domenica 24 aprile 2016

COMUNICATO CONCLUSIVO

COMUNICATO CONCLUSIVO

Oggi, 23 Aprile 2016, mi avvio ad una riflessione sull’interesse suscitato dall’opera del Boccaccio e dal lavoro di rivisitazione da me umilmente svolto, cercando di rispettare lo spirito delle novelle. Tengo a sottolineare che il risultato è stato superiore ad ogni aspettativa.
I lettori, a tutt’oggi, sono stati 78812 con il coinvolgimento di tanti, tanti paesi, come di seguito riportato:

ITALIA                                           73257
STATI  UNITI                                  1277
SVIZZERA                                         799
GERMANIA                                      554
FRANCIA                                         361
RUSSIA                                            211
UCRAINA                                        120
ARGENTINA                                      85
REGNO UNITO                                 69
SPAGNA                                            66
POLONIA                                          51
SVEZIA                                             35
INDIA                                               23
MALTA                                             2o
BRASILE                                          18
EGITTO                                           20
BELGIO                                           13
MESSICO                                          7
CINA                                                30
ROMANIA                                         6
GIORDANIA                                     5
IRLANDA                                          5
PAESI BASSI                                  12
ALBANIA                                          4     
CANADA                                          7
VENEZUELA                                   4
S.MARINO                                       4
COLUMBIA                                   11   
EMIRATI ARABI                             2
PAKISTAN                                      2   
COREA DEL SUD                          2                                  
SLOVACCHIA                                9
TAILANDIA                                    6
PERU’                                             2
  UNGHERIA                                 2
ECUADOR                                    1
MALESIA                                      1
FILIPPINE                                    1
BULGARIA                                   1
TUNISIA                                       6
ZAMBIA                                        1
MAROCCO                                   1
SERBIA                                         1
ANDORRA                                    1
CAMBOGIA                                 1
AUSTRALIA                                 2


I dati sono approssimativi e non definitivi in quanto il blog continua ad essere frequentato in un crescendo veramente entusiasmante. Infatti ieri vi sono stati ben 370 visitatori ed oggi, alle ore 17,00, 234. Il successo dell’iniziativa mi ha indotto a proseguire il mio lavoro sulla narrativa. Vi comunico ,quindi, che su un nuovo blog continueremo i nostri incontri settimanali con un sorriso e tanta, tanta simpatia,
Il nuovo blog è : FRANCO SACCHETTI E IL Trecentonovelle- A puntate.


Luciana De Lisa Coscioni.     






martedì 5 aprile 2016

LA CRISI RELIGIOSA E LETTERARIA

LA  CRISI  RELIGIOSA  E  LETTERARIA

Appena divulgato il Decameron,il Boccaccio cominciò ad avvertire un profondo disagio morale e religioso, dovuto anche alle reazioni e alle critiche.
 Certo è che, per dirla con Pirandello, egli non aveva intenzione di scrivere un’opera così innovativa, lontana dal sentimento della trascendenza che aveva animato tutto il Medioevo.
 In lui si è reciso il legame trascendente e metafisico; sono la realtà e la sorte umana ,nelle sue infinite forme, che lo affascinano, gli prendono la mano.
Come ne “I sei personaggi in cerca d’aurore” , i protagonisti delle 100 novelle del Boccaccio si staccano dalle pagine ed acquistano una vita propria, con i loro istinti, le loro malizie, le loro debolezze, le loro illusioni.
“ Nel grande universo umano del Decameron entrano categorie della società che prima, nella letteratura eroica e lirica, non avevano diritto di accesso. Essi ora acquistano cittadinanza letteraria……….. sono i mercanti, i sensali, i contadini, gli artigiani, i frati buontemponi, i prelati mondani, le suore spericolate, i letterati, gli studenti, assieme ai ricchi borghesi, ai principi, ai cavalieri, alle gentildonne, alle avventuriere: una folla multiforme, vitalissima, incontenibile………,un’infinita molteplicità di tipi e di esperienze…..essi fanno la realtà e il tessuto della società”(Salvatore Battaglia: Le epoche della Letteratura Italiana- 1963).
Alle soglie dei 50 anni, con la vecchiaia che avanzava, lo scrittore si rese conto di aver compiuto con la sua opera uno sconvolgimento dei valori medioevali, cosa assolutamente indegna per un intellettuale educato all’etica cristiana.
Nel 1362 si presentò a lui il monaco Gioachino Ciani che si disse inviato da un confratello morto in odore di santità. Costui lo rimproverò per la vita passata e gli preannunziò l’eterna dannazione se non avesse abbandonato i ruoli profani.
Fu allora che egli pensò di dare alle fiamme il Decameron.
Scrisse di questa sua intenzione all’amico Petrarca che lo dissuase con una lettera in cui
affermava che non vi era conflitto tra religione e poesia.   



sabato 13 febbraio 2016

CONCLUSIONE DELL'AUTORE

CONCLUSIONE DELL’AUTORE

Io , Giovanni Boccaccio, concludo il mio lavoro rivolgendomi a voi,  nobilissime  giovani, dicendo che ho scritto per voi, con l’aiuto della grazia divina,  un’opera che mi è costata una grande fatica.
Sicuramente mi hanno giovato, nel portare a termine un lavoro così impegnativo, le vostre preghiere.
Ringrazio, quindi, prima di tutto Dio e poi tutte voi, prima di dar riposo alla penna e alla mano.
Prima di concedermi il meritato riposo  voglio dire alcune cosette (sicuro di non meritare alcun privilegio, come ho già accennato al principio della quarta giornata) per rispondere alle critiche che mi verranno mosse.
Alcune di voi potrebbero dire che ho usato troppe licenziosità nello scrivere le novelle, facendo alcune volte dire e molto spesso ascoltare cose che non erano adatte ad oneste donne.
 Nego ciò, perché, a mio parere, non vi è alcuna cosa così disonesta che non sia adatta a qualcuno, se la si dice con parole oneste, come ho fatto. Ma se pure così fosse, non intendo discutere  ,perché sarei sicuramente sconfitto.
Preferisco rispondere perché ho mille buone ragioni.
Innanzitutto se vi è, in alcune novelle, qualche licenziosità, l’ha richiesta il tipo della novella stessa, che se non fosse stata narrata in quel modo, secondo gli intenditori, avrebbe perso tutta la sua verve. E seppure vi è qualche cosa un po’ spinta, che non si addice ad una bizzoca, che pesa più le parole che i fatti e si preoccupa più di apparire che di essere buona, ritengo che non mi debba essere vietato averle scritte.
Allo stesso modo non è vietato agli uomini e alle donne dire parole come “foro” e “caviglia” e “mortaio” e “pestello” e “salsiccia” e “mortadello” e tante altre parole a doppio senso.
Alla mia penna deve essere concessa la stessa libertà data al pennello di un pittore, che ,senza alcun rimprovero, dipinge liberamente San Michele che ferisce il serpente con la spada e San Giorgio il dragone, ma dipinge anche Cristo maschio ed Eva femmina e lo stesso Cristo , quando volle morire sulla croce per salvare il genere umano, mentre gli venivano conficcati nei piedi uno o due chiodi.
Tutte quelle cose, di cui ho detto, e altre più indecenti si possono trovare, non nella chiesa, dove se  ne parla usando solo vocaboli onestissimi, ma nelle storie ecclesiastiche ed ,ancora, nelle scuole dei filosofi.
E se ne parla non soltanto tra religiosi e filosofi, ma, per divertimento, anche tra persone giovani e mature, non influenzabili da novelle, in un tempo in cui si mettono pure le brache sul capo per salvarsi.
Le cose dette ,di qualsiasi tipo, possono nuocere o giovare , come tutte le altre, a seconda dell’ascoltatore.
Chi non sa che il vino fa bene agli uomini, secondo Cinciglione , Scolaio( l’Ubriacone) e molti altri, ma fa molto male a chi ha la febbre? Chi non sa che il fuoco è utilissimo, anzi necessario ai mortali? Ma tutti sostengono che è malvagio se brucia le case, le ville, le città. Allo stesso modo le armi difendono la vita di coloro che vogliono vivere in pace, ma uccidono gli uomini, se vengono usate dai malvagi.
Nessuna mente corrotta ascolta alcuna parola con purezza. A quella non giovano le parole oneste, come le parole che non sono oneste non possono corrompere le persone pure. Ugualmente il fango non può oscurare i raggi del sole e le brutture terrene le bellezze del cielo.
Quale cosa è più santa, più degna di rispetto, delle Sacre Scritture? Eppure vi sono stati alcuni (gli eretici) che, male interpetrandole, hanno condotto altri alla perdizione.
Ciascuna cosa è ,di per sé, buona, può essere nociva, se male adoperata, così anche le mie novelle.
Esse non impediscono a chi lo voglia di trarne cattivi consigli e malvagie operazioni. Chi, invece, lo vuole, ne può ricavare utilità e frutto e, sicuramente, ciò avverrà se saranno lette in quel periodo e da quelle persone per le quali sono state raccontate.
Le bizzoche, che dicono le preghiere e fanno il migliaccio e le torte al proprio confessore, le devono lasciar stare.
Le mie novelle non corrono dietro a nessuna donna per farsi leggere, benché le bigotte dicono una cosa e ne fanno un’altra, se se ne presenta l’occasione.
Ugualmente vi saranno alcune donne che diranno che sarebbe stato assai meglio che delle novelle non ci fossero.Ma ho scritto soltanto quelle che mi erano state raccontate, le donne che le raccontarono dovevano sceglierle belle ed io le avrei scritte belle.
Ma , supponendo che le avessi inventate e scritte io stesso, cosa che non è, non mi vergognerei se alcune non fossero proprio belle. Infatti non si può trovare un maestro, al di fuori di Dio, che faccia ogni cosa alla perfezione. Lo stesso Carlo Magno, che, per primo, fece i paladini, non seppe farne tanti da poter fare un esercito solo con loro.
Conviene che in tante cose diverse, si trovi una diversa qualità.
Nessun campo è così ben coltivato che non si possano  trovare in esso, mescolati a tante erbe ottime, l’ortica, le piante spinose e i pruni.
Inoltre, raccontando a giovinette semplici, come lo sono loro, sarebbe stata una sciocchezza affaticarsi ed andare a cercare  cose troppo raffinate e mettere gran cura nel parlare.
Tuttavia chi le leggerà lasci stare le novelle pungenti e scelga quelle che divertono. Esse, per non ingannare nessuno, portano indicato ,sul frontespizio, l’argomento di cui trattano.
Ancora , credo che ci sarà chi dirà che ce ne sono di troppo lunghe. A costui dico che, se uno ha da fare, è folle leggere quelle lunghe, ma ve ne sono anche di brevi.
Sebbene sia passato molto tempo da quando cominciai a scrivere, non ho dimenticato di aver offerto il mio lavoro alle donne oziose e non alle altre. Nessuna cosa può essere lunga a chi legge per passare il tempo.
Le letture brevi si addicono agli studenti, i quali devono adoperare il tempo utilmente, non lo devono solo far passare, mentre le donne hanno a disposizione tutto il tempo che non spendono nei piaceri dell’amore.
Inoltre, poiché nessuna di loro va a studiare né ad Atene, né a Bologna, né a Parigi può parlare più di quelli che hanno le menti affinate dagli studi.
Non dubito che ci saranno ancora altre che diranno che le cose dette sono troppe, piene di motti e di ciance e mal si adatta ad un uomo posato e serio  aver scritto in tal modo. Ringrazio quelle persone che, spinte da buone intenzioni, si preoccupano della mia fama. Ma voglio rispondere in tal modo alle loro obiezioni.
 Confesso di essere pesante e di esserlo stato per un lungo periodo della mia vita. Perciò parlando alle donne, che non mi hanno considerato pesante, affermo di non essere pesante ma di essere così leggero , che sto a galla sull’acqua.
Infine, considerando che le prediche, che fanno i frati ai fedeli per rimproverare gli uomini delle loro colpe, sono piene di motti, di burle e di stupidagini, ho pensato che gli stessi frati non stessero male nelle mie novelle, scritte per cacciare la malinconia delle donne. Ma, se si divertiranno troppo, potranno leggere il lamento di Geremia, la passione di Cristo e il lamento della Maddalena, che le potranno guarire.
Altre mi accuseranno di avere una lingua malvagia e velenosa, perché in qualche storia ho scritto la verità sui frati. Voglio perdonarle  perché credo che le spinga un giusto motivo. Infatti i frati sono buone persone , fuggono le tentazioni per amor di Dio e prendono quando possono e non lo raccontano. Se non che sono tutti un po’ caproni e sarebbe molto piacevole discutere con loro.
In effetti le cose del mondo non sono stabili, ma cambiano continuamente, così potrebbe essere cambiata la mia lingua, la quale ,come mi disse una mia vicina, era la migliore e la più dolce del mondo. In verità, quando mi disse ciò, mi rimanevano da scrivere ancora poche novelle.
Perciò ritengo che quello che ho detto basti come risposta a quelle invidiose.
Lasciando ormai ciascuna libera di dire e credere come le pare, è tempo di terminare, ringraziando Colui che mi condotto alla desiderata fine dell’opera con il suo aiuto.Mi rivolgo, infine, alle garbate donne, augurandomi che si ricordino di me, se trarranno alcuna utilità dalla lettura delle novelle.Qui finisce la Decima e ultima giornata del libro chiamato Decameron ,soprannominato principe Galeotto.
     





