sabato 11 aprile 2020

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA di Gabriel García Márquez. Terza settimana

11.04.2020
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L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA di Gabriel García Márquez

Nella terza settimana ci soffermeremo sul romanzo L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez, il più noto autore sudamericano del ‘900. Protagonista è una violenta epidemia di colera. L’opera è ambientata a Cartagena de Indias tra la metà dell’800 e l’inizio del '900. Lo spettro del colera è sempre presente, come un filo sottile che accompagna la narrazione.
Mi soffermerò, in particolare, sul ritorno del Dott. Juvenal Urbino nei Caraibi, proveniente da Parigi. L’ambientazione è completamente diversa. Non siamo nelle città italiane, sconvolte dalla peste. Con il Boccaccio a Firenze e nel suo circondario, con il Manzoni a Milano e nel bergamasco.

Iuvenal Urbino, di ritorno da Parigi dove aveva vissuto per motivi di studio, è a bordo di una nave.
“La nave si fece strada nella baia, attraverso una coltre galleggiante di animali annegati, e la maggior parte dei passeggeri si rifugiò nelle cabine, per sottrarsi al fetore”.
Il giovane, perfetto nella sua eleganza parigina, riuscì a conservare il suo autocontrollo, anche se gli stringeva la gola un nodo che non era di tristezza ma di terrore.
Sul molo, quasi deserto, lo aspettavano la madre, le sorelle e gli amici più intimi. Li trovò smarriti e sparuti, con un tremito nella voce ed una incertezza nelle pupille. La vista della madre lo turbò moltissimo.
“Il mare sembrava di cenere, gli antichi palazzi di marchesi sembravano soccombere al proliferare dei mendicanti ed era impossibile cogliere la fragranza dei gelsomini dietro i suffumigi di morte delle fogne a cielo aperto”.
Nelle strade, simili a porcili, giravano un’infinità di topi affamati, che ostacolavano l’avanzare delle carrozze. Colto da un’infinita tristezza, nascose il volto alla madre e si mise a piangere in silenzio.

La vecchia dimora degli Urbino, un tempo palazzo nobiliare, era in pieno decadimento. Suo padre era morto nell’epidemia di colera che aveva decimato la popolazione sei anni prima e con lui era morto lo spirito della casa. A poco a poco si abituò all’afa e agli odori nauseanti, ripetendosi che quello era il suo mondo e doveva abituarsi.

Si gettò con vigore nel lavoro, rinnovando, in parte, lo studio del padre. Cercò di portare le innovazioni apprese a Parigi all’Ospedale della Misericordia, dovendo continuamente lottare con superstizioni ataviche.
“La sua ossessione erano le pericolose condizioni della sua città”.
Lottò in tutti i modi affinché fossero chiuse le fogne spagnole, abitate da un’infinità di topi, e si costruissero condutture chiuse che sfociassero in lontani canali e non nello spazio del mercato. La popolazione più umile che abitava nelle baracche faceva i propri bisogni all’aria aperta. Le feci si seccavano al sole, si trasformavano in polvere e venivano respirate da tutti.
Lottò invano perché i rifiuti non fossero gettati nelle lagune e non andassero in putrefazione, ma fossero inceneriti in un luogo appartato. Anche le acque da bere rappresentavano un pericolo mortale, perché in fondo agli orci proliferavano vermiciattoli invadenti.
Il dottore era seriamente preoccupato anche per le condizioni igieniche del mercato pubblico, un vasto spazio pubblico all’aperto davanti alla Baia di Las Animas, approdo per i velieri provenienti dalle Antille. Lì venivano buttati gli avanzi del mattatoio attiguo, teste macellate, visceri marce, residui di animali che rimanevano a galla, sotto il sole e la pioggia, in un pantano di sangue.
I suoi amici lo schernivano e, degni eredi degli hidalgos spagnoli, rivangavano i pregi storici della città, le loro origini gloriose, minimizzando il degrado del luogo.

