giovedì 14 agosto 2014

QUINTA GIORNATA - NOVELLA N. 3

 QUINTA GIORNATA – NOVELLA N.3

Pietro Boccamazza fugge con l’Agnolella; incontra dei ladroni; la giovane fugge in una selva ed è condotta in un castello, Pietro è catturato, ma fugge dalle mani dei ladroni e dopo qualche problema giunge nel castello dove si trova Agnolella; la sposa e se ne torna a Roma con lei.

Tutti commentarono piacevolmente la novella di Emilia, poi la regina fece cenno ad Elissa di continuare.
La giovane comunicò che avrebbe parlato di una notte terribile vissuta da due giovinetti imprudenti, cui seguirono molti giorni lieti.
Viveva in Roma, in quel tempo in decadenza, dopo essere stata nei tempi antichi a capo del mondo, un giovane chiamato Pietro Boccamazza, di una nobile famiglia romana. Egli si innamorò di una bellissima e gentile fanciulla ,chiamata Agnolella, figlia di Gigliuozzo Saullo, uomo plebeo, molto caro ai romani.
Pietro riuscì a conquistare l’amore della ragazza e la chiese in moglie.
I suoi parenti, che non volevano Gigliuozzo Saullo né per amico, né per parente, impedirono a Pietro le nozze.
Pietro, vedendo che il matrimonio incontrava molti ostacoli, si sentì morire dal dolore, decise allora di fuggire da Roma insieme ad Agnolella.
Una mattina, svegliatisi prestissimo, montarono a cavallo e si diressero verso Anagni, dove li attendevano alcuni amici fidati.
Mentre cavalcavano facevano progetti per le nozze ,baciandosi.
Purtroppo Pietro non conosceva bene la strada, per cui ,essendosi allontanati per circa otto miglia, dovendo andare a destra, svoltarono a sinistra. Giunsero nei pressi di un castello, dal quale uscirono dodici soldati, che li inseguirono. Agnolella, accortasi degli inseguitori, volse il suo ronzino verso la foresta per fuggire.
Pietro, che guardava più al viso di lei che alla strada, senza accorgersi di nulla, fu raggiunto e catturato.
Gli inseguitori, riconosciutolo come amico degli Orsini, loro nemici, decisero di impiccarlo ad una delle querce.
Mentre il giovane si spogliava per essere impiccato, piombarono addosso al gruppo venticinque soldati nemici che misero in fuga gli assalitori.
 Pietro, mentre i due gruppi combattevano tra loro, salì sul suo ronzino e si diresse verso la via per la quale aveva visto fuggire la giovane. Non riuscì a ritrovarla e, piangendo, invano la chiamò.
Ma nessuno rispondeva ed egli non osava tornare indietro perché non conosceva la strada e temeva che le fiere, che abitavano le foreste, potessero sbranare sia lui stesso che la donna. Anzi gli sembrava di vederla strangolare da un orso o da un lupo.
Tutto il giorno andò in giro nella selva, gridando e chiamando. Alla fine era talmente stanco per il piangere, per la paura e per il digiuno che non poteva più andare avanti.
Sopraggiunta la notte, non sapendo che fare, trovata una grandissima quercia, vi salì sopra per non essere divorato dalle fiere, dopo aver legato il ronzino.
Dopo poco sorse una luna chiarissima. Pietro non riuscì a dormire sia per la paura di cadere, sia per il pensiero della fanciulla.
Frattanto Agnolella, non sapendo dove andare, si inoltrò nella selva, non riuscendo più a trovare il punto in cui vi era entrata. Girò a lungo nel bosco chiamando e piangendo, finché non trovò un viottolo, che il ronzino seguì. Dopo alcune miglia giunse ad una casetta, abitata da un buon uomo e da sua moglie, entrambi molto vecchi, che ,come la videro, le chiesero dove andasse a quell’ora. La giovane rispose che doveva andare ad Anagni.
Il vecchio le disse,allora, che quella non era la strada per Anagni, che era molto distante, e non vi era alcun luogo dove alloggiare.
Il vecchio le offrì volentieri ospitalità, aggiungendo che, comunque, era molto rischioso rimanere lì, perché in quelle contrade andavano in giro, di giorno e di notte, gruppi di sbandati che si azzuffavano tra loro. Queste brigate, vedendola così giovane e bella, potevano recarle danno, senza che loro due potessero aiutarla..