domenica 24 gennaio 2016

DECIMA GIORNATA - CONCLUSIONE

DECIMA GIORNATA – CONCLUSIONE

La novella di Dioneo era finita e le donne ne avevano molto discusso, chi dicendo una cosa, chi un’altra, lodando o biasimando una cosa o un’altra.
Il re ,levato il viso verso il cielo, vide che il sole stava tramontando ed era l’ora del vespro. Senza alzarsi, disse “ O eleganti donne, conoscete bene che dagli uomini sapienti è stimato grande senno non solo ricordare le cose passate o conoscere le presenti, ma prevedere le cose future.
Come voi sapete, domani saranno quindici giorni che noi uscimmo da Firenze per poter prendere ristoro e salvarci la vita, fuggendo le malinconie, i dolori e le angosce, che affliggono la nostra città ,da quando è scoppiata la peste. A mio parere, abbiamo agito onestamente, sebbene siano state narrate novelle liete e che spingevano al piacere e si sia mangiato, bevuto, suonato e cantato( cose tutte che avrebbero potuto spingere le menti deboli a cose poco oneste). Nessuna azione, nessuna parola, nessuna cosa da biasimare da parte vostra e nostra è stata detta o fatta. Mi è sembrato di vedere e sentire onestà, concordia, amicizia fraterna; il che mi ha dato grande gioia. Perciò, affinché lo stare troppo tempo insieme non si trasformi in fastidio e nessuno possa criticare il nostro dimorare insieme troppo a lungo, avendo tutti noi avuto l’onore di reggere la compagnia, onore che io ancora esercito, ritengo opportuno, se siete d’accordo, di ritornare là da dove partimmo.
Questo eviterà che la nostra brigata, di cui intorno si è sentita notizia, possa aumentare così da toglierci ogni gioia. Dunque, se approvate, conserverò la corona donatami fino alla nostra partenza, fissata da me per domani mattina. Se poi deciderete diversamente, già so chi devo incoronare per il giorno seguente.”.
Dopo molte discussioni tra le donne e i giovani, tutti decisero di fare ciò che il re aveva proposto.
Il re, allora, chiamato il siniscalco, stabilì con lui cosa dovesse fare per la mattina seguente.
Poi, licenziata la brigata fino all’ora di cena, si alzò in piedi. Anche le donne e gli altri si alzarono e fecero vari giochi per divertirsi.
Venuta l’ora di cena, pranzarono allegramente. Dopo cena cominciarono a suonare e a cantare.
Mentre la Lauretta danzava, il re comandò alla Fiammetta di cantare una canzone.
E Fiammetta cominciò a cantare la canzone della gelosia dicendo :
Se l’amore venisse senza gelosia
io sarei la donna più lieta del mondo.
Se la giovinezza di un bell’amante
deve appagare una donna,
o il valore o il coraggio o la prodezza
o il senno, la nobiltà, l’eloquenza raffinata,
o le imprese compiute,
io sono colei che, essendo innamorata,
vedo tutte queste virtù nel mio amore.
Ma, siccome penso che
altre donne sono sagge come me,
tremo di paura
e credo al peggio:
ritengo che le altre desiderino
colui che mi ha rapito l’anima.
E così colui che è la mia somma fortuna
mi fa, sconsolata,
sospirare molto e vivere male.
Se io sentissi che il mio signore è fedele
quanto è valoroso,
non sarei gelosa:
ma si vedono tante donne
che invitano ad amare,
che io ritengo colpevoli tutti gli uomini.
Questo mi addolora e morirei volentieri,
e sospetto di chiunque lo guardi
e temo che me lo porti via.
In nome di Dio, dunque, prego
ciascuna donna che non
mi rechi questa offesa;
perché, se ve ne sarà alcuna
che con le parole, i cenni e le dolcezze
mi procurerà questo dolore,
se lo saprò, possa essere sfregiata,
se non le farò piangere
amaramente tale follia.


Come la Fiammetta ebbe finito la canzone, Dioneo, che le era al lato, ridendo, le chiese di far conoscere a tutte il suo amante, in modo da evitare che qualcuna potesse tentarlo, ignorando che apparteneva a lei.
Dopo di ciò, cantarono anche le altre, fino a metà notte, poi tutti andarono a riposare.
Come apparve il nuovo giorno, avendo il siniscalco già mandato via ogni loro bagaglio, ritornarono a Firenze, guidati dal loro re.
I tre giovani lasciarono le sette donne in Santa Maria Novella, da dove erano partiti, dopo averle salutate, e si dedicarono ad altre attività.
Le donne, quando piacque loro, se ne tornarono alle proprie case.










sabato 9 gennaio 2016

DECIMA GIORNATA - NOVELLA N.10

DECIMA GIORNATA – NOVELLA N.10

Il marchese di Salluzzo, costretto dalle preghiere dei suoi uomini a prender moglie, per prenderla di suo gusto , sceglie la figliuola di un contadino da cui ha due figli, i quali le fa credere di aver ucciso. Poi le dice di non amarla più e di aver preso un’altra moglie, portandole in casa la propria figliuola come se fosse sua moglie. Avendola cacciata di casa in camicia, vede che ella sopporta ogni cosa con pazienza. Per questo la riprende in casa più cara che mai, le mostra i suoi figli ,ormai grandi, e come marchesa la onora e la fa onorare.

Finita la lunga novella, che era piaciuta a tutti, Dioneo, ridendo, disse che il buon uomo che aspettava la notte seguente per far abbassare la coda ritta del fantasma, avrebbe pagato pochi soldi per tutte le lodi che esse rivolgevano a messer Torello.
Poi, dato che toccava solo a lui raccontare, cominciò dicendo che, come a lor tutte era chiaro, quel giorno era stato dedicato a re, a sultani e a gente di quel genere. Non si sarebbe, dunque, allontanato di molto perché voleva parlare di un marchese, non per la di lui magnificenza, ma per la sua matta bestialità.
Anche se , alla fine, la vicenda si concluse per il meglio, non consigliava a nessuna di loro di seguire quell’esempio.
Molto tempo prima, tra i marchesi di Salluzzo, vi fu ,come capofamiglia, un giovane chiamato Gualtieri.
Costui, essendo senza moglie e senza figli, spendeva il suo tempo nell’andare a caccia di uccelli e di altri animali, né aveva alcuna intenzione di prender moglie e si riteneva per questo molto saggio.
I suoi sudditi più volte lo pregarono di ammogliarsi, affiché egli non rimanesse senza eredi e loro senza signore.
Si offrirono di trovargliene una che discendesse da padre e madre di nobili origini, che potesse accontentarlo.    
Ad essi Gualtieri rispose che era ben deciso a non prendere mai moglie, per timore di potersi imbattere in una donna non adatta a lui. Il dire che gli avrebbero scelto una donna che avesse come garanzia i costumi del padre e della madre, non lo rassicurava perché quella era una sciocchezza. Infatti, spesso, le figliuole erano dissimili dai padri e dalle madri.Li voleva accontentare, ma voleva scegliere una moglie che gli piacesse, in modo che, se le cose fossero andate male, doveva prendersela solo con sé stesso.
Aggiunse che voleva trovarsela egli stesso e che la sua sposa doveva essere onorata da tutti loro.
I suoi uomini risposero che erano contenti, l’importante era che prendesse moglie.
Già da tempo erano piaciuti a Gualtieri i costumi di una povera giovinetta, che abitava in un villaggio vicino a casa sua. Gli sembrò molto bella e ritenne che con lei avrebbe vissuto una vita felice.
Decise, quindi, di volerla sposare e, fattosi chiamare il padre, che era poverissimo, si accordò di prenderla in moglie. Fatto ciò, radunò tutti i suoi amici e disse loro che stava per soddisfare il loro desiderio.
Gli avevano promesso che sarebbero stati contenti ed avrebbero onorato qualsiasi donna avesse scelto. Era giunto il momento per lui di mantenere la sua promessa ed anche per loro.
Aveva trovato una giovane che gli piaceva lì vicino, intendeva prenderla in moglie e portarla a casa di lì a poco.
Pensassero loro a preparare una bella festa di nozze per poterla ricevere con onore, in modo che fossero tutti soddisfatti di aver rispettato le promesse fatte.
I suoi sudditi, ben lieti,assicurarono che avrebbero rispettato e onorato la moglie del loro signore.
Poi tutti si misero a preparare le nozze, fastose e ricche,invitando i loro amici, i parenti e gli altri gentiluomini del luogo. Lo stesso fece Gualtieri ,che fece ,inoltre, cucire ricchi abiti, provandoli su una giovane che fisicamente gli sembrava che somigliasse alla giovinetta che stava per sposare.
Oltre a ciò, predispose cinture e anelli e una ricca e bella corona e tutto ciò che si addiceva ad una novella sposa.
Giunto il giorno fissato per le nozze, Gualtieri verso le otto di mattina montò a cavallo insieme con alcuni che erano venuti ad onorarlo e, avendo organizzato ogni cosa, disse” Signori, è giunto il momento di andare a prendere la novella sposa”.
Si misero in viaggio e, dopo poco, giunsero alla villetta.
Nei pressi della casa del padre trovarono la giovane che tornava dalla fonte con l’acqua, in gran fretta per andare a vedere la sposa di Gualtieri.
Come il gentiluomo la vide ,la chiamò per nome, cioè Griselda, e domandò dove fosse il padre. Ella, timidamente, rispose che era in casa.
Gualtieri, entrato in casa, trovò il padre di lei, che si chiamava Giannucolo, e gli disse “ Sono venuto per sposare la Griselda, ma prima le voglio fare alcune domande, in tua presenza”.
Le chiese se, una volta diventata sua moglie, si impegnava a compiacerlo, a non turbarsi per qualunque cosa egli dicesse o facesse ,ad essere sempre obbediente ed altre cose simili.
Allora Gualtieri ,presala per mano, la condusse fuori, alla presenza di tutta la sua compagnia, la fece spogliare ignuda e rapidamente le fece vestire e calzare con gli abiti che aveva fatto fare, e sui capelli, spettinati com’erano, fece mettere la corona.
A tutti , che lo osservavano stupiti, spiegò che quella era la donna che aveva scelto come moglie, se ella lo voleva come marito.
Poi, rivolto a lei, che se ne stava vergognosa ed incerta, le disse “ Griselda, mi vuoi come marito?”.
Ed ella rispose “ Signor mio, si”.
Ed egli disse “ Ed io voglio te per mia moglie”. Ed in presenza di tutti la sposò.
La fece montare su un cavallo e la condusse a casa, dove fu fatta una festa di nozze ricca e bella, come se fosse stata la figlia del re di Francia.
La giovane sposa mutò con gli abiti anche l’animo e i costumi.
Oltre che bella divenne anche attraente, piacevole e garbata, tanto che non sembrava essere stata figlia di Giannicolo e guardiana di pecore, ma piuttosto la figlia di un nobile signore.
Ciò faceva meravigliare ogni uomo che l’aveva conosciuta prima.
Inoltre era servizievole e obbediente al marito, tanto che egli si riteneva il più contento e appagato uomo del mondo.
Anche verso i sudditi del marito era tanto garbata e gentile che non c’era nessuno che non l’amasse e la onorasse, pregando per la sua salute.
Tutti, mentre prima dicevano che il loro signore era stato poco saggio a prenderla in moglie, ora lo ritenevano molto saggio perché aveva saputo vedere le grandi virtù della donna, nascoste sotto i poveri panni e l’abito contadino.
In breve, Griselda seppe conquistarsi l’affetto e la stima di tutti i sudditi.
Non molto dopo le nozze ella ingravidò e partorì una bambina, con grande gioia di Gualtieri.
Poco dopo , il marchese ebbe uno strano pensiero; volle provare con cose intollerabili la pazienza della moglie.
Dapprima la ferì con parole, dicendole che i sudditi non erano contenti di lei per la sua umile condizione, perché generava figli di umile origine, che erano scontenti della figlia che era nata e mormoravano continuamente.
Udendo quelle parole, la donna, senza cambiare espressione o buone intenzioni, disse “ Signor mio, fa di me quello che ritieni più onorevole per te e ti dia più consolazione; io sarò contenta ben sapendo che sono inferiore a loro e non sono degna dell’onore che mi facesti”.
Gualtieri apprezzò molto quella risposta, vedendo che la moglie non si era insuperbita per la condizione ,cui era stata elevata.
Poco tempo dopo disse alla moglie che i sudditi non potevano sopportare la fanciulla nata da lei e le mandò un servo che, con viso molto triste, le disse “ Madonna, il mio signore mi ha comandato di prendere la vostra figliuola per………” e più non aggiunse.
La donna, udendo le parole ,vedendo il viso del servitore e ricordando le promesse da lui fatte, comprese che al servo era stato ordinato di uccidere la figlia.
Prese la bimba dalla culla, la baciò, la benedisse e, sebbene sentisse nel cuore un gran dolore, senza cambiare espressione del viso, la pose in braccio al servitore ,dicendogli “Tieni, fa ciò che il tuo signore ti ha ordinato, ma evita che le bestie e gli uccelli la divorino, a meno che egli non te lo abbia ordinato”.
Il servitore prese la bimba e riferì la risposta la risposta a Gualtieri che si meravigliò per la forza d’animo della moglie.
Il signore mandò il servo con la piccola a Bologna da una parente a cui l’affidò perché la crescesse e la educasse come se fosse sua figlia.
In seguito la moglie ingravidò di nuovo e, a tempo debito, partorì un figlio maschio, che fu molto caro a Gualtieri.
Non soddisfatto di quello che aveva fatto, con maggire crudeltà colpì la donna e le disse “ Donna, dopo che partoristi questo figlio maschio, non ho potuto più vivere con i miei uomini ,perché essi si rammaricano che dopo di me debba divenire loro signore un nipote di Giannucolo. Di questo mi preoccupo e ritengo che, se non voglio essere cacciato, mi convenga fare ciò che feci l’altra volta e alla fine lasciare te e prendere un’altra moglie”.
La donna, pazientemente, l’ascoltò e rispose soltanto che egli doveva fare quello che riteneva di suo gradimento, senza preoccuparsi di lei, a cui stavano a cuore solo le cose che piacevano a lui.
Poco dopo Gualtieri, come aveva mandato a prendere la figlia, mandò a prendere il figlio, e, facendole credere di averlo ucciso, lo mandò a Bologna per farlo crescere, come aveva fatto con la bambina.
La donna si comportò come aveva fatto per la figlia, senza mutare espressione, né aggiungere altre parole.
Il marito si meravigliava molto della cosa, pensando che nessuna donna poteva fare quello che la moglie faceva. Sapeva che era saggia e affezionatissima ai figli, fino a che egli glielo permetteva, altrimenti avrebbe pensato che non gliene importava niente.
I suoi sudditi credendo che il signore avesse fatto uccidere i suoi figli ,lo biasimarono molto , lo ritennero un uomo crudele e avevano grandissima compassione per la donna.
Ella, con le donne che si dolevano con lei per la morte dei figli, disse soltanto che a lei piaceva ciò che piaceva a colui che li aveva generati.
Passati diversi anni dalla nascita della fanciulla, a Gualtieri sembrò fosse giunto il momento di provare ancora una volta le capacità di sopportazione della moglie.
Con i suoi sudditi disse che non poteva più tollerare di avere per moglie Griselda, che aveva sbagliato nello sposarla e voleva chiedere al Papa una dispensa che gli consentisse di sposare un’altra donna.
Gli uomini lo sconsigliarono ,ma egli fu irremovibile.
La donna, sentendo quelle cose, ritenne di dover tornare a casa a guardare le pecore, come aveva fatto da ragazza, e di dover vedere un’altra donna a fianco dell’uomo cui voleva un gran bene. Provò un grande dolore nel suo intimo, ma esternamente si dispose a sopportare anche quella prova con viso fermo.
Non molto dopo Gualtieri fece giungere da Roma alcune lettere false per far credere ai sudditi che il Papa gli aveva concesso la dispensa di poter prendere un’altra moglie e di lasciare Griselda.
La fece andare davanti a lui e, alla presenza di molti, le disse “Donna, per concessione del Papa, posso prendere un’altra donna e lasciare te. Poiché i miei antenati furono gentiluomini e signori di queste contrade e i tuoi sono stati sempre contadini,voglio che tu non sia più mia moglie e te ne torni a casa di Giannucolo, con la dote che mi portasti .Io porterò qui, come moglie, un’altra donna che ho trovato, più adatta a me”.
Griselda, faticosamente, oltre la natura delle donne, trattenne le lacrime e rispose “Signor mio, ben sapevo che la mia umile condizione non si addiceva, in alcun modo, alla vostra nobiltà. Tutto ciò che ebbi da voi e da Dio lo ritenni un dono, non per sempre, ma dato in prestito. Se a voi piace riprenderlo, a me non deve dispiacere rendervelo. Ecco l’anello con cui mi sposaste, prendetelo. Ordinatemi di riportarmi indietro la dote che vi recai, non ci sarà bisogno di una borsa ,né di un somaro, perché non ho dimenticato che mi aveste ignuda. Se ritenete onesto che questo mio corpo, nel quale ho portato i figli generati da voi, sia veduto da tutti, me ne andrò ignuda. Ma, vi prego, in premio della verginità che vi recai, che possa portare con me almeno una camicia, oltre la mia dote”.
Gualtieri ,che pure aveva voglia di piangere, con viso duro ,le consentì di portare con sé una camicia.
Tutti coloro che erano presenti lo pregarono di donarle degli abiti ,perché colei che era stata per tredici anni come sua moglie in quella casa non fosse veduta uscirne così vergognosamente e poveramente in camicia.
Ma a nulla valsero le preghiere e la donna, raccomandati tutti a Dio, in camicia, scalza e senza alcun copricapo, uscì di casa e se ne tornò dal padre, mentre tutti coloro che la videro andar via piangevano.
Giannucolo, che non aveva mai ritenuto vero che Gualtieri l’avesse sposata, si aspettava ogni giorno che quell’evento accadesse, perciò le aveva consegnato i vestiti che si era tolta quando il marchese l’aveva sposata. Glieli portò e Griselda, dopo essersi rivestita, si mise a fare nella casa paterna piccoli servizi, come era solita fare, sopportando con animo forte i duri colpi della fortuna nemica.
Gualtieri, mandata via la moglie, fece credere a tutti i sudditi che aveva scelto una figliuola dei conti di Panico. Ordinò che si facessero grandi preparativi per le nozze e mandò a chiamare Griselda, chiedendole di preparare le camere e tutte le altre cose necessarie per ricevere con onore la nuova sposa. Aggiunse che nessun’altra donna avrebbe potuto farlo meglio di lei , che era di casa. Concluse dicendo che poteva invitare tutte le donne che voleva e riceverle come se fosse stata la padrona di casa. Poi, celebrate le nozze, se ne poteva tornare a casa sua.
Anche se quelle parole furono una pugnalata al cuore, Griselda, non avendo potuto togliersi dalla mente l’amore che gli portava, rispose “ Signor mio, sono pronta”.
Entrata con le vesti contadinesche in quella casa da cui poco prima era uscita in camicia, cominciò a spazzare, ad ordinare le camere, a porre drappi nelle sale, a far preparare le pietanze per il banchetto ed ogni altra cosa, come se fosse una piccola servetta della casa. Non si fermò mai finché non ebbe sistemato tutto come era conveniente. Fatto ciò, invitò tutte le donne della contrada e cominciò ad attendere.
Gualtieri aveva fatto allevare i figli a Bologna da una sua parente sposata, che viveva in casa dei conti di Panico. La fanciulla aveva già dodici anni ed era la più bella cosa che si potesse vedere , il fanciullo aveva sei anni. Mandò a dire al suo parente di andare con la figlia e il figlio a Saluzzo, di portare una bella compagnia e di dire a tutti che conduceva la fanciulla in sposa al marchese. Gli raccomandò di non dire a nessuno chi ella fosse realmente.
Il gentiluomo fece come il marchese gli aveva chiesto, si mise in cammino e, dopo pochi giorni, con la fanciulla, il fratello e tutta la compagnia, all’ora di pranzo, giunse a Salluzzo. Lì trovò tutti i paesani ed altri invitati che attendevano le novella sposa del marchese.
La fanciulla, accolta dalle donne, venne nella sala dove erano state messe le tavole.
Griselda, vestita con i suoi poveri panni, le andò incontro lietamente e le diede il benvenuto.
Le donne, che avevano pregato Gualtieri di lasciare che Griselda stesse in un’altra stanza o che potesse indossare gli abiti che erano stati suoi, si misero a sedere e furono servite.
Tutti gli uomini lodarono molto la fanciulla, ritenendo che il signore avesse fatto un buon cambio.
Anche Griselda lodava lei e il fratellino.
Gualtieri, apprezzando molto il comportamento della donna, vedendo che non si modificava per niente, conoscendola bene, sapeva che cosa nascondeva sotto la sua espressione ferma.
La fece, dunque, chiamare e le chiese che cosa le sembrava della sua sposa.
Griselda rispose “Signor mio, mi sembra che vada molto bene; se poi è saggia quanto è bella, come credo, non dubito che possiate vivere come l’uomo più felice del mondo. Ma, vi prego, non date a questa quelle punture
che avete dato all’altra, che fu vostra, perché credo che non le potrebbe sostenere. Infatti è giovane ed ,ancora, è stata allevata con raffinatezza, mentre l’altra era stata abituata alle fatiche, fin da bambina”.
Il marchese ,poiché vide che Griselda era convinta che la fanciulla dovesse essere sua moglie, pure ne parlava bene, la fece sedere vicino a lui e le disse “Griselda, è tempo ,ormai, che tu conosca il risultato della tua lunga pazienza e che coloro che mi hanno ritenuto crudele, ingiusto, bestiale conoscano che facevo ciò per un fine prestabilito. Volevo, infatti, insegnare a te ad esser moglie, a loro a sapersela tenere, a me ad avere eterna tranquillità, finché vivessi, cosa che temetti  potesse non avvenire, quando ti presi per moglie. Perciò così ti punsi e ti tormentai. Ma mi sono accorto che non hai mai smesso di farmi piacere e di darmi quella consolazione che desideravo. Desidero, dunque, renderti, in una sola ora, ciò che ti tolsi in molte ore, e ristorarti, con molta dolcezza, delle punture che ti diedi. Sappi che quella ,che credi sia una sposa, è tua figlia e il fratello è tuo figlio, i quali  tu e molti altri credeste, per lungo tempo, che io, crudelmente, avessi fatto uccidere. Sappi che sono tuo marito, ti amo sopra ogni altra cosa e ritengo di potermi reputare felice perché ho una moglie come te”.
Così detto, l’abbracciò e insieme con lei, che piangeva di gioia, andò verso la figlia che, sorpresa, sedeva , ascoltando quelle cose. Abbracciò teneramente lei ed il fratello, svelando a tutti l’inganno.
Le donne, lietissime, finito il pranzo, se ne andarono in camera di Griselda. Le tolsero i suoi panni contadineschi e la rivestirono con abiti nobili e, come padrona, la ricondussero nella sala, dove i figli e il marito l’accolsero con grande festa.
I festeggiamenti durarono per molti giorni. Tutti reputarono molto saggio Gualtieri, sebbene ritenessero troppo dure le prove cui aveva sottoposto la moglie. Ma, soprattutto, stimarono ancora più saggia Griselda.
Dopo alcuni giorni ,il conte di Panico ritornò a Bologna. Gualtieri tolse Giannucolo dal suo lavoro e se lo portò con lui, come suo suocero, onorandolo e rispettandolo finché visse.
Infine, maritata degnamente la figlia, visse con Griselda, onorandola più che poteva, a lungo e serenamente.
Si poteva, dunque, aggiungere che anche nelle povere case piovevano dal cielo spiriti divini, mentre in quelle reali uomini che non erano degni di guardare nemmeno i porci piuttosto che di governare.
Chi avrebbe potuto sopportare con viso non solo sereno, ma lieto, le prove crudeli cui Gualtieri sottopose Griselda? Per lui sarebbe stato giusto che si fosse imbattuto in una donna che, quando l’aveva cacciata fuori di casa in camicia, si fosse fatta scuotere la pelliccia da un altro, in modo da ottenerne una bella veste.