Ad un tratto la situazione degenerò del tutto. L’epidemia di colera, le cui prime vittime caddero nelle pozzanghere del mercato, provocò in pochissimo tempo una grandissima mortalità.
In precedenza i morti venivano seppelliti sotto i pavimenti delle chiese o nei patii dei conventi, i poveri nel cimitero.
“Nelle prime due settimane di colera il cimitero traboccò, non rimase più un posto libero nelle chiese”.
Nell’orto della Comunità di Santa Chiara furono scavate fosse profonde per seppellire i cadaveri su tre livelli. Il suolo si impregnò di sangue come una spugna.
Dopo che fu dichiarato ufficialmente il colera, nella fortezza della guarnigione si sparò un colpo di cannone ogni quarto d’ora, perché una superstizione locale sosteneva che la polvere da sparo purificava l’aria.

Il colera cessò all’improvviso, come era cominciato, e non si seppero mai i danni che aveva arrecato. Esso aveva, comunque, dato una mano al destino, per un equivoco, come dice Marquez.
Infatti, perché sospettata di avere il colera, Fermina Daza, la più bella fanciulla dei Caraibi, venne visitata dal dottor Juvenal Urbino. Egli ne rimase folgorato e la sposò. Frattanto la vita scorreva e infinite vicende si susseguivano.

Florentino Ariza, l’eterno innamorato di Fermina, pur passando attraverso infinite avventure, che egli celò abilmente fingendosi omosessuale, non dimenticò il suo grande amore. Sempre col pensiero alla donna costruì la sua fortuna, diventando proprietario della compagnia fluviale dei Caraibi.
Morto Juvenal, ripresero i contatti tra Florentino e Fermina. La donna era ormai decisa a non perdere l’ultima occasione offertale dalla vita di vivere il suo amore. Nonostante le severe critiche di una componente della sua famiglia, si incontrò con l’uomo e ne accettò la corte.
“In una delle prime visite, parlando dei suoi battelli Florentino Ariza aveva rivolto un invito formale a Fermina Daza per fare un viaggio di riposo lungo il fiume… lei sentiva un’attrazione molto forte per il fiume”.
“Florentino portò mappe della rotta per entusiasmarla, cartoline di crepuscoli furibondi, poesie sul paradiso primitivo del fiume Magdalena, scritte da viaggiatori illustri”.
Nel viaggio sarebbe stata l’ospite d’onore ed avrebbe avuto una cabina tutta per lei, arredata come la sua casa.
Partirono il 7 Luglio del 1924, sulla nave dal nome “Nueva Fidelidad”, nome particolarmente appropriato.
All’imbarco fece gli onori di casa, con champagne e salmone affumicato, il Capitano Diego Sammartino, perfetto nella sua uniforme di lino bianco.
Il battello uscì dalla baia, avanzando per paludi e canali nell’aria libera del Grande Fiume della Magdalena.
Florentino conservava ricordi molto piacevoli, del suo viaggio di gioventù sul fiume. Proseguendo nella navigazione, rimase stupito dai cambiamenti.
Si accorse che il fiume Magdalena, uno dei più grandi del mondo, era solo un’illusione della memoria.
I giorni successivi furono caldi e interminabili. Il fiume divenne torrido e si fece sempre più stretto. Non arrivava il profumo dei gelsomini ma “la zaffata nauseabonda dei morti che passavano, galleggiando verso il mare. Non c’erano più guerre, né pesti ma i corpi gonfi continuavano a passare”.

C’erano pochi luoghi dove poter fare rifornimento di legna, per cui il battello rimase ormeggiato per una settimana. I taglialegna avevano abbandonato le terre, fuggendo dal colera invisibile e dalle guerre. La sosta forzata fu per i due innamorati un “contrattempo provvidenziale”. Immersi in un letargo irreale, vissero ore inimmaginabili, in una intimità struggente. “Uscivano dalla cabina quasi solo per mangiare”. Giunsero a La Dorada, porto finale, dopo undici giorni di viaggio. Uscirono dalla loro camera quando tutti i passeggeri furono sbarcati.

Ben presto cominciarono a salