine con alcuni segni e scrisse una favola come orazione e, quando gli sembrò il momento, la mandò alla donna, dicendole che la notte seguente doveva fare ciò che le aveva detto,  senza più indugiare. Poi, di nascosto, con un suo servitore, andò a casa di un amico, che abitava assai vicino alla torricella, per vedere come andassero le cose.
Anche la donna, con la sua fantesca, si mise in cammino e se ne andò al suo podere.
Venuta la notte, fingendo di andare a letto, mandò la domestica a dormire e, uscita silenziosamente di casa, andò vicino alla torricella, che era sopra la riva dell’Arno.
Dopo aver guardato attentamente, non vedendo né sentendo nessuno, si spogliò e nascose i panni sotto un cespuglio. Poi si bagnò sette volte con l’immagine e, nuda, con l’immagine in mano, si diresse verso la piccola torre.
Lo studente, che si era nascosto col suo servitore nei pressi della torre, vedendola passare così nuda, con il petto e le altre parti del corpo belle, delicate e bianche, tanto che vincevano l’oscurità della notte, pensando a come sarebbero diventate di lì a poco, provò compassione per lei. Spinto dal desiderio, fu tentato di uscire allo scoperto e di farla sua. Ma il ricordo dell’ingiuria ricevuta riaccese lo sdegno e ,scacciati la compassione e il desiderio della carne,confermò il suo proposito di vendetta e la lasciò andare.
La donna, salita sulla torre, rivolta a Nord, cominciò a dire le parole datele dallo studente, il quale, entrato di nascosto nella torre, levò la scala che saliva sulla terrazza dov’era la donna e attese.
La donna, detta sette volte la sua orazione,cominciò ad aspettare le due damigelle.
L’attesa fu così lunga che, senza subire troppo il freddo, ella vide giungere l’aurora.
Addolorata perché non era accaduto ciò che le aveva detto lo studente, disse tra sé “Credo che costui mi abbia voluto dare una notte come quella che io detti a lui; se ha fatto ciò, non ha saputo vendicarsi bene perché questa notte non è stata lunga come la sua e il freddo non è stato così intenso”.
Per non farsi cogliere dalla luce del giorno, volle scendere dalla torre, ma non trovò la scala. Allora, come se le fosse mancato il mondo sotto i piedi, svenne e cadde sulla terrazza della torre. Quando le forze le ritornarono, miseramente cominciò a piangere e a lamentarsi. Ben comprendendo che era stata opera dello studente, si rammaricò di averlo offeso e di essersi fidata troppo di lui; e così rimase per moltissimo tempo.
Cercò di trovare un’altra via per scendere, ma, non vedendola, ricominciò a piangere. Pensò di essere sventurata perché i suoi fratelli, i suoi parenti e tutti i fiorentini, trovandola lì nuda, avrebbero riconosciuto che la sua onestà era falsa e lo studente ,che conosceva tutti i fatti suoi, l’avrebbe confermato.Ella in una sola ora aveva perduto il suo amore e il suo onore. Per il dolore fu sul punto di gettarsi dalla torre.
Essendosi già alzato il sole, mentre guardava se arrivava qualche pastorello,che potesse chiamare la domestica,vide lo studente che usciva da un cespuglio ed egli vide lei.
Il giovane le chiese se erano venute le damigelle. La donna, vedendolo, lo pregò di avvicinarsi alla torre affinchè potesse parlargli. Lo studente si avvicinò.
Ella, postasi con il capo sull’apertura della terrazza, piangendo disse “ Rinieri, ti sei vendicato della brutta notte che ti feci passare perché, sebbene sia luglio, stanotte, nuda, ho creduto di morire assiderata ed ho pianto tanto per l’inganno che mi meraviglio che ancora mi sono rimasti gli occhi. Ti prego, non per amor mio, ma per amor tuo, che sei un gentiluomo, che ti basti come vendetta quello che hai fatto finora. Ridammi i miei vestiti e fammi scendere di quassù. Non mi togliere il mio onore. Se non volli stare con te quella notte, ora ti posso rendere molte notti per quella sola. Non voler esercitare le tue forze contro una donna. Non c’è nessuna gloria per un’aquila nell’aver vinto una colomba”.