                                   

domenica 20 dicembre 2015

DECIMA GIORNATA - NOVELLA N.9

DECIMA GIORNATA – NOVELLA N.9

Il Saladino, che finge di essere un mercante, è ospitato onorevolmente da messer Torello; si fa la Crociata; messer Torello dà alla moglie un termine per rimaritarsi, se egli muore.
Viene catturato, per vivere ammaestra uccelli. Il Sultano , lo viene a sapere, riconosciutolo e fattosi  riconoscere, lo accoglie presso di sé con molti onori; messer Torello si ammala e con arti magiche una notte viene portato a Pavia. Alla cerimonia di nozze della moglie viene da lei riconosciuto e con lei se ne torna a casa sua.

Filomena aveva appena finito di parlare e tutti avevano lodata la magnificenza di Tito, quando il re, riservando l’ultimo posto a Dioneo, cominciò a parlare.
Disse che Filomena aveva raccontato cose vere sull’amicizia e giustamente si era rammaricata che l’amicizia era poco gradita agli uomini ai tempi loro.Se fossero stati lì per correggere e riprendere i difetti umani avrebbe fatto un lungo discorso; ma , poiché il loro fine era un altro, egli voleva raccontare una storia molto lunga, ma assai piacevole, una delle magnificenze del Saladino. Se, dunque, per i vizi del proprio tempo, non potevano acquistare l’amicizia di qualcuno, almeno si sarebbero potuti dilettare, sentendo ciò che il Sultano aveva fatto.
Come alcuni affermavano, al tempo dell’imperatore Federico I(Barbarossa) i cristiani fecero la prima Crociata per riconquistare la Terra Santa.
Il Saladino, allora sultano di Babilonia, sentendone parlare, decise di voler vedere , di persona, i preparativi dei signori cristiani per quella crociata, per meglio attrezzarsi.
Sistemate le cose in Egitto, fingendo di andare in pellegrinaggio, con due uomini molto saggi e solo con tre servitori, sotto le sembianze di un mercante, si mise in cammino.
Dopo aver visitato molte province cristiane, attraversando la Lombardia, per superare i monti ed andare in Francia, tra Milano e Pavia, essendo già il vespro, incontrarono un gentiluomo, il cui nome era messer Torello di Stra di Pavia.
Costui con i cani e i falconi se ne andava a dimorare in un suo bel possedimento, presso il Ticino.
Messer Torello come vide i viaggiatori pensò che fossero gentiluomini e stranieri e desiderò onorarli.
Il Saladino fece domandare da un servitore quanto distassero da Pavia e se potevano ancora entrare nella città, data l’ora. Messer Torello rispose personalmente che ormai non potevano giungere nella città ad un’ora che consentisse loro di entrare.
Il Saladino gli chiese ,allora, di indicargli un albergo dove fermarsi per la notte, dato che erano stranieri.
Messer Torello rispose che l’avrebbe fatto accompagnare da un suo servitore.
Si avvicino al più fidato dei suoi uomini, gli dette tutte le istruzioni e lo mandò con loro.
Poi andò nel suo possedimento dove, subito ,come meglio potè, fece preparare una bella cena e mettere le tavole nel giardino. Poi si pose sulla porta ad attendere gli ospiti.
Il servitore, conversando, deviò il gruppo dei viaggiatori dalla strada che portava a Pavia e li condusse alla casa del suo padrone. Lì furono accolti con grande garbo.
Il Saladino, che era molto attento, si accorse dell’espediente usato dal cavaliere, che aveva temuto che potessero non accettare il suo invito. Rispose al saluto del padrone di casa e lo ringraziò per la grande cortesia ,usata nei suoi confronti.
Il cavaliere rispose che la sua cortesia era ben poca cosa rispetto a quella che avrebbero meritato, ma non c’era fuori di Pavia nessun luogo adatto ad ospitarli convenientemente.
Mentre messer Torello parlava, i suoi servitori, venuti intorno ai viaggiatori, li fecero smontare e sistemarono i cavalli. Poi condussero i tre gentiluomini nelle camere preparate per ospitarli, tolsero loro gli stivali e li rinfrescarono con ottimi vini, finché non giunse l’ora di cena.
Saladino e i compagni conoscevano il latino, per cui comprendevano bene ed erano ben compresi. Sembrava loro che il cavaliere fosse il più raffinato uomo e il più intelligente che avessero mai conosciuto.
A messer Torello, d’altra parte, sembrava che fossero uomini più importanti di come li aveva considerati prima e si rammaricava di non poterli onorare con un banchetto più ricco.
Pensò di poter rimediare la mattina seguente e, informato un servo di ciò che doveva fare, lo mandò a Pavia , dove tutte le porte erano aperte, da sua moglie, donna molto saggia e generosa.
Condotti i gentili uomini in giardino, chiese loro chi fossero.
Il Saladino rispose che erano mercanti cipriani e da Cipro andavano a Parigi, per fare degli acquisti.
Continuarono a ragionare per un certo tempo, finché non giunse l’ora di cena.
Su invito del padrone di casa si accomodarono a tavola e la cena fu servita. Al termine di essa furono tolte le tavole e gli ospiti furono accompagnati a riposare su bellissimi letti.
Giunta la notte si addormentarono tutti.
Frattanto il servitore si recò a Pavia e riferì alla donna l’ambasciata. Ella ,con garbo e signorilità, fece chiamare gli amici e i servitori affinché disponessero ogni cosa adatta ad un magnifico banchetto ,alla luce delle torce,
fece invitare al convito molti nobili cittadini, mettendo tutto in ordine , come il marito le aveva mandato a dire.
Il mattino seguente ,dopo che i gentiluomini si furono svegliati, messer Torello li condusse ad uno stagno vicino e mostrò loro come volavano i suoi falconi.
Il Saladino, subito dopo, chiese che qualcuno lo conducesse con i suoi compagni a Pavia in un buon albergo. Messer Torello si offrì di accompagnarli personalmente, dato che doveva recarsi anch’egli in città.
Tutti contenti si misero in cammino. Verso le nove giunsero in città, pensando di essere arrivati in un buon albergo, arrivarono alle casa di messer Torello, dove trovarono ben cinquanta gentiluomini pronti a riceverli.
Il Saladino e i compagni si resero conto di trovarsi in casa di messer Torello e lo ringraziarono per averli ospitati sia la sera prima che in quel giorno, anche se non glielo avevano chiesto.
M.Torello rispose che doveva ringraziare la fortuna che gli aveva dato la possibilità di accoglierli nelle sue case, ma se essi non gradivano di desinare con lui e con i suoi nobili ospiti, potevano liberamente andar via.
Il Saladino e i compagni ben volentieri si arresero e, smontati da cavallo, furono accompagnati nelle camere splendidamente apparecchiate. Si tolsero gli stivali, si rinfrescarono, poi si recarono nella sala da pranzo, dove furono loro servite, con ordine, tante deliziose vivande, che se fosse arrivato l’imperatore in persona ,non avrebbe potuto avere un’accoglienza migliore.
Il Saladino e i compagni, sebbene fossero gran signori e abituati al lusso,pure si meravigliarono dello sfarzo, sapendo che il cavaliere era un borghese, non un nobile.
Dopo pranzo, poiché faceva molto caldo, l gentiluomini di Pavia andarono a riposare.
Messer Torello rimase solo con i suoi tre ospiti. Perché vedessero tutte le cose che gli erano care fece chiamare la moglie, la quale venne avanti a loro bellissima e riccamente vestita, in mezzo ai suoi due figlioletti, che parevano angeli ,e garbatamente li salutò.
I tre, vedendola, si alzarono in piedi, la riverirono ,la fecero sedere tra loro con i figlioletti e fecero gran festa.
Allontanatosi il marito, domandò chi fossero e dove andassero ed essi risposero che l’avevano già spiegato al padrone di casa.
La donna, allora, sorridendo, li invitò ad accettare un suo piccolo dono, che avrebbe fatto portare per loro.
Fece portare per ciascuno due abiti, uno foderato di seta, l’altro di pelliccia, non abiti da mercanti ma da signori, e tre giubbe di seta e mutande. Li esortò a prenderli dicendo che così vestiva anche il marito.
Aggiunse che essi erano lontani dalle loro mogli, dovevano compiere un lungo viaggio ed avevano bisogno di indumenti freschi e puliti, anche se di poco valore.
I gentiluomini apprezzarono la cortesia della donna e la raffinatezza dei vestiti, non adatti a semplici mercanti, la ringraziarono e accettarono di buon grado.
Ritornato messer Torello, la moglie, affidandoli a Dio, si allontanò, dopo aver ordinato ai servi di rifornirli di tutto ciò di cui avevano bisogno. Dietro insistenza del padrone di casa ,si trattennero tutto il giorno.
Dopo aver riposato, cavalcarono un po’ per la città e, venuta l’ora di cena, con molti altri invitati cenarono lautamente.
Il mattino dopo, all’alba, si alzarono e trovarono, in luogo dei loro ronzini stanchi, tre grossi e forti cavalli, e, ugualmente, cavalli forti e freschi per i loro servitori.
Vedendo ciò ,il Saladino ,rivolgendosi ai compagni, disse di non aver mai visto un uomo così cortese e attento.
Aggiunse che al Sultano di Babilonia sarebbe bastato un solo cavallo per partire, non quanti gliene venivano offerti. Ma sapendo che non era possibile rinunziarvi, ringraziarono e montarono a cavallo.
Messer Torello, con molti compagni, li accompagnò per un lungo tratto fuori città, finché l Saladino, cui spiaceva di allontanarsi dal cavaliere, tanto gli stava simpatico, lo pregò di ritornare indietro.
Nell’accomiatarsi messer Torello volle precisare che non era affatto convinto che gli stranieri fossero dei mercanti. Il Saladino ,a conferma delle sue dichiarazioni ,gli rispose che, probabilmente, gli avrebbero fatto vedere la loro mercanzia.
Il Sultano partì ripromettendosi di ricompensare generosamente il cavaliere, se la guerra che stava per cominciare non gli avesse fatto perdere la vita. Insieme ai suoi compagni elogiò molto l’uomo, la sua donna e la loro magnifica ospitalità.
Dopo aver girato, con gran fatica, tutta l’Europa , s’imbarcò e se ne tornò ad Alessandria, disponendosi alla difesa.
Messer Torello se ne tornò a Pavia e si continuò a chiedere chi fossero veramente quei tre, senza avvicinarsi mai alla verità.   
Venuto il tempo della prima Crociata, messer Torello, nonostante le lacrime e le preghiere della sua donna, decise di partire.
Mentre stava per montare a cavallo, disse alla moglie, che amava immensamente “ Donna, io parto per la Crociata sia per l’onore che per la salvezza dell’anima; ti raccomando i nostri averi e il nostro onore. Parto e sono sicuro di tornare, ma non ne ho la certezza, perché possono accadere tante cose. Voglio che tu mi faccia una promessa, nel caso che tu non abbia notizie sicure che sono vivo, che mi aspetti un anno, un mese e un giorno prima di rimaritarti, iniziando da questo giorno in cui sto partendo”.
La donna, piangendo, gli assicurò che lo amava più della sua vita e non si sarebbe mai risposata. Poteva vivere e morire sicuro che ella avrebbe vissuto e sarebbe morta moglie di messer Torello.
Il marito, turbato, le disse che era sicuro del suo amore ma, essendo una donna giovane, bella e molto nobile, molti gentiluomini, se egli fosse ritenuto morto, l’avrebbero chiesta in moglie. Sicuramente i fratelli e i parenti l’avrebbero spinta ad un nuovo matrimonio.
La donna promise che avrebbe rispettato la volontà del marito, poi l’abbracciò e, sfilatosi un anello dal dito, glielo diede, dicendo “Se dovessi morire prima del vostro ritorno, vi ricorderete di me, vedendolo”.
Egli lo prese, montò a cavallo e, salutati tutti, si mise in viaggio.
Giunto a Genova, si imbarcò con la sua compagnia su una galea e, in poco tempo, giunse ad Acri, dove si congiunse con un altro esercito cristiano.
Nel mentre scoppiò nell’esercito cristiano una terribile epidemia che, per la fortuna o per le arti magiche del Sultano, fece morire quasi tutti i Crociati.
Il Saladino, quasi senza colpo ferire, catturò i pochi Cristiani sopravvissuti. Tra costoro c’era anche messer Torello, che fu condotto in prigione ad Alessandria. Colà, senza che fosse riconosciuto, per sopravvivere  cominciò ad addestrare uccelli (falconi) per la caccia, cosa in cui era maestro.
La notizia pervenne al Saladino, che lo tolse di prigione, lo nominò suo falconiere.e lo chiamò con l’appellativo di “ Cristiano”, senza riconoscerlo. Neppure messer Torello riconobbe il Sultano.
Tutto concentrato nel pensiero di voler ritornare a Pavia, più volte cercò di fuggire, senza riuscirvi.
Essendo venuti alcuni ambasciatori genovesi dal Saladino per riscattare dei loro cittadini, pensò di scrivere una lettera alla moglie per dirle che era vivo, che sarebbe tornato e le raccomandò di aspettarlo.
Consegnò la lettera ad uno degli ambasciatori, che lo conosceva, e lo pregò di consegnarla nelle mani dell’abate di San Pietro in Cielo d’Oro, che era suo zio.
Stando così le cose, un giorno, messer Torello, mentre discuteva col Sultano dei suoi uccelli, sorrise facendo con la bocca un movimento che il Sultano aveva notato quando era a Pavia, ospite del cavaliere.
Il Saladino, sospettando che si trattasse di messer Torello, gli chiese se era di Ponente. L’uomo gli rispose che era un poveretto, proveniente dalla città di Pavia, in Lombardia.
Udito ciò, il Saladino ebbe la certezza che si trattava proprio di messer Torello. Senza dir nulla fece portare i suoi vestiti in una camera,lo condusse lì e gli chiese se aveva mai visto quelle vesti.
Messer Torello guardò attentamente e vide che erano le vesti che la sua donna aveva donato, ma non ne era sicuro. Prudentemente rispose “Non ne conosco nessuna, ma, in verità, due somigliano agli abiti che indossai con tre mercanti che capitarono a casa mia”.
Allora il Saladino lo abbracciò affettuosamente ,dicendo “Voi siete messer Torello di Stra ed io sono uno dei tre mercanti ai quali la vostra donna donò queste robe. E’ venuto il momento di rivelarvi quale sia la mercanzia, come vi promisi nell’allontanarmi da voi”.
Messer Torello fu lietissimo di aver ospitato un signore così importante e si vergognò di averlo ricevuto poveramente.
Il Sultano gli fece una gran festa, lo fece vestire con abiti reali e lo portò al cospetto dei suoi cortigiani,ai quali comandò di onorarlo e di averlo caro; cosa che tutti fecero ed, in particolare, i due signori, che l’avevano accompagnato nel viaggio.
Tutte quelle cose distrassero il cavaliere dal pensiero di Pavia, anche se sperava fermamente che la lettera fosse pervenuta a suo zio.
Il giorno che l’esercito dei Cristiani fu conquistato dalle truppe del Saladino, morì e fu seppellito un cavaliere provenzale poco importante, il cui nome era messer Torello di Dignes.
Poiché messer Torello da Stra, invece, era molto conosciuto nell’esercito per la sua nobiltà , chiunque udì dire che messer Torello era morto ,credette che si trattasse di messer Torello di Stra e non di messer Torello di Dignes.
Molti italici, ritornando in Italia, riferirono la cosa e vi furono alcuni che, addirittura, sostennero di averlo visto morto e di essere stati presenti alla sepoltura.
La notizia arrecò grande dolore alla sua donna, ai parenti e a tutti coloro che l’avevano conosciuto.
Sarebbe troppo lungo descrivere la sofferenza e la tristezza della sua donna, la quale ,dopo alcuni mesi, aveva cominciato a dolersi di meno.
Il fratelli di lei, ben presto, sollecitati dalle molte proposte di matrimonio da parte dei più nobili uomini della Lombardia, cominciarono a spingerla a rimaritarsi.
Non potendo più resistere alle pressioni dei parenti, promise che si sarebbe rimaritata ,passato il periodo di attesa ,promesso al marito. Mancavano soltanto otto giorni al termine dopo il quale ella doveva prendere marito.
Un giorno in Alessandria messer Torello vide uno che si era imbarcato sulla galea diretta a Genova con gli ambasciatori genovesi. Lo fece chiamare e gli chiese se avevano fatto buon viaggio e quando erano giunti a Genova.
Il giovane rispose che la galea aveva fatto un pessimo viaggio, come aveva sentito a Creta, dove era rimasto. Infatti, mentre la galea era vicina alla Sicilia, si era levata una tramontana fortissima che l’aveva sbattuta sulle coste dell’Africa; nel naufragio non si era salvato nessuno ed erano morti anche due suoi fratelli.
Messer Torello credette ad ogni cosa e comprese che a Pavia non era arrivata nessuna sua notizia, ben sapendo che la donna stava per essere rimaritata. Infatti stava per scadere il termine che agli aveva chiesto alla moglie.
Cadde in tanto dolore che si mise a letto senza voler mangiare, deciso a morire.
Come seppe la cosa il Saladino, che l’amava molto, si recò da lui.
Saputa la ragione del suo dolore e della sua malattia, si rammaricò e gli promise che si sarebbe adoperato affinchè egli potesse essere a Pavia entro il termine fissato.
Messer Torello, che aveva una fiducia cieca nel Saladino, lo cominciò a sollecitare per fargli mantenere la promessa.
Il Sultano ordinò ad un negromante molto esperto di trovare il modo di mandare Torello a Pavia sopra un letto.
Il negromante assicurò che sarebbe stato fatto, bisognava, però, che il cavaliere dormisse.
Il Saladino ritornò dall’amico e, avendolo trovato disposto a morire pur di ritornare a Pavia, gli disse “ Messer Torello, se amate la vostra donna e temete che possa divenire di un altro, non vi posso rimproverare, perché ella è veramente la miglior donna di tutte, non solo per la bellezza ,che è un fiore caduco, ma per costumi e per maniere. Mi sarebbe stato carissimo che foste restato qui con me, grazie alla fortuna, per tutto il tempo della nostra vita, aiutandomi nel governo del regno. Ma, sapendo che desiderate soltanto o morire o essere a Pavia al termine stabilito, avrei voluto mandarvi a casa vostra con tutti gli onori che meritate.
Poiché ciò non è possibile vi ci manderò nel modo che vi ho detto”.
Messer Torello gli rispose “Signor mio, ho piena fiducia nella vostra benevolenza, che mi avete già dimostrata. Vi prego, perché ho deciso, che ciò che mi dite si faccia subito, perché domani è l’ultimo giorno nel quale debbo essere atteso”.
Il Saladino, il giorno seguente,attendendo di mandarlo via al sopraggiungere della notte, fece preparare nella sala un bellissimo letto, con materassi di velluto e drappi d’oro, secondo l’usanza. Sopra vi fece porre una coperta lavorata con cerchi ricamati con perle grossissime e bellissime pietre preziose, che a Pavia fu considerata un vero tesoro, e due guanciali adeguati a tale letto.
Fatto ciò, comandò che all’amico, ormai perfettamente ristabilito, fosse fatto indossare un abito saraceno, il più bello che si fosse mai visto,e in testa gli fu posto, all’uso saraceno, uno splendido turbante.
Essendo ormai tardi, il Saladino si recò nella camera del cavaliere e, piangendo, lo salutò ,dicendogli che lo lasciava partire in nome dell’affetto che li legava. Doveva , però, promettere che, sistemate le sue cose in Lombardia, almeno una volta, sarebbe ritornato da lui, per fargli piacere. Frattanto gli chiedeva di inviargli delle lettere per informarlo di tutto e per chiedergli qualunque cosa volesse.
Messer Torello, piangendo, lo rassicurò che mai avrebbe potuto dimenticare i benefici ricevuti e avrebbe fatto tutto ciò che gli aveva chiesto.
Si abbracciarono ed andarono nella sala dove era stato preparato il letto.
In gran fretta, poiché era molto tardi, venne il medico e gli fece bere la pozione; subito il cavaliere si addormentò.
Così addormentato, per ordine del Saladino, fu posto sul bel letto, su cui il sovrano fece deporre una grande e bella corona di gran valore, come dono per la sua donna. Poi mise al dito del dormiente un anello con un rubino tanto lucente che pareva una torcia accesa, di valore inestimabile. E ancora, gli fece mettere intorno alla vita una spada, decorata con un fermaglio nel quale erano incastonate perle mai viste, con altre pietre preziose.
Ai suoi due lati fece porre due grandissimi bacini d’oro, pieni di dobloni, e molte reti piene di perle, anelli, cinture ed altre cose. Fatto ciò baciò l’amico e diede ordine al negromante di procedere.
Subito il letto ,con tutto messer Torello, fu inviato e il Saladino rimase con i suoi baroni a parlare della vicenda.
Messer Torello era già stato posato nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia,con tutti i gioielli e gli ornamenti suddetti, e ancora dormiva quando, all’alba, entrò nella chiesa il sagrestano con un lume in mano e vide il ricco letto. Sorpreso e spaventato fuggì.
L’abate e i monaci, vedendolo fuggire, si stupirono e chiesero il motivo. L’abate lo rimproverò dicendogli che non era un fanciullo e conosceva bene quella chiesa, non capiva perché fuggiva.
Decise ,dunque, di andare a vedere e accese tutti i lumi. L’abate e i monaci entrarono nella chiesa, dove trovarono quel letto meraviglioso ,sul quale il cavaliere dormiva.
Mentre tutti guardavano timidamente il letto, senza accostarsi, messer Torello, finito l’effetto della pozione magica, si svegliò ed emise un gran sospiro.
Tutti, spaventati, fuggirono chiedendo aiuto a Dio.
Il gentiluomo, aperti gli occhi, comprese che era giunto lì dove il Saladino lo aveva mandato.
Si alzò, guardò ciò che aveva intorno e riconobbe la magnificenza del Sultano. Senza muoversi, vedendo i monaci fuggire, cominciò a chiamare per nome l’abate, dicendogli che era suo nipote.
L’abate udendolo, si spaventò ancora di più perché lo riteneva morto molti mesi prima.
Alla fine, comunque, si fece il segno della croce ed andò da lui.
A lui messer Torello disse di esser vivo e di essere ritornato d’oltremare.
L’abate, sebbene avesse la barba lunga e fosse vestito da saraceno, dopo un po’ lo riconobbe e gli disse “ Figlio mio , non ti devi meravigliare della nostra paura, perché tutti qui credono che tu sia morto, tanto che ti posso dire che madonna Adelaide, tua moglie, vinta dalle preghiere e dalle minacce dei suoi parenti, contro la sua volontà, è promessa; questa mattina deve andare dal nuovo marito per celebrare le nozze.
La festa è già apparecchiata”.
Messer Torello, accolto festosamente, raccomandò a tutti i monaci di non parlare con nessuno finché non li avesse autorizzati.
Poi, messi in salvo i gioielli, raccontò all’abate ciò che era avvenuto e gli domandò chi fosse il nuovo marito della sua donna. Infine ,lo pregò di condurlo con lui alle nozze, anche se ,di solito, i religiosi non partecipavano ai banchetti nuziali.
Lo zio lo assecondò volentieri e, sopraggiunto il giorno, mandò a dire al nuovo sposo che voleva essere presente alle nozze con un compagno.
Il gentiluomo rispose che ne era contento.
Venuta l’ora del pranzo, messer Torello, vestito da saracino , con l’abate se ne andò alla casa del novello sposo, senza che nessuno, pur guardando con curiosità ,lo riconoscesse.
L’abate, dal canto suo, diceva a tutti che quel tale che stava con lui era un saraceno, mandato,come ambasciatore, dal sultano al re di Francia.
Il saraceno ,a tavola, fu fatto sedere proprio di fronte alla sua donna, che egli guardava con grande
gioia ,vedendola turbata per quelle nozze.
Anch’ella, di tanto in tanto , lo guardava, senza riconoscerlo, data la lunga barba, lo strano abito e la convinzione che il marito fosse morto.
Quando al cavaliere sembrò giunto il momento di vedere se lo ricordava, prese in mano l’anello che gli era stato donato dalla moglie, al momento della partenza.
Disse al giovinetto ,che serviva, di riferire alla donna che nel suo paese c’era l’usanza che ,al banchetto di nozze, la sposa, se era presente un forestiero, gli mandasse, piena di vino, la coppa con la quale beveva.
Dopo aver bevuto, il forestiero rimandava indietro la coppa, dopo averla ricoperta, e la sposa beveva il rimanente.
Il giovinetto fece l’ambasciata alla donna, la quale, garbatamente, credendo che il forestiero fosse un personaggio importante, volle mostrare di essere lieta della sua venuta. Gli fece, dunque, portare una coppa dorata che aveva davanti, dopo averla riempita di vino.
Messer Torello si mise in bocca l’anello e, dopo aver bevuto, lo lasciò cadere nella coppa ,senza che nessuno se ne accorgesse; poi la ricoprì e la mandò alla donna.
Madonna Adelaide, come voleva l’usanza di lui, la scoprì, se la mise in bocca e vide l’anello.
Senza fare alcun commento, riconobbe che era l’anello che aveva dato al marito al momento della partenza.
Lo prese e guardò fissamente colui che credeva uno straniero.
Lo riconobbe e, diventata quasi furiosa, gettata a terra la tavola che aveva davanti, gridò “Questi è il mio signore, questi è veramente messer Torello”.
Corse verso di lui, incurante degli abiti e delle tavole imbandite e l’abbracciò tanto strettamente che si staccò da lui soltanto quando egli stesso le disse che c’era ancora molto tempo per abbracciarsi.
Nella gran confusione che si era creata, messer Torello pregò che tutti facessero silenzio.
Poi cominciò a raccontare tutto ciò che era avvenuto, dal momento della partenza fino a quel giorno.
Infine, disse che quel gentiluomo che stava per sposare sua moglie, credendolo morto, non si doveva dolere di restituirgliela, essendo egli vivo.
Il nuovo sposo, sebbene rammaricato, rispose ,amichevolmente, che il cavaliere poteva fare ciò che voleva.
La donna lasciò gli anelli e la corona avute dal nuovo sposo e si mise l’anello che aveva preso dalla coppa, insieme con la corona mandatale dal Sultano.
Usciti dalla casa, con tutta la schiera degli invitati se ne andarono alla casa di messer Torello, dove festeggiarono con tutti i presenti, che gridavano al miracolo.
Messer Torello distribuì i suoi gioielli in parte a colui che aveva fatto le spese delle nozze ,in parte all’abate e a molti altri. Poi inviò alcuni messi al Saladino per comunicargli il suo felice ritorno, dichiarandosi per sempre suo amico e servitore.
Per molti anni visse con la sua donna, usando verso tutti molta cortesia.
Quella fu la fine delle sventure di messer Torello e della sua cara sposa e la ricompensa per le loro liete cortesie.
Tali cortesie molti ,in quel tempo, si sforzavano di fare e benché avessero molte ricchezze, le facevano così male che, prima di farle, se le facevano pagare più di quanto valevano. Non si dovevano, perciò, meravigliare se non ne ricavavano alcuna ricompensa.










