lunedì 24 giugno 2024
sabato 1 giugno 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
Sedicesima puntata
Il secondo secolo dell'Impero, sotto il governo di Adriano(117-138), di Antonino Pio (138-161), di Marco Aurelio (161-180), è stato celebrato dagli storici antichi e moderni come l'era di prosperità per l'impero romano. La pace regna all'interno, e fino a Marco Aurelio non vi sono neppure guerre esterne; gli imperatori sono tolleranti, preoccupati solo del bene pubblico, pieni di spirito filantropico.
Nel III secolo LUCIO SETTIMIO SEVERO diviene imperatore, dando, così, origine alla dinastia dei Severi, che regna fino al 235. Istituisce "L'ANNONA MILITARIS". In base ad essa ogni proprietario terriero agricolo è tenuto a consegnare allo Stato una parte del raccolto per l'approvvigionamento delle truppe. La quota è fissa e non tiene conto delle calamità che, in quel periodo, hanno colpito i terreni agricoli. Questo determina, in molti casi, l'abbandono delle campagne e il rifugiarsi nelle città, intensificando il fenomeno dell'urbanesimo. Fioriscono i commerci, le città si arricchiscono di splendidi monumenti, nuove città sono costruite, nuove terre sono destinate alla coltivazione intensiva. L'Impero di Roma diventa veramente universale.
Nei primi secoli dell'Impero, Roma non fa più guerre di conquista e si limita a conservare i confini, lungo i quali ha fatto costruire dalle sue legioni una linea di difesa (limes), quasi ininterrotta. Soprattutto nel II secolo d.C. gli imperatori si preoccupano delle condizioni di vita di tutti i popoli soggetti, mentre Roma e l'Italia si avviano ad una decadenza economica e politica.
Momenti fondamentali dell'età imperiale sono l'Editto di Caracalla nel 212 d.C. che estende la cittadinanza romana a tutti i membri dell'Impero, e la tetrarchia, ossia la divisione dell'Impero fra quattro persone, operata da Diocleziano, che governa dal 284 al 305. DIOCLEZIANO prende una serie di provvedimenti per impedire lo spopolamento delle campagne. Poiché i contadini tendono a trasferirsi in città, a causa dei loro bassi redditi e delle sempre più sfavorevoli condizioni di vita, egli proibisce ai coltivatori di lasciare la terra del padrone, considerandoli di padre in figlio, di generazione in generazione, appartenenti alla terra come le piante e gli animali, comprati e venduti insieme alla terra.(A. Brancati. L'uomo e il tempo. la Nuova Italia Editrice).
Dal 235 al 268 un altro periodo di guerre civili travaglia l'impero. Si diffonde un sentimento di sfiducia verso lo Stato, che opprime la popolazione con pesantissime tasse. I cristiani , che rifiutano il culto imperiale, e predicano l'amore verso il prossimo, costituiscono un altro fattore di indebolimento. le attività economiche subiscono un decisivo rallentamento a causa delle guerre che sottraggono masse di giovani alle attività produttive.
Inoltre, una grave crisi monetaria fa si che in alcune zone si ritorni addirittura allo scambio di prodotti e al pagamento in natura. A tutto ciò si aggiungono i danni prodotti dalla peste bubbonica, che provoca una ulteriore riduzione della manodopera e un calo di produzione, con conseguente rialzo dei prezzi. In Italia, mentre l'urbanesimo causa lo spopolamento delle campagne, la produzione rimane a livello domestico. L'Italia perde, così, il primato economico detenuto fino ad allora.