Lo studente, vedendola piangere e pregare, era combattuto tra il piacere della vendetta ,tanto desiderata, e la compassione per la misera.
Ma non potendo la pietà vincere il desiderio di vendetta , rispose “ Madonna Elena, se le mie preghiere, che non furono così dolci come le tue ora, mi avessero, nella notte in cui io nella corte piena di neve morivo di freddo, consentito di stare un po’ al coperto, mi sembrerebbe facile ora esaudire i tuoi desideri.
Ma se ti preoccupi tanto del tuo onore e di stare qui ignuda, rivolgi codeste preghiere a colui nelle cui braccia, ignuda, stesti quella notte, sentendo me andare avanti e dietro nel cortile, battendo i denti. E fatti aiutare da lui a ritrovare i tuoi panni e a cercare la scala per farti scendere. Perché non lo chiami affinchè venga ad aiutarti? Tu appartieni a lui. Sei sua, chiamalo, stupida che sei, e prova se l’amore che tu provi per lui e il suo per te ti possano liberare da questa mia sciocchezza, della quale ridesti a lungo con lui. Non offrirmi ciò che ora non desidero più e potrei prendermi se lo desiderassi. Riserva le tue notti al tuo amante, se uscirai viva di qui. A me ne è bastata una ,di notti, e mi basta essere stato schernito una volta. E ancora con la tua astuzia cerchi di acquistare la mia benevolenza; ma le tue lusinghe non offuscheranno il mio intelletto, come fecero le tue sleali promesse. Mi conosco bene, non imparai tante cose a Parigi, quante me ne facesti conoscere tu in una sola notte. Seppure volessi essere magnanimo e porre fine alla penitenza e alla vendetta ,per le fiere selvatiche, quale tu sei, la fine di esse deve essere la morte. Io non sono un’aquila e tu non sei una colomba, ma una serpe velenosa, antico nemico, che intendo persequire con tutte le mie forze, anche se quello che ti sto facendo non si può chiamare vendetta, ma castigo. Infatti la vendetta deve superare l’offesa. Se volessi vendicarmi la tua vita non basterebbe, ma cento altre, ripensando a come mi trattasti. E che danno può fare il toglier di mezzo questo tuo bel visetto, che fra poco gli anni guasteranno, riempendolo di rughe. Mentre tu volevi far morire un uomo valoroso che può essere più utile al mondo che centomila tue pari. Ti insegnerò con questo castigo che cosa sia schernire gli uomini sapienti e che cosa sia schernire gli studenti. Farò in modo che, finché campi, non commetterai più una simile follia. Ma ,se hai tanta voglia di scendere, perché non ti butti giù? E subito, con l’aiuto di Dio, rompendoti il collo, uscirai da questa pena e mi farai l’uomo più felice del mondo.
Non ti voglio dire di più. Io seppi fare così bene a farti salire lassù, tu sappi ora fare per scendere così bene, come facesti per beffarmi”.
Mentre lo studente diceva tutte quelle cose ,la sventurata piangeva, il tempo passava e il sole saliva sempre più in alto. Come tacque, la donna disse “ O uomo crudele, se non ti impietosiscono la mia bellezza, le mie lacrime e le mie preghiere, ti renda più mite la fiducia che ho riposto in te, mettendoti a conoscenza del mio segreto.
Se tu lasci la tua ira e mi perdoni, io ti prometto di abbandonare il giovane sleale e di avere solo te per amante e signore, mostrandoti tutta la mia bellezza, sebbene la ritieni breve e di scarso valore. Benchè sono trattata da te così crudelmente, non credo che voglia vedermi morire, gettandomi disperata dalla torre, davanti ai tuoi occhi, ai quali piacqui tanto. Per amor di Dio e per pietà aiutami, perché il sole comincia ad essere troppo caldo e mi dà grandissimo fastidio, come il freddo di stanotte”.
Lo studente rispose “ Madonna ,tu avesti fiducia in me non per amor mio, ma per riconquistare quello che avevi perduto e pensi che questa sia stata l’unica via per la mia vendetta, ma sbagli. Avevo preparato mille altri modi per vendicarmi, molto,peggiori di questo che ho scelto. Se tutti fossero falliti, mi sarei servito della penna ed avrei scritto di te cose così tremende che, quando le avresti sapute, avresti desiderato mille volte non essere mai nata. Le forze della penna sono tanto maggiori di quanto non credono coloro che non le hanno provate. Giuro su Dio ( se continuerà ad aiutarmi come ha fatto finora)  che avrei scritto di te cose di cui ti saresti vergognata tanto da cavarti gli occhi. Non mi importa più del tuo amore e che tu sia mia. Sii pure di colui di cui sei stata, se puoi, il quale ,come prima odiai, ora amo, vedendo come si è comportato verso di te.
Voi donne vi innamorate desiderando l’amore dei giovani con le carni più vive e le barbe più nere, tronfi e impettiti, mentre vanno a cantare e a giostrare. Li ritenete migliori cavalieri degli uomini attempati e più maturi. Devo ammettere che essi, certamente, con maggior forza scuotono i pelliccioni, ma gli attempati, più esperti, conoscono meglio i posti dove stanno le pulci, ed è preferibile scegliere il poco e saporito che il molto e insipido. Il trottare velocemente stanca chiunque, sebbene sia giovane, mentre l’andare dolcemente fa procedere più riposati. Non vi accorgete, animali senza intelletto, della malvagità che è nascosta sotto la vostra bellezza.
I giovani non sono contenti di una donna sola, ma quante ne vedono tante ne desiderano, perciò il loro amore non può essere duraturo, come tu puoi testimoniare.Essi vogliono essere riveriti e corteggiati dalle loro donne, e si vantano di quelle che hanno avuto,la qual cosa spinse molte donne a concedersi ai frati, che non se ne possono vantare.
Non ti illudere che i tuoi amori li conosciamo solo io e la tua fantesca, la contrada del tuo amante non parla d’altro ed anche la tua, ma spesso il diretto interessato è l’ultimo a saperlo. I giovani, inoltre, vi rubano mentre gli attempati vi donano.
Lascia perdere me, perché ha trovato una donna molto più bella di te, che mi ha conosciuto meglio di te. Buttati giù e l’anima tua, ricevuta nelle braccia del diavolo, vedrà che ,vedendoti precipitare, non ho battuto ciglio.
Ma credo che non mi vorrà fare questo favore, perciò, visto che il sole si comincia a riscaldare, mescola il caldo con il freddo che hai provato stanotte e il sole ti sembrerà meno ardente”.
La misera donna, vedendo che non riusciva ad impietosirlo, lo pregò, allora, in nome di quella donna più saggia di lei che aveva detto di amare ricambiato, di perdonarla e di riportarle i vestiti, affinchè si potesse rivestire e scendere di lì.
La studente cominciò a ridere e rispose che non sapeva dire di no, visto che l’aveva pregato in nome della donna amata, ma gli doveva dire dov’erano i suoi vestiti, chè sarebbe andato a prenderli ,glieli avrebbe portati e l’avrebbe fatta scendere.
La donna gli credette e gli spiegò dove aveva messo i suoi vestiti.
La studente, uscito dalla torre, comandò al suo servo di non allontanarsi e di impedire l’ingresso alla torre a chiunque, finché non fosse tornato. Poi andò a casa dell’amico, mangiò con calma e se ne andò a dormire.