venerdì 11 dicembre 2015

DECIMA GIORNATA - NOVELLA N.8

          DECIMA GIORNATA – NOVELLA N.8

Sofronia, credendo di essere moglie di Gisippo, diventa moglie di Tito Quinzio Fulvo e con lui se ne va a Roma, dove arriva Gisippo in povero stato e, credendo di essere disprezzato da Tito, afferma di aver ucciso un uomo, per essere condannato a morte. Tito lo riconosce e, per salvarlo, dice di aver ucciso l’uomo; vedendo ciò, colui che aveva commesso il fatto, si dichiara colpevole. Per la qual cosa vengono tutti liberati da Ottaviano e Tito da in moglie a Gisippo la sorella e divide con lui tutte le sue ricchezze.

Dopo che Pampinea aveva smesso di parlare e tutte, soprattutto la ghibellina,  avevano commentato il comportamento di re Pietro, Filomena, per ordine del re, cominciò .
Disse che tutti non ignoravano che i re, quando volevano, sapevano essere magnifici e, sicuramente, facevano bene a comportarsi come conveniva loro.
Se avevano elogiato con tante belle parole le opere del re, certamente avrebbero apprezzato molto di più le opere compiute da due giovani, lor pari, somiglianti o addirittura maggiori di quelle del re.
Voleva, dunque, raccontare un’impresa magnifica e degna di lode, compiuta da due cittadini amici.
Nel tempo in cui Ottaviano, non ancora divenuto imperatore, comandava Roma, nel primo triumvirato, visse in Roma un gentiluomo, chiamato Publio Quinzio Fulvo.
Costui aveva un figlio ,di nome Tito Quinzio Fulvo, di grande ingegno, che mandò a studiare filosofia ad Atene. Lo raccomandò, quanto più potè, ad un ateniese, suo amico di vecchia data, chiamato Cremete, che lo ospitò nella propria casa, dove fu alloggiato insieme al figlio, di nome Gisippo.
Cremete affidò l’istruzione di entrambi i giovani ad un filosofo, chiamato Aristippo.
Tra i due giovani, che crebbero insieme, nacque una fratellanza ed un’amicizia così grande che durò fino alla morte. Ognuno di loro aveva pace solo quando erano insieme. Cominciati gli studi, ciascuno ,dotato di altissimo ingegno, apprendeva la filosofia, ottenendo grandissime lodi, in pari misura.
Vissero così per tre anni con grandissimo piacere di Cremete, che li considerava entrambi suoi figli.
Quasi trascorsi  tre anni, Cremete, ormai vecchio, morì.
I due giovani soffrirono ,in egual modo, come se avessero perso il padre e i parenti e gli amici di Cremete non sapevano chi consolare di più.
Dopo alcuni mesi, i parenti, gli amici e lo stesso Tito spinsero Gisippo a prendere moglie e gli trovarono ,come sposa, una bellissima giovane, di origine molto nobile, cittadina di Atene, il cui nome era Sofronia, di quasi quindici anni.
Avvicinandosi il tempo delle nozze, Gisippo pregò Tito di andare con lui a vederla, perché non l’aveva ancora vista. Quando giunsero a casa di lei, la fanciulla si sedette in mezzo a loro. Tito cominciò a guardarla attentamente e provò una grande attrazione per lei. Ogni parte di Sofronia gli piaceva straordinariamente e , senza darlo a vedere, se ne innamorò follemente.
Dopo essersi trattenuti per un certo tempo se ne ritornarono a casa. Qui Tito, ritiratosi nella sua camera, cominciò a pensare alla giovane e si accendeva sempre di più. Tristi pensieri lo assillavano. Considerava gli onori che aveva ricevuti da Cremete e dalla sua famiglia e l’amicizia che lo legava a Gisippo, a cui la fanciulla era promessa. Perciò , si diceva, la doveva considerare come una sorella ,frenare il desiderio dei sensi e rivolgere altrove i suoi pensieri. Quello che desiderava non era onesto e la vera amicizia richiedeva che egli abbandonasse quell’amore sconveniente.
Poi, ricordandosi di Sofronia, pensava il contrario, e cioè che le leggi dell’amore erano più potenti delle altre e rompevano non solo le leggi dell’amicizia ma anche quelle divine; era già capitato tante volte che un padre aveva amato la figlia, il fratello la sorella, la matrigna il figliastro, cose sicuramente più mostruose di un amico che amava la moglie di un altro. Egli era giovane e doveva abbedire alle leggi dell’amore, l’onestà apparteneva agli uomini più maturi. La fanciulla meritava di essere amata da tutti per la sua bellezza. Egli non l’amava perché era la moglie di Gisippo, ma per la sua bellezza e l’avrebbe amata di chiunque fosse stata.La fortuna aveva sbagliato a concederla all’amico, invece che ad un altro,e Gisippo doveva essere contento perché l’amava lui e non un altro.
Tra mille ragionamenti consumò quel giorno, la notte seguente e molti altri giorni e notti, perdendo il sonno e l’appetito, tanto che per la debolezza fu costretto a stare a letto.
Gisippo, che l’aveva visto prima preoccupato e poi infermo, cercava di recargli conforto e aiuto, senza allontanarsi mai da lui e gli chiedeva continuamente la causa della sua malattia.
Tito gli raccontava un sacco di frottole per risposta.
Alla fine, costretto dall’amico, gli disse “ Gisippo,se agli Dei fosse piaciuto, avrei preferito morire, piuttosto che vivere, pensando che la fortuna mi ha spinto ad un’azione per cui provo grandissima vergogna.
Siccome a te non devo celare niente, ti svelerò la causa della mia vergogna, non senza gran rossore”.
E, cominciando daccapo, gli rivelò il motivo della battaglia di tutti i suoi pensieri e il suo desiderio di morire per amore di Sofronia. Aggiunse che sapeva bene quanto ciò fosse sconveniente e per punizione aveva deciso di voler morire, cosa che sarebbe successa presto.
Gisippo, udendo quelle parole e vedendo il pianto disperato, rimase sovrapensiero, essendo anch’egli preso dalla bellezza della fanciulla. Poi decise che la vita dell’amico gli era più cara di Sofronia e così, turbato da quelle lacrime, piangendo anch’egli, gli rispose “ Tito, hai violato la nostra amicizia tenendomi a lungo nascosta la tua forte passione. I pensieri disonesti non devono essere celati all’amico, che amico sarebbe se si rallegrasse soltanto delle cose oneste e non si preoccupasse di aiutare l’altro in difficoltà?
Ritornando al presente, non mi meraviglio se tu ami ardentemente Sofronia , a me promessa, mi meraviglierei del contrario, conoscendo la sua bellezza e la sua nobiltà d’animo. E ,quanto più ami Sofronia, tanto più ti lagni che la fortuna l’abbia concessa a me, sebbene non lo dici.
Ti sembra che se fosse stata di un altro e non mia avresti potuto amarla onestamente.
Invece è stato molto meglio che la fortuna l’abbia concessa a me, perché chiunque altro l’avesse amata, l’avrebbe voluta tutta per sé. Invece io, siccome siamo amici da sempre, non ricordo di aver mai avuto alcuna cosa che non fosse tua, come mia.
Se la cosa fosse ormai tanto avanti da non poter fare altrimenti, la dividerei con te. ma siamo ancora in tempo a fare in modo che ella possa essere soltanto tua.
E così farò in nome dell’amicizia, che mi permette di fare onestamente una cosa che tu vuoi.
E’ vero che Sofronia è mia promessa sposa; che io l’amavo molto e aspettavo con grande gioia le nozze. Ma, poiché tu l’ami molto più di me e con maggiore ardore la desideri, sta tranquillo che ella verrà nella mia camera come tua moglie non come mia.
Lascia , dunque, i tristi pensieri, caccia la malinconia, recupera la salute, l’allegria e ,da questo momento,
aspetta di godere del tuo amore che è più forte del mio”.
Tito, udendo parlare così Gisippo, da un lato gioiva ,perché nasceva per lui una speranza, dall’altro, a ragione, provava vergogna, sembrandogli ancor più sconveniente accettare la liberalità dell’amico.
Non smettendo di piangere, gli rispose che l’amicizia dimostratagli gli faceva capire ancor più chiaramente che cosa doveva fare. Dio non avrebbe permesso che la donna che aveva donato a Gisippo, perché più degno, divenisse sua. Aggiunse che se l’avesse voluto darla a lui gliel’avrebbe concessa. Doveva, dunque, essere lieto di essere stato scelto, accettare il dono e lasciare a lui le lacrime.
Infine, gli chiese di lasciarlo consumare nelle lacrime, le quali, alla fine, avrebbe vinto o esse avrebbero vinto lui, facendolo morire e liberandolo così dalla pena.
Gisippo, prontamente, rispose “Tito, se l’amicizia mi può permettere di spingerti a seguire il mio desiderio, io intendo adoperarla, e se tu non mi obbedirai volentieri, con la forza, che un amico deve usare, farò in modo che Sofronia sia tua. So bene quanto possono le forze dell’amore e so che molte volte hanno condotto alla morte gli infelici amanti. Vedo te così vicino ad essa che non potresti più tornare indietro, né vincere le lacrime, ma ti aggraveresti e presto verresti meno e , sicuramente dopo poco io ti seguirei.
Dunque, devi vivere se ti è cara la mia vita. Sofronia sarà tua, perché non potresti facilmente trovare un’altra che ti piacesse quanto lei. Io rivolgerò il mio amore ad un’altra, così avrò accontentato te e me.
Non sarei così ben disposto se le mogli si trovassero con la difficoltà con cui si trovano gli amici.
Poiché posso trovare più facilmente una moglie piuttosto che un altro amico, voglio , non perdere lei donandola a te, ma consegnandola ad un altro me stesso migliore di me, trasferirla a te, piuttosto che perderti.
Perciò ti prego, liberandoti di questa afflizione, di consolare ,nello stesso tempo, te e me, e di buon grado di prepararti a prendere la cosa amata, che il tuo amore desidera”.
Tito, pur trattenuto ancora dalla vergogna, spinto dall’amore e dall’insistenza dell’amico, disse “ Gisippo, poiché la tua liberalità è tanta che vince la mia giusta vergogna, farò come tu vuoi, come uomo che sa di ricevere da te non solo la donna amata, ma la stessa vita.
Vogliano gli dei che ti possa dimostrare quanto ti sono grato perché sei nei miei confronti più pietoso di quanto lo sono io stesso”.
Gisippo , allora, disse “ Tito, perché la cosa vada a buon fine, bisogna seguire questa strada. Come ben sai, dopo lunghe trattative tra i miei parenti e quelli di Sofronia, ella mi è stata promessa. Se ora io andassi a dire di non volerla per moglie, ne nascerebbe un grandissimo scandalo e turberei i miei e i suoi parenti. Questo non mi preoccuperebbe se sapessi per certo che ella diventasse tua moglie. Ma temo che potrebbero darla in sposa ad un altro, e tu avrai perduto quello che io non avrò acquistato.
Mi sembra, dunque, il caso, se sei d’accordo, che la conduca in casa come mia moglie e celebri le nozze. Poi, di nascosto, tu giacerai con lei come se fosse tua moglie. A tempo e a luogo opportuno riveleremo il fatto.
Se la cosa piacerà ,sarà tutto a posto, se non piacerà, sarà un fatto compiuto e tutti si dovranno per forza adattare”.
A Tito piacque la proposta. Dopo la guarigione di Tito, avendo già tutto organizzato, Gisippo portò Sofronia a casa come sua moglie e fece una gran festa di nozze.
Giunta la notte, le donne lasciarono la sposa nel letto del marito e se ne andarono.
  La camera di Tito era congiunta a quella di Gisippo ,tanto che si poteva andare dall’una all’altra.
Gisippo chiamò Tito dicendogli di andarsi a coricare con la sua donna.
Tito, vergognandosi ,non voleva andare, ma Gisippo, dopo aver discusso a lungo, ve lo mandò.
Giunto nel letto, il giovane, quasi scherzando, domandò alla donna se voleva essere sua moglie.
Ella, credendo che fosse Gisippo, rispose di si .Tito le pose al dito uno splendido anello e disse “ Io voglio essere tuo marito”.
Consumato il matrimonio, si amarono appassionatamente, senza che né lei né gli altri si accorgessero che era un altro e non Gisippo che giaceva con lei.
Mentre il matrimonio di Tito e Sofronia procedeva in tal modo, Publio, padre di lui, morì.
Gli fu scritto di ritornare immediatamente a Roma, per curare i suoi interessi. Egli decise, d’accordo con Gisippo, di andare a Roma e di condurre con sé Sofronia, cosa che non si poteva fare senza informarla di come stessero le cose. Perciò un giorno la chiamarono e le rivelarono tutto.
Ella, dopo averli guardati sorpresa, scoppiò a piangere, rammaricandosi dell’inganno di Gisippo.
Senza far commenti, andò a casa sua e a suo padre e sua madre narrò l’inganno che avevano subito, affermando che era la moglie di Tito e non di Gisippo, come tutti credevano.
Il padre ritenne il fatto gravissimo e si lamentò moltissimo con i parenti di Gisippo, che fu aspramente rimproverato ed odiato da tutti.
Gisippo, dal canto suo, affermava di aver fatto la cosa giusta ed i parenti di Sofronia gli dovevano essere grati perché l’aveva maritata ad un uomo migliore di sé stesso.
Tito, che sentiva tutte le lamentazioni, ne provava gran disagio.
Egli conosceva bene l’animo degli ateniesi e sapeva che avrebbero continuato a lamentarsi all’infinito, se non avessero avuto delle risposte. Perciò, avendo animo romano e senno ateniese, con molto garbo fece radunare i parenti di Gisippo e quelli di Sofronia in un tempio.
Entrato lì, accompagnato solo da Gisippo, così parlò ai presenti “ Molti filosofi credono che gli dei immortali dispongano le opere dei mortali, per cui, secondo alcuni, ciò che è accaduto e accadrà nel mondo è stabilito dalla volontà degli dei, ed è necessario. Altri ritengono che lo stato di necessità riguardi soltanto le cose che già sono state fatte. Si capisce che non è possibile cambiare le cose già accadute, perciò è più saggio credere che gli dei governino per l’eternità e senza alcun errore noi e le nostre cose. Si può ,dunque, ben vedere come sia presuntuoso e da bestie pensare di cambiare ciò che essi hanno disposto e meritano grandi punizioni coloro che si lasciano trasportare dall’ardire.
Tra questi ci siete a mio giudizio, tutti voi, se avete detto e continuate a dire che Sofronia è diventata mia moglie, mentre voi l’avevate data a Gisippo. Non considerate ciò che era stato disposto ab eterno e cioè che ella non divenisse di Gisippo ma mia, così come appunto è accaduto.