martedì 14 maggio 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
Quindicesima puntata
I Romani, in età imperiale introducono in agricoltura macchine complesse come la falciatrice meccanica e il mulino ad acqua. La prima, costituita da un carro spinto da un bue, ha , nella parte anteriore, un insieme di falci destinate a tagliare le spighe di grano che vengono, poi, raccolte sul fondo del carro stretto in movimento; la seconda, il mulino ad acqua, è stata costruita, per la prima volta, in Gallia e si è diffusa, in seguito, un pò dovunque. Intorno al 200 a. C. ne esiste uno dotato di ben 16 ruote idrauliche, che azionano 32 macine, le quali riescono nelle ventiquattro ore, a produrre sino a 28 tonnellate di farina. Si discute, a questo punto, di CALPURNIO SICULO, che, molto probabilmente, è vissuto a Roma, durante il principato di Nerone. L'imperatore viene, infatti, descritto da Calpurnio come un giovane simile a Marte e ad Apollo. La sua salita al potere è vista come l'età dell'oro ed è preannunziata dalla apparizione di una cometa. E una cometa appare poco prima della morte di Claudio, imperatore romano, che ha preceduto il regno di Nerone. Calpurnio scrive 7 elegie e, con molta probabilità, la " De Laude Pisonis". Meliboeus il patrono del poeta, è stato identificato con Columella o con Seneca il Giovane. Il suo modello è, chiaramente, Virgilio, al quale, sotto il nome di Tityrus, egli parla con molto entusiasmo. Segue anche Ovidio e Teocrito. La natura diviene per lui un pretesto per una ingegnosa adulazione ,condotta con molto garbo e ingenuità.(it.Wikipedia.arg/Wiki/Tito Calpurnio Siculo).
Altro personaggio su cui si ferma l'attenzione dei presenti è PETRONIO ARBITRO. Tutto è incerto intorno alla sua vicenda umana; anche l'epoca precisa in cui è vissuto. Solo alcune pagine di Tacito ci permettono di conoscere, anche se marginalmente, quella che è stata la sua vita. Un mistero circonda la sua identità. Tacito, negli "Annales", ci parla di un Petronio Niger, che nel suo romanzo, " IL SATYRICON", fa riferimento all'ambiente della corte neroniana. Troviamo anche riferimenti alla crisi della viticultura e della agricoltura italica. Uomo alquanto originale è riuscito ad accattivarsi le simpatie del popolo romano. Fatto proconsole e, poi, console in Bitinia, si è dimostrato all'altezza della situazione. Abbandonate le cariche, è stato accolto tra i pochi favoriti di Nerone, che lo ha nominato ARBITER del buon gusto e dell'eleganza. Tigellino, geloso del suo successo, lo accusa di aver partecipato alla congiura dei Pisoni. E', dunque, costretto a suicidarsi, tagliandosi le vene. Il Satyricon, piuttosto che un lungo romanzo, ben sedici libri, si può ritenere una raccolta di novelle, inserita in una cornice unitaria.
giovedì 2 maggio 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
Quattordicesima puntata
Come ci fa notare Plinio "Tempus ruit", il tempo scorre veloce. Siamo, ormai, nel I sec .a .C. Conclusesi le guerre civili, CESARE, proclamato imperatore, si accinge ad operare una serie di riforme. Infatti il vastissimo impero conquistato dalle legioni ha bisogno di un governo forte e unitario, atto ad interpretare le esigenze di tutti, ricchi e poveri, romani e provinciali. Formula, quindi, tutta una serie di leggi per rafforzare l'autorità dello Stato nell'interesse di tutti e non in quello esclusivo di una sola classe. Distribuisce terre ai veterani e ai cittadini poveri, secondo il programma già tentato dai Gracchi; protegge il lavoro libero contro quello degli schiavi e la piccola proprietà contro il latifondo; aumenta il numero dei senatori, includendo anche dei provinciali. Sviluppa, inoltre, il commercio e l'agricoltura. Va anche ricordata la riforma del calendario. L'uccisione di Cesare causa una nuova guerra, che si conclude con la battaglia di Azio (31 a.C.) e vede la vittoria di Ottaviano su Antonio. Finalmente il triste periodo delle guerre civili si chiude. Purtroppo però la vittoria di Ottaviano segna anche la fine delle libertà repubblicane. OTTAVIANO, che ottiene il titolo di padre della patria e di Augusto, lascia sussistere, almeno di nome, le istituzioni repubblicane, ma concentra nelle proprie mani ogni effettiva autorità, attuando quel trapasso dalla costituzione repubblicana alla forma monarchica, che dà origine all'impero. Egli realizza una vasta opera riformatrice. Allo scopo di provvedere ad un risanamento dell'economia, si preoccupa di riordinare le finanze pubbliche e di valorizzare l'agricoltura, facendo ritornare alla vita dei campi molti che ne erano stati allontanati dalle necessità della guerra. L'Italia è, ancora, almeno nel I secolo d. C., e nella prima metà del II, uno dei paesi meglio coltivati dell'impero. Le merci importate dalle province vengono pagate, quasi sempre, con eccellente vino, che si produce in tutta la penisola, specialmente in Campania e nel settentrione. L'eruzione del Vesuvio, avvenuta nel 79, è stata una grande calamità anche sotto l'aspetto economico. Il fatto che le città arse non sono state ricostruite e che in quella regione, non è sorta più alcuna nuova città, è indizio del declinare delle forze economiche della Campania. Le piantagioni di viti e l'economia dell'Italia , fondata sull'esportazione del vino, comunque, hanno sofferto gravemente a causa di un altro ordine di fatti. Coll'emancipazione economica delle province, anche Giovenale ci dice che nel II sec. i piccoli proprietari vengono espulsi dai fondi aviti per opera dei grandi capitalisti insaziabili. Plinio il Giovane, uno dei maggiori proprietari, parla, senza reticenze, dei suoi investimenti in terreni e dei crescenti latifondi. Egli appartiene a una famiglia agiata di grandi proprietari, membri della aristocrazia municipale di Como. I funzionari imperiali, nati in Italia cercano un investimento sicuro e preferiscono i terreni, investire in terreni garantisce una rendita sicura.
sabato 20 aprile 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
Tredicesima puntata
Mentre continuiamo il cammino, gli scrittori discutono di come, frattanto, la società romana si sia trasformata. si assiste, infatti, alla conquista, da parte romana di immensi territori. Inoltre, i contatti con popolazioni tanto diverse per tenore di vita e per costumi, aprono una triplice profonda crisi: 1) in campo morale; 2)in campo economico; 3)in campo politico.
1)CRISI MORALE. La raffinatezza dell'arte e della cultura greca, unita alla mollezza e al lusso dei popoli orientali, contribuiscono, in modo decisivo, ad allontanare i Romani da quella semplicità di vita e di costumi che essi avevano ereditato dagli avi. Il contatto con la cultura ellenistica greca, inoltre, favorisce il sorgere in loro, dopo tanti anni di guerre e di duri sacrifici, dell'irresistibile desiderio di un vivere più comodo........Con evidente danno dell'antica sobrietà e del tradizionale attaccamento alla famiglia e alla terra.
2)CRISI ECONOMICA. Altra conseguenza delle grandi conquiste è l'improvviso afflusso di ricchezze dalle provincie, a tutto vantaggio dell'aristocrazia senatoria. Questa, infatti, si è enormemente arricchita attraverso la spartizione delle prede belliche e delle terre conquistate. Una gran parte di queste è andata a finire nelle mani degli aristocratici, dando origine ad immensi latifondi. D'altro canto, si verifica un progressivo impoverimento dei piccoli proprietari. Costoro, infatti, mal compensati per il servizio militare prestato, esclusi quasi del tutto dalla spartizione del bottino di guerra, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre e a cederle ai ricchi. Non resta loro che o vendere i propri campi e, a paga bassissima, lavorare a giornata, come "braccianti" presso un grande latifondista; o diventare "coloni" del nuovo proprietario, contentandosi di avere, come ricompensa, un'ottava parte del raccolto; oppure cercare rifugio in città (urbanesimo), per vivervi una vita grama, attendendo le pubbliche elargizioni di grano. I piccoli proprietari, divenuti nullatenenti, sono esclusi dalla milizia.
3)CRISI POLITICA. Si è formata, nel frattempo, una terza classe di cittadini, di origine modesta, ma ricca, quella dei "Cavalieri", che pratica anche una intensa attività commerciale, vietata ai senatori dalla legge. La classe dei cavalieri costituisce ,dunque, l'aristocrazia del danaro, ben presto rivale dell'aristocrazia terriera e senatoriale. Si ha, inoltre, in città la presenza di una gran massa di avventurieri nullafacenti, affluiti dalle regioni vicine e lontane, creando il fenomeno dell'urbanesimo parassitario. I due fratelli, Tiberio e Caio Gracco, tentano di rimediare alla preoccupante situazione. Tiberio, eletto tribuno della plebe nel 133 a.C., propone di ripartire fra i cittadini poveri le terre dell'agro pubblico, di cui si erano appropriati illegalmente i grandi latifondisti. Spera, così, di risollevare le sorti dell'agricoltura italiana, di ricostruire la classe dei piccoli proprietari terrieri e liberare la città dai facinorosi e dagli oziosi. Nonostante le resistenze dei patrizi, Tiberio riesce a far approvare il provvedimento dai Comizi. Ma ci sono tumulti ed agitazioni in cui Tiberio viene ucciso. Dieci anni dopo, nel 123 a.C. Caio Gracco riprende e porta a termine il programma del fratello. Fa, infatti, confermare la legge agraria ed ottiene la distribuzione di terre ai cittadini poveri e la fondazione di colonie nelle provincie con lo scopo di sfollare la capitale ( A. Brancati. L'uomo e il tempo. La Nuova Italia Editrice).
sabato 6 aprile 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
Dodicesima puntata
Della sua ricca produzione letteraria ci parla il nipote PLINIO IL GIOVANE, che, frattanto, si è avvicinato a noi e partecipa alla conversazione. Ci dice che è nato a Como, nel 61, da una ricca famiglia equestre. E' rimasto orfano di padre a soli nove anni. E' stato adottato dallo zio Plinio il Vecchio, al quale è rimasto molto legato. Venuto a Roma, ha ricoperto molte cariche pubbliche, finché è giunto al consolato. Delle opere di PLINIO la principale è L'EPISTOLARIO, che consta di 10 libri, dei quali i primi nove sono costituiti da lettere agli amici, il decimo contiene la corrispondenza con Traiano, durante il governo di Plinio nella Bitinia.
Plinio ci racconta un episodio che fa parte dell'Epistolario e merita di essere conosciuto per la sua originalità e perché riguarda l'amore per la natura marina. " IL DELFINO d'IPPONA"- C. Plinio al caro Caninio. <<C'è, in Africa, la colonia d'Ippona, vicino al mare. Si stende vicino ad essa un lago navigabile: da questo, a guisa di un fiume, esce un canale, il quale, alternativamente, a seconda che la marea lo frena o lo sospinge, ora si versa in mare, ora ritorna nel lago. Qui, gente di ogni età è presa dal desiderio di pescare, di navigare e, anche, di nuotare, soprattutto i ragazzi. Per costoro è vanto e merito inoltrarsi, quanto più possibile, in alto mare; vince colui che lascia il più dietro possibile sia il lido, sia i compagni di nuoto. In questa gara un fanciullo, più coraggioso degli altri, cercava di spingersi più avanti. Gli venne incontro un delfino, ed ora precedeva il fanciullo, ora lo seguiva, ora gli girava intorno, infine lo prendeva in groppa, lo metteva giù, lo prendeva di nuovo e lo portava tremante prima in alto mare, poi, si volge alla spiaggia e restituisce il fanciullo alla terraferma e ai suoi compagni. La nuova si sparge per la colonia: tutti accorrevano, guardavano il fanciullo stesso come una cosa strana, lo interrogavano, lo ascoltavano, raccontavano ad altri. Il giorno dopo affollano la spiaggia, guardano il mare e ciò che ha parvenza di mare. I ragazzi si mettono a nuotare, tra costoro vi è quello, ma avanza con maggior cautela. Il delfino, alla stessa ora, va di nuovo dal fanciullo. Egli fugge con tutti gli altri. Il delfino, come se lo invitasse, lo richiamasse, balza fuori, s'immerge, fa e disfa' diverse giravolte. E ciò al secondo giorno, al terzo, per più giorni, finché la vergogna della paura subentrò in quella gente, cresciuta in mare. Gli si accostano, giocano insieme, lo chiamano, lo toccano persino, lo accarezzano mentre si offriva loro. Provando e riprovando, cresce il loro coraggio. Specialmente il fanciullo ,che per primo lo provò, nuota accanto a lui, che nuota, gli salta sul dorso, è portato e riportato indietro, crede di essere da lui riconosciuto, di essere benvoluto, egli stesso gli vuole bene; nessuno dei due ha paura, nessuno dei due fa paura: aumenta la fiducia di questo, la dimestichezza di quello. Ed anche gli altri fanciulli, a destra e a sinistra, vanno insieme dando avvisi e incoraggiamenti. Andava insieme, (anche questo è strano), un altro delfino, ma solamente come spettatore e compagno. infatti non faceva né si lasciava fare niente di simile, ma accompagnava e riaccompagnava indietro quell'altro, come gli altri fanciulli accompagnavano e riaccompagnavano quel fanciullo. E' tuttavia tanto vero quanto i fatti precedenti, che quel delfino che portava i ragazzi e giocava con loro, era anche solito venire sulla spiaggia e, asciugatosi con la sabbia, appena si era riscaldato, si rituffava. Costa che Ottaviano Avito, luogotenente del proconsole, per una sciocca superstizione, versò un unguento sopra il delfino uscito sulla spiaggia e che esso fuggì il suo insolito odore immergendosi in alto mare, né fu più visto se non dopo molti giorni, languido e mesto, e che ritornategli le forze, ripigliò la precedente gaiezza e i soliti gesti. Accorrevano allo spettacolo tutti i magistrati, per la cui venuta e permanenza il piccolo Comune era rovinato dalle nuove spese. infine, il luogo stesso veniva a perdere la sua tranquillità e solitudine. Fu deciso di uccidere di nascosto l'animale, al quale tutti accorrevano> (epist. IX, 33).( F.Villa, C.Piazzino. Maiorum Sermo. V.II Ed. Paravia).