La donna, rimasta sulla torre, si mise a sedere vicino a un muro dove c’era un po’ di ombra, e cominciò ad aspettare, turbata da amarissimi pensieri. Saltando da un pensiero ad un altro, ora piangendo, ora sperando, vinta dal dolore e dalla stanchezza, si addormentò.
Il sole fortissimo, perché era ormai mezzogiorno, colpiva il tenero e delicato corpo di lei e la sua testa scoperta con tanta forza che non solo cosse tutte le carni, ma le screpolò tutte. E la scottatura fu tale che la costrinse a svegliarsi.
Come tentò di muoversi, le sembrò che tutta la pelle scottata si aprisse e si spaccasse, come la pelle cotta di una pecora bruciata, se qualcuno la tirasse. Oltre a ciò le doleva così forte la testa, che sembrava che le si spaccasse. La cosa non doveva meravigliare perché il terrazzo della torre era così ardente che ella non poteva trovare alcun riparo. Si spostava di qua e di là piangendo.
Oltre a ciò, poiché non c’era un alito di vento, erano arrivati, in gran quantità, mosche e tafani che, posandosi sulle lacerazioni ,la pungevano, che sembravano le punture di uno spillone. Ella ,continuamente, gettava le mani attorno, maledicendo sé ,il suo amante e lo studente. Tormentata dal sole ,dal caldo, dalle mosche e dai tafani, dalla fame e ancor più dalla sete, angosciata da mille pensieri molesti, si alzò per vedere se trovasse qualche persona lì vicino, cui potesse chiedere aiuto.
Ma anche in questo la natura le fu nemica.
I contadini si erano tutti allontanati dal campo per il caldo, perché quel giorno non si lavorava ,e quelli che abitavano lì vicino battevano le loro biade.
Udiva solo le cicale e vedeva l’Arno; la vista delle acque faceva accrescere la sua sete.
La povera vedova, per il sole, il calore della terrazza, i morsi delle mosche e dei tafani, mentre durante la notte era diventata tutta bianca per il freddo, allora era tutta rossa per la rabbia e per gli schizzi di sangue.
A chi l’avesse veduta, sarebbe sembrata la cosa più brutta del mondo.
Stando lì, senza speranza di aiuto, aspettava la morte.
Verso l’una e mezzo del pomeriggio lo studente si svegliò, si ricordò della donna, tornò alla torre per vedere come stava e mandò il suo servitore, che era ancora digiuno, a mangiare.
Come la donna sentì che stava arrivando, venne sopra l’apertura e, piangendo, gli disse “Rinieri, ti sei vendicato oltre misura, perché ti feci gelare la notte nel mio cortile, facendomi arrostire su questa torre e, oltre a ciò, facendomi morire di fame e di sete. Ti prego, in nome di Dio, di salire qui sopra e di darmi la morte, visto che non ci riesco da sola. Se non mi vuoi fare questa grazia, almeno fammi portare un bicchiere d’acqua per  bagnarmi la bocca, perché non bastano le mie lacrime, tanta è l’arsura”.
Lo studente sentì dalla voce la sua debolezza e vide il corpo di lei arso dal sole, per cui provò un po’ di compassione, ciononostante rispose “ Malvagia donna, non morrai per le mie mani, ma per le tue, se vorrai, e tanta acqua avrai da me, per alleviare il tuo caldo, quanto fuoco ebbi da te per alleviare il mio freddo. Come  curai il mio freddo col calore del letame puzzolente, così tu curerai il tuo caldo con il freddo della profumata acqua di rose; e come io stetti per perdere le forze e la vita, così tu, scorticata da questo caldo, resterai come la serpe ,quando cambia pelle”.
La donna disse “ O me sventurata, tu più crudele di una belva, come hai potuto straziarmi in tal maniera? Che mi sarei potuta aspettare di più da te se avessi ucciso tutti i tuoi parenti tra crudelissimi tormenti? Neanche un traditore, condannato da tutta la città, avrebbe avuto la condanna di arrostire al sole, mangiato dalle mosche. E, oltre a questo, non mi hai voluto dare nemmeno un bicchiere d’acqua, che non si nega neppure ai condannati, quando vanno a morte. Visto che tu stai fermo nella tua crudeltà, né ti può smuovere la mia sofferenza, mi disporrò a morire, pregando Dio di aver misericordia dell’anima mia e di guardare a questa tua impresa con occhi giusti”.
Detto ciò se ne andò verso il terrazzo, credendo di morire di sete, piangendo forte.
Essendo ormai al vespro, lo studente, soddisfatto, fatti prendere i vestiti di lei, andò verso la casa della donna, dove trovò la fantesca, triste e sconsolata, seduta sulla porta.
Le chiese se sapeva dov’era la padrona, ella rispose che non la trovava né lì, né altrove, né sapeva dov’era andata.
Lo studente, promettendo anche a lei di vendicarsi alla prima occasione, disse al suo servitore di darle i panni della padrona perché glieli portasse.
La serva, udendo le parole scambiate tra i due, temette che l’avessero uccisa e, rapidamente, piangendo, con il servitore corse verso la torre.
Un contadino della donna quel giorno aveva smarrito due porci, andandoli a cercare, poco dopo la partenza dello studente, giunse alla torre. Sentì il pianto sconsolato della misera donna e gridò “Chi piange lassù?”.
La donna riconobbe la voce del suo contadino, lo chiamò per nome e gli disse di fare andare da lei la sua fantesca.
Il lavoratore, prese le assi della scala ,cominciò a raddrizzarle e a sistemare i bastoni e le traverse.
Frattanto giunse la domestica, che, aiutata dal contadino, che aveva accomodato la scala, salì sul terrazzo.
Vedendo la padrona, non come un essere umano, ma come un ceppo di legno bruciato, giacere per terra nuda, cominciò a graffiarsi il viso e a piangere, come se la padrona fosse morta.
Ma la donna lo pregò di tacere, ché nessuno doveva sapere quello che era successo.
Il contadino, dopo molte chiacchiere, presa in braccio la donna che non poteva camminare, la portò in salvo, fuori dalla torre.
La fantesca, che era rimasta indietro, scendendo sbadatamente cadde dalla scala e si ruppe una coscia. Per il dolore si mise a mugghiar come un leone.
Il lavoratore, poggiata la donna sull’erba, andò a vedere che avesse la serva. Trovatala con una coscia rotta, la portò sull’erba accanto alla padrona, che sperava di avere aiuto da lei.
Il contadino, visto che il sole era tramontato, prima che sopraggiungesse la notte, andò a casa sua e chiamò i fratelli e la moglie per farsi aiutare.
Sistemata la domestica su una tavola, la portarono a casa. Poi, rifocillata la padrona con un poco d’acqua fresca, presala in braccio, la portò nella camera. La moglie del contadino la lavò, le diede da mangiare e, spogliatala, la mise a letto. Poi, durante la notte, l’uomo portò le due donne a Firenze.
Giunte a Firenze, la donna, molto esperta in menzogne, inventò tutta una storia, diversa da come erano andati i fatti, sia per sé che per la fantesca.
Raccontò ai fratelli, alle sorelle e a tutti che quelle cose erano accadute per malefici di demoni.
I medici curarono, con grandissima sofferenza di lei, che lasciò più volte la pelle attaccata alle lenzuola, sia la donna, che aveva avuto una fortissima febbre, sia la domestica che si era rotta la coscia.
La donna, dimenticato il suo amante, da quel giorno, saggiamente, si guardò dal fare beffe e dall’amare; lo studente, sentendo che alla fantesca si era rotta una coscia, si ritenne soddisfatto.
Così, dunque, capitò alla stolta giovane per le sue beffe rivolte ad un giovane studente. Non sapeva che gli studenti, non tutti ma la maggior parte, ne sapevano una più del diavolo.
Perciò le donne si dovevano guardare bene dal beffare gli uomini e soprattutto gli studenti.
                                   




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