Ma parlare della provvidenza e dell’intervento degli Dei pare a molti difficile da comprendere, supponendo che gli Dei non si impiccino affatto delle cose degli uomini. Perciò voglio considerare le opinioni degli uomini a riguardo ed esaminare due cose molto contrarie ai miei costumi. L’una consiste nell’elogiare me, l’altra nel biasimare gli altri, senza allontanarmi dalla verità.
I vostri rimproveri, dovuti più alla rabbia che alla ragione, con continui mormorii, criticano e condannano Gisippo che mi ha data, con sua decisione, costei in moglie, mentre voi l’avevate data a lui.
Per la sua decisione ritengo che egli sia da elogiare sommamente per due motivi. L’uno perché ha fatto ciò che un amico deve fare; l’altra perché si è comportato più saggiamente di voi.
Non voglio spiegare ora ciò che le sante leggi dell’amicizia vogliono che un amico faccia per l’altro. Ma voglio soltanto ricordarvi che il legame dell’amicizia è più forte di quello del sangue e della parentela, perché gli amici ce li scegliamo, i parenti ce li dà la fortuna.
Nessuno, dunque, si deve meravigliare se Gisippo amò più la mia vita che la vostra benevolenza, essendo mio amico. E ,inoltre, egli è stato più saggio di voi, che mi sembra non conosciate la provvidenza degli dei e molto meno gli effetti dell’amicizia.
Infatti, avevate deciso di dare Sofronia a Gisippo, giovane e filosofo. Gisippo ha deciso di darla ad un giovane e filosofo. Decideste di darla ad un ateniese, Gisippo ad un romano. Decideste di darla ad un giovane nobile, Gisippo ad uno più nobile; decideste di darla ad un giovane ricco, Gisippo ad uno ricchissimo; decideste di darla ad un giovane che non solo non l’amava, ma la conosceva appena, Gisippo la dette ad un giovane che l’amava più della propria vita.
E che quello che dico sia vero si può facilmente verificare. E’ vero ,infatti, che sono giovane e filosofo come Gisippo, che ho la sua stessa età, che abbiamo fatto gli stessi studi. E’ vero che egli è ateniese ed io romano.
Se si discuterà della gloria delle due città ,dirò che io sono di una città libera ed egli di una città tributaria; io di una città signora di tutto il mondo, egli di una città che obbedisce all’altra; io di una città fiorentissima per le armi, l'impero e gli studi, mentre egli potrà lodare la sua solo per gli studi.
Inoltre, sebbene qui mi vediate come uno studente molto umile, non sono nato dalla feccia del popolazzo di Roma. Le mie case e i luoghi pubblici di Roma sono pieni delle immagini dei miei antenati , gli Annali romani sono pieni dei trionfi che i Quinzi hanno condotto sul Campidoglio e la loro gloria è ancora fiorente.
Per pudore taccio delle mie ricchezze perché ricordo l’onesta povertà degli antichi nobili romani, mentre io, non come avido, ma come amato dalla fortuna, ne abbondo.
So che avevate caro l’avere per parente Gisippo, che era ed è di qui (ateniese), ma non vi devo essere meno caro io che sono di Roma. Pensate ,infatti, che avrete in me un ottimo ospite e un utile ed autorevole protettore sia nelle faccende pubbliche che in quelle private.
Dunque, considerando razionalmente il tutto, chi loderà i vostri consigli più di quelli di Gisippo? Certamente nessuno. Sofronia è ben maritata a Tito Quinzio Fulvo, nobile, antico e ricco cittadino di Roma e amico di Gisippo, perciò chi se ne duole sbaglia e non sa quello che fa.
Alcuni potranno dire che non si rammaricano del fatto che Sofronia è moglie di Tito ma del come lo è diventata, furtivamente, senza che né amici, né parenti lo sapessero. Ciò non deve meravigliare.
Volentieri tralascio quelle che si sono maritate contro la volontà dei padri, quelle che sono fuggite con gli amanti e sono state prima amiche che mogli, e quelle che con la loro gravidanza e i parti hanno palesato il loro matrimonio, che è stato accettato per necessità, prima che con le parole e si è fatta di necessità virtù.
A Sofronia non è accaduto ciò, anzi, con discrezione e onestamente, è stata data da Gisippo a Tito, anche se, secondo alcuni, non ne aveva il diritto. Queste sono lagnanze di poco conto.
La fortuna ora usa nuove strade per ottenere i suoi scopi. Non mi devo preoccupare se il calzolaio, piuttosto che il filosofo,portò a buon fine i fatti miei, devo solo ringraziarlo. Se Gisippo ha ben maritato Sofronia, lamentarsi del modo e di lui è cosa stolta e inutile. Se non vi fidate del suo senno, evitate che possa maritare altre donne in futuro e ringraziatelo per adesso.
Dovete sapere che non cercai né con l’astuzia, né con l’inganno, di macchiare l’onestà di Sofronia e la nobiltà del vostro sangue. Sebbene la sposai occultamente, non andai come un ladro o come un nemico a toglierle la verginità, rifiutando di imparentarmi con voi. Ma ,acceso dalla sua bellezza e dalla sua virtù, dovetti agire di nascosto, per paura che voi non me l’avreste mai concessa.
Ora posso svelare il segreto, conosciuto solo da Gisippo. Sebbene ardentemente l’amassi, mi unì a lei non come amante, ma come marito, non avvicinandomi a lei prima di averla sposata, domandandole se mi voleva come marito, con le dovute parole e con l'anello, come ella stessa può testimoniare, ed ella mi rispose di si.
Se ella si ritiene ingannata, deve essere rimproverata lei che non mi ha chiesto chi fossi, non io.
Dunque, questo è il gran male, il gran peccato, compiuto da Gisippo, amico, e da me, innamorato, che Sofronia sia diventata la moglie di Tito Quinzio e per questo criticate e minacciate Gisippo.
E che sarebbe mai successo se egli l’avesse sposata ad un contadino, ad un malandrino o a un servo?
Quali catene, o prigioni, o croci basterebbero? Ma, tralasciando tutto, ormai è venuto il tempo che, essendo morto mio padre, devo ritornare a Roma e voglio portare Sofronia con me.
Ho dovuto, perciò, rivelarvi ciò che forse ancora vi avrei tenuto nascosto. Siate lieti perché ,se avessi voluto ingannarvi e oltraggiarvi, l’avrei lasciata qui. Ma tanta viltà non può esservi in un romano.
Sofronia, per volontà degli Dei, in virtù delle leggi umane, grazie a Gisippo e al mio inganno ,è mia.
Voi che pure siete saggi, potete condannarmi e punirmi in due modi: l’uno tenendovi Sofronia, sulla quale non avete alcun diritto; l’altro trattando Gisippo come nemico.
Vi consiglio, considerandovi amici, di deporre lo sdegno e il rammarico e di restituirmi la mia sposa, in modo che lietamente possa partire come vostro parente, ora e sempre. Ormai, vi piaccia o non vi piaccia, non si può cambiare quello che è fatto.
Se volete diversamente, vi toglierò Gisippo e, una volta giunto a Roma, riavrò mia moglie, che, a ragione, mi appartiene, malgrado sia rimasta con voi. Vi farò conoscere, considerandovi per sempre nemici, quanto sia potente lo sdegno dei romani”.
Detto ciò, Tito si alzò in piedi ,molto turbato, e ,preso per mano Gisippo, senza più curarsi dei presenti, minacciando, uscì dal tempio.
Quelli che erano rimasti là dentro, alcuni spinti dalla parentela, alcuni dall’amicizia e spaventati dalle ultime parole del giovane, decisero che la cosa migliore era avere Tito come parente, poiché Gisippo non aveva voluto esserlo, piuttosto che aver perso Tito come parente ed aver acquistato Gisippo come nemico.
Andarono da Tito e gli dissero che faceva loro piacere che Sofronia fosse sua moglie e ritenevano lui parente e Gisippo buon amico.
Festeggiarono tutti insieme, poi partirono e gli rimandarono Sofronia.
Ella, saggiamente, fatta di necessità virtù, l’amore che provava per Gisippo rapidamente rivolse a Tito e andò con lui a Roma, dove fu ricevuta con grande onore.
Gisippo, rimasto ad Atene,poco stimato da tutti, per lotte politiche ,fu cacciato dalla città, povero e meschino, e fu condannato all’esilio perpetuo.
Stando così male, povero e mendicante, andò a Roma, per vedere se Tito si ricordava di lui.
Seppe che era vivo, che era stimato dai romani e, avendo saputo dove erano le sue case, si mise ad aspettare davanti ad esse finchè Tito non giunse.
Non ebbe il coraggio di farsi riconoscere, per cui l’amico passò oltre.
A Gisippo parve che Tito l’avesse veduto, ma avesse finto di non riconoscerlo. Ricordando quello che aveva fatto per lui, offeso e disperato si allontanò.
Era ormai notte, il giovane ,digiuno e senza denari, senza sapere dove andare, desideroso di morire, giunse in un luogo molto solitario, dove c’era una gran grotta, in cui si rifugiò; si sdraiò sulla nuda terra e, dopo aver pianto a lungo, si addormentò.
Nella stessa grotta, all’alba, giunsero due ladri che avevano commesso un furto durante la notte, con il loro bottino. Cominciarono a litigare, il più forte uccise l’altro e andò via.
Gisippo, che aveva udito tutto, pensò di aver trovato il modo di avere la morte, senza uccidersi lui stesso.
Perciò non si allontanò ed attese l’arrivo dei gendarmi che lo catturarono.
Interrogato, confessò di aver ucciso il ladro e di non essersi potuto allontanare dalla grotta.
Il pretore, il cui nome era Marco Varrone, lo condannò alla morte sulla croce, come si usava a quel tempo.
Per caso Tito era andato quel giorno al pretorio.
Vedendo il viso del condannato e uditi i motivi della condanna, subito riconobbe che era Gisippo e si meravigliò della sua misera condizione e di come era giunto fin lì.
Per aiutarlo e salvarlo, non vedendo altra via che accusare sé stesso, si fece avanti e gridò “ Marco Varrone, richiama il pover’uomo che hai condannato, perché è innocente. Io sono il colpevole, infatti, ho offeso gli dei uccidendo colui il quale le tue guardie trovarono morto questa mattina, non voglio offenderli ancora,
provocando la morte di un altro innocente”.
Varrone si meravigliò e si rammaricò che tutto il pretorio l’avesse udito.Dovendo fare ciò che comandavano le leggi, fece ritornare indietro Gisippo e, alla presenza di Tito , gli chiese perché era stato così folle da confessare un delitto che non aveva commesso, pur sapendo che avrebbe perso la vita. Sosteneva che aveva ucciso un uomo, ma, ecco che si presentava un altro che diceva di essere l’assassino.
Gisippo guardò l’uomo, riconobbe che era Tito e ben comprese che l’aveva fatto per salvarlo.
Insistette, dunque, con Varone affermando che era stato lui a compiere il delitto.
Tito, dal canto suo, invitava il pretore a considerare che Gisippo era forestiero e che era stato trovato accanto al corpo del morto senza armi. Diceva che era povero e misero e perciò voleva morire.  Gli chiedeva di liberarlo e di punire lui.
Varrone ,sorpreso, già presumeva che fossero innocenti entrambi.
Ed ecco che giunse un tale, chiamato Publio Ambusto, giovane senza speranza, conosciuto da tutti i romani, un grandissimo ladrone, che veramente aveva commesso l’omicidio. Costui sapeva bene che nessuno dei due era colpevole di quello di cui si accusava. Si commosse a tal punto per la loro innocenza, che andò davanti a Varrone e disse “ Pretore, il mio fato mi spinge a risolvere la disputa tra costoro, non so quale dio mi spinge a confessare il mio peccato. Sappi, dunque, che nessuno di loro è colpevole di ciò di cui accusa sé stesso.
Quell’uomo l’uccisi io all’alba e vidi questo sventurato, che è qui, nella grotta ,che dormiva, mentre io dividevo la refurtiva con colui che poi uccisi. Non è necessaio che scagioni Tito, la cui fama tutti voi conoscete.
Dunque liberali e dai a me la condanna prevista dalle leggi”.
Ottaiano, che aveva avuto notizia della cosa, fece andare alla sua presenza tutti e tre, chiese a ciascuno quale motivo avesse per voler essere condannato. Ognuno spiegò le sue ragioni.
Ottaviano liberò i primi due perché erano innocenti e il terzo per amor di loro.
Tito, facendogli gran festa, condusse Gisippo, dopo averlo rimproverato per la sua diffidenza, a casa sua, là dove Sofronia, piangendo, lo accolse come un fratello.
Lo confortò, lo rivestì e divise con lui ogni suo tesoro ed ogni suo avere.
In seguito gli diede in moglie una sua sorella giovinetta, chiamata Fulvia, poi gli disse “ Gisippo, spetta a te solo decidere se rimanere qui con me a vivere o volertene tornare in Grecia con tutto ciò che ti ho donato”.
Gisippo, costretto dall’esilio che gli impediva di ritornare nella sua città e spinto dall’amicizia per Tito, decise di diventare romano.
A Roma ,con la sua Fulvia, con Tito e la sua Sofronia, vissero a lungo e lietamente nella stessa casa, divenendo ogni giorno sempre più amici.
La narratrice concluse che grandissima cosa era l’amicizia, massimamente degna di rispetto e di lode, madre di ogni magnificenza e onestà, nemica dell’odio e dell’avarizia, senza aspettare preghiere, pronta a fare per gli altri ciò che avrebbe voluto fosse fatto verso di sé.
Gli effetti dell’amicizia molto raramente in quei luoghi si vedevano, per colpa della cupidigia dei mortali, che guardavano soltanto alla propria utilità, e l’avevano relegata ai confini estremi della terra ,in esilio perpetuo.
Solo l’amicizia, infatti, aveva spinto Gisippo ad astenersi dagli abbracci della bella giovane, senza curarsi di perdere i suoi parenti e quelli di Sofronia e di esporsi ai mormorii, alle beffe e allo scherno del popolazzo.
Solo l’amicizia, d’altra parte, aveva subito spinto Tito, che poteva fingere di non vedere, a procurarsi la morte per liberare Gisippo dalla croce, alla quale egli stesso si condannava.
Solo l’amicizia aveva spinto Tito, senza che nessuno l’obbligasse, a dividere il suo grandissimo patrimonio con Gisippo, dopo che la fortuna gli aveva tolto il suo.
Solo l’amicizia aveva, infine, spinto Tito a dare in sposa la propria sorella a Gisippo, divenuto poverissimo e
miserabile.
Gli uomini pensavano soltanto ad accrescere con il loro denaro il numero dei servitori, temendo per sé ogni minimo pericolo, e non guardavano se potevano alleviare le difficoltà del padre, del fratello o del signore, mentre gli amici facevano tutto il contrario.