mercoledì 14 gennaio 2015

SETTIMA GIORNATA - NOVELLA N.3

SETTIMA GIORNATA – NOVELLA N.3

Frate Rinaldo giace con la comare; il marito lo trova in camera con lei e gli fanno credere che egli incantava i vermi del figlioccio.

Le donne, sentendo Filostrato parlare delle cavalle della Partia, risero, fingendo di ridere d’altro.
Appena la novella finì, il re ordinò ad Elissa di continuare ed ella fu ben contenta di obbedire.
Cominciò dicendo che l’incantesimo della Fantasima, narrato da Emilia, le aveva fatto ricordare una novella di un altro incantesimo che, se non era bella come quella, pure le avrebbe divertite.
Proseguì narrando che in Siena, qualche tempo prima, visse un giovane leggiadro e di onorevole famiglia, di nome Rinaldo, che amava sommamente una sua vicina, assai bella, sposata con un ricco uomo.
Sperando di poterle parlare senza sospetto, poiché la donna era gravida, decise di diventare suo compare, divenne , perciò ,amico del marito e si accordò con lui in tal senso. Dunque, divenuto Rinaldo compare di madonna Agnese, cercò in tutti i modi di parlarle per farle capire le sue intenzioni. La donna, udendolo, sorrise lusingata, senza nulla concedere.
In seguito, qualunque ne fosse il motivo, Rinaldo si fece frate, pur conservando l’amore che portava alla sua comare e certe sue vanità. Infatti si dilettava di essere ben messo, di vestire con buoni abiti, di essere in tutte le sue cose elegante e raffinato, di comporre canzoni, sonetti e ballate e di cantare, soddisfatto di tutte quelle cose e di altre simili.
Si parlava di frate Rinaldo ma, in effetti, tutti i religiosi facevano così, disonorando il mondo con la loro corruzione. Essi non si vergognavano di essere grassi, coloriti in viso, raffinati negli abiti e nelle abitudini e danzavano tronfi e pettoruti, con la cresta alzata, non come colombi ma come galli. E la cosa peggiore era che (tralasciando il fatto che le loro celle erano piene di vasetti colmi di unguenti, di scatole piene di dolciumi, di ampolle ed anforette con acque colorate e oli, di botti di malvasia e di greco e di altri vini preziosissimi, tanto che sembravano non celle di frati ma botteghe di speziali e di profumieri) non si vergognavano che tutti sapessero che erano gottosi.
Pensavano che gli altri non sapessero che, di solito, i digiuni, le vivande modeste e scarse e il vivere sobriamente rendevano gli uomini magri e sani; se pure erano malati non si ammalavano di gotta, che aveva come cura la castità e ogni altra cosa propria di un frate modesto.
E ancora non credevano che gli altri sapessero che, oltre alla vita povera, le veglie, la preghiera, la disciplina rendevano gli uomini pallidi e smunti.
E i Domenicani e i Francescani nemmeno sapevano che per cacciare il freddo non avevano bisogno di quattro cappe ciascuno, né di abiti colorati e di panni morbidi, ma di vestiti fatti di lana grossa e di colori naturali.
Avesse potuto Dio provvedere alle loro necessità ,come faceva con le anime dei sempliciotti che le nutrivano
con le loro offerte.
Dunque, ritornato frate Rinaldo nei pensieri di prima, cominciò a visitare spesso la sua comare e a farle proposte sempre più insistenti.
La buona donna, vedendosi sollecitare con insistenza, sembrandole il frate un bell’uomo, pensò di concedergli ciò che egli chiedeva e, per provocarlo, gli chiese se i frati facevano quelle cose.
Il frate prontamente rispose che se si fosse levato la tonaca di dosso, le sarebbe sembrato un uomo come tutti gli altri e non un frate.
La donna, ridendo, precisò che purtroppo egli era suo compare e che fare l’amore con il compare, considerato come un parente, era un peccato molto grave, non poteva , perciò, accontentarlo.
Frate Rinaldo , allora, le disse “ Siete una sciocca ,se vi tirate indietro per questo. Non nego che sia peccato, ma Iddio perdona anche i peccati più gravi a chi si pente. Del resto , chi è più parente di vostro figlio? Io che lo tenni a battesimo o vostro marito che lo generò?”
La donna, ovviamente, rispose che era più parente il marito. E l’astuto frate continuò chiedendole se ella giaceva con il marito. Alla risposta affermativa di lei, precisò che se ella giaceva con il marito ,poteva giacere anche con lui, che era meno parente del figlio.
La donna, che non era una filosofa, o perché gli credette o perché fece finta di credergli, convinta da quei discorsi, nonostante il comparatico, acconsentì ai piaceri del frate.
Iniziarono con cautela, poi, protetti dal comparatico, si ritrovarono sempre più spesso insieme.
Una volta ,essendo frate Rinaldo andato a casa di lei , la donna, vedendo che non c’era nessuno nei paraggi tranne la sua servetta, una ragazza molto graziosa e piacevole, la mandò nella colombaia insieme con il compagno del frate, a insegnarle il paternostro.
Poi, tenendo in braccio il figlioletto, con il frate se ne andò nella sua camera, la chiuse e, sedutisi su un divanetto, cominciarono a trastullarsi. Mentre stavano così, giunse il compare e , senza che nessuno lo sentisse, arrivò fino alla camera, bussò e chiamò la moglie.
 La donna, sentendo la voce del marito, quasi svenne dalla paura, temendo che egli potesse capire il motivo di tanta familiarità.
Frate Rinaldo era svestito, senza cappa e senza scapolare, in tonaca; temette che la donna potesse aprire e il marito potesse trovarlo così. Ma la donna, astutamente, aveva già in mente un piano. Lo fece rapidamente vestire, poi gli pose in braccio il figlioccio, raccomandandogli di assecondarla in ciò che avrebbe detto.
Si avviò, infine, ad aprire al marito che continuava a picchiare.
Aperta la porta, con viso sereno, gli disse “Marito mio, certamente oggi Iddio mandò qui frate Rinaldo. Certamente, se non fosse venuto, oggi avremmo perduto il nostro figlioletto”.
 Quando lo stupidone udì ciò quasi svenne e chiese il motivo. 
La donna gli spiegò che il bambino aveva avuto uno sfinimento, che ella aveva creduto che fosse morto e non sapeva che cosa fare, né che cosa dire. Per fortuna era arrivato frate Rinaldo ,loro compare, che lo aveva preso in braccio e aveva detto “ Comare, questi sono vermini che ha nel corpo, i quali si avvicinano al cuore e lo ucciderebbero certamente. Ma non abbiate paura, perché io farò un incantesimo e li farò morire tutti e, prima che me ne vada, rivedrete il fanciullo sano come non lo vedeste mai”.
La donna aveva mandato la serva a cercare il marito che doveva dire certe orazioni, ma non lo aveva trovato. Allora le aveva fatte dire al compagno del frate, nella colombaia, che era il luogo più alto della casa, mentre ella e il frate erano entrati nella camera. Poiché quel servizio lo poteva fare solo la madre del fanciullo, e,  per non essere disturbati, avevano chiuso la porta a chiave.
I frate teneva ancora il bambino in braccio perché aspettava che tornasse il suo compagno, dopo aver detto le orazioni e l’incantesimo fosse compiuto, come credeva, dato che il figlioletto si era ripreso del tutto.
Lo stupidone credette a tutto ciò che la moglie gli aveva detto, non sospettando alcun inganno, e, gettato un gran sospiro, voleva andare a vedere. Ma la donna lo trattenne dicendo che avrebbe potuto spezzare l’incantesimo. Sarebbe andata  di persona e l’avrebbe chiamato appena possibile.
Frattanto frate Rinaldo, che aveva udito ogni cosa, si era rivestito ed aveva il bambino in braccio.
 Come ebbe sistemato tutto , chiamò la comare dicendo che aveva sentito arrivare il compare. Il frate lo fece entrare e gli affidò il figliuolo ,sano e salvo per grazia di Dio.
Lo invitò, poi, a far porre una statua di cera della grandezza del bambino davanti alla statua di Sant’Ambrogio, in lode di Dio, per grazia ricevuta.
Il fanciullo, vedendo il padre gli corse incontro e gli fece festa, come fanno tutti i bambini.
Il padre, come se lo avesse tirato fuori dalla fossa, l’abbracciò e lo baciò e ringraziò il compare che l’aveva guarito.
Il compagno del frate, che alla servetta aveva insegnato ben più di quattro paternostri e le aveva donato una borsetta fatta da una monaca, sua devota, aveva capito che lo stupidone era nella camera della moglie.
Piano, piano si era reso conto di come erano andate le cose. Vedendo che tutto era andato a buon fine, entrato nella camera disse “ Frate Rinaldo, quelle quattro orazioni che mi diceste di dire , le ho dette tutte”.
Il frate rispose che aveva fatto bene perché, per l’arrivo del padre, dal canto suo, ne aveva potuto dire soltanto due. Ma Dominedio, tra la fatica dell’uno e quella dell’altro, aveva fatto la grazia e aveva fatto guarire il fanciullo.
Il sempliciotto fece portare buoni vini e dolciumi e fece onore al suo compare ed al compagno, offrendo loro tutto ciò di cui avevano desiderio. Poi li accompagnò fuori dalla casa e li affidò al Signore.
Senza alcun indugio fece fare la statua di cera e la fece collocare con le altre davanti all’immagine di Sant’Ambrogio, non quello di Milano.

















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