sabato 23 marzo 2024
L'AGRICOLTURA nella STORIA
"ITALIA FELIX" e CURIOSITA'
undicesima puntata
Ecco che arriva un altro personaggio della Storia Romana a noi molto caro, è PLINIO IL VECCHIO. E' legato a momenti drammatici della nostra terra, quali l'eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C. e il terremoto che distrusse Pompei, Stabia ed Ercolano. E' nato a Como, nel 23 d. C. ed è vissuto sotto Claudio, Nerone e Vespasiano. Ha rivestito varie cariche pubbliche e militari. E' morto nel 79 d.C. E', allora, comandante della base navale di Miseno. Si imbarca per portare aiuto alle popolazioni e per osservare il fenomeno da vicino. Muore, forse, intossicato dal fumo. Di lui ci è pervenuta la "NATURALIS HISTORIA", in 37 libri, un'opera enciclopedica che tratta di cosmologia, geografia, antropologia, zoologia, sostanze medicinali, metallurgia e mineralogia. Scrive della natura e della vita, anche negli aspetti più umili, usando spesso termini rustici. Da ampio spazio ai "mirabilia", fatti straordinari, riportati dalla letteratura greca (Scuolanet/lett.latina-età imperiale/Plinio il Vecchio).Il libro XIV della "Naturalis Historia" tratta della VITE e dell'ULIVO. Dopo l'introduzione, Plinio comincia a parlare della vite e della supremazia dell'Italia nella produzione di questa pianta. Fa, poi, una classificazione delle varie qualità di uva, prodotto tipicamente italiano. Ci parla, prima di tutto, di un vitigno, cui dà il nome "cauda vulpium", perché la parte terminale del grappolo ha una curiosa forma leggermente ricurva, tale da farlo somigliare ad una coda di volpe (sembra che di questo vitigno ci ha parlato anche Columella, dandogli il nome di "Aminea gemina"). Inizia, quindi, la seconda parte, dedicata al vino, con notizie riguardanti i vini omerici e i vini preferiti dalla famiglia di Augusto. Poi si enumerano i vini italiani, gallici, spagnoli e quelli d'oltremare. L'autore apre, inoltre, uno spaccato sull'uso sacrale del vino. La terza parte è dedicata alla vinificazione, cioè al trattamento del mosto e alla conservazione del vino. Il libro si conclude con una digressione moralistica contro l'ubriachezza e le sue conseguenze. Nel libro XVII, dedicato alla arboricultura, si sofferma sull'esposizione delle vigne, sull'innesto e i metodi di coltura, sulle malattie della vite. Nel libro XXIII scrive degli usi medicinali della vite e dell'uva. Punti di riferimento sono per lui il "De agricultura" di Catone, l'opera di Columella e, ancora , le "Georgiche" virgiliane. Sempre nel libro XIV Plinio precisa che alle donne non è consentito bere il vino. Troviamo tra gli esempi che la moglie di Egnatio Maetenno fu uccisa dal marito perché aveva bevuto il vino dalla botte e che quello fu assolto da Romolo per la strage. Fabio Pictor scrive nei suoi Annali che una matrona fu costretta dai suoi a morire di fame perché aveva visto i loculi nei quali erano le chiavi delle celle dei vini. Due sono i liquidi (liquores) graditissimi ai corpi umani, i vini e gli olii, entrambi del genere degli alberi.( Traduzione e note di Andrea Aragosti). Della sua ricca produzione letteraria è rimasto ben poco.