Ella, vedendo l’ora tarda, considerando che era meglio essere maltrattata dagli uomini che essere sbranata dalle fiere, accettò l’ospitalità.
Entrò in casa, cenò poveramente con quello che i vecchi avevano e si gettò, vestita, su loro letto.
Prima dell’alba si sentì un gran calpestio di gente, alzatasi rapidamente, la donna andò in un gran cortile che era dietro la casa e si nascose in un grosso mucchio di fieno che si trovava lì.
Si era appena nascosta che un folto gruppo di masnadieri bussò alla porta della casa. Fattisi aprire, videro il ronzino della giovane e chiesero chi c’era.
Il vecchio rispose che non c’era nessuno e che il ronzino, forse sfuggito a qualcuno, era stato da loro portato in casa per evitare che se lo mangiassero i lupi.
I ladroni ,allora, se lo presero , poi cominciarono a guardare in giro per controllare. Uno di loro, non sapendo che fare, gettò una lancia nel fieno e quasi uccise la donna nascosta. La lancia sfiorò il seno sinistro, tanto che le stracciò i vestiti. Ella stava per gridare, ma, ricordandosi dov’era, rimase in silenzio.
La brigata, cotti i capretti, dopo aver mangiato e bevuto, se ne andò per i fatti suoi, portandosi il ronzino.
Quando rimasero soli il vecchio chiese alla moglie dove era finita la ragazza. La moglie rispose che non lo sapeva ed andò a cercarla.
Agnolella, sentendo che erano partiti, uscì dal fieno e trovò il vecchio tutto contento perché i banditi non l’avevano catturata.
Essendo ormai giorno, il buon uomo insieme alla moglie, volle accompagnarla al castello dove sarebbe stata al sicuro. Bisognava , purtroppo, andare a piedi perché i briganti si erano presi il ronzino.
Si misero in cammino e giunsero al castello verso le sette e mezzo.
Il castello apparteneva a Liello di Campo di Fiore, della famiglia degli Orsini. Egli aveva una moglie buona e santa che riconobbe la giovane, la ricevette e volle sapere come era arrivata fin lì.
La sventurata raccontò tutta la sua vicenda.
 La nobildonna, che conosceva anche Pietro, in quanto amico del marito, addolorata, pensando che il giovane fosse morto, si offrì di ospitarla nel suo castello.
Pietro, dal canto suo, stando sulla quercia, vide arrivare venti lupi  che accerchiarono il suo ronzino, il quale, rotte le cavezze, si difese con i denti e con i calci. Alla fine i lupi lo atterrarono, lo strozzarono , lo sventrarono e, ben presto ,lo divorarono, lasciando solo le ossa, poi andarono via. Il giovane temette di fare la stessa fine e di non uscire più da quel bosco.
Era ormai vicino il giorno quando, quasi morto dal freddo, vide in lontananza un grande fuoco.
Non senza paura, scese dalla quercia e andò verso il fuoco ,intorno al quale trovò dei pastori che mangiavano e bevevano.Essi lo accolsero e gli diedero da mangiare.
Raccontata la sua avventura, Pietro chiese loro se vi era ,in quella zona, un castello dove potesse andare.
I pastori gli dissero che a poche miglia di distanza c’era il castello di Liello di Campo di Fiore, dove ,in quel momento si trovava la moglie. Due di loro lo accompagnarono volentieri.
Giunto al castello, mentre voleva far cercare la giovane nella foresta, Pietro fu chiamato dalla castellana, giunto in sua presenza trovò con lei Agnolella.
Grande fu la gioia di entrambi, che non si abbracciarono per timidezza.
La gentildonna lo accolse facendogli molte feste, ma lo rimproverò perché voleva sposarsi contro la volontà de parenti. Poi, vedendo che i due si amavano perdutamente, che il loro amore era onesto, che non facevano torto a nessuno, che ciò piaceva a Dio ,che li aveva fatti scampare uno alle forche, l’altra alla lancia ed entrambi alle fiere selvatiche, decise di aiutarli.
Visto che i due erano ben decisi a sposarsi, fece preparare le nozze a spese di Liello. Pietro lietissimo e Agnolella ancora di più si sposarono.
Rimasero per parecchi giorni al castello, poi, accompagnati dalla donna se ne tornarono a Roma dove, fatta la pace con i parenti, vissero fino alla loro vecchiaia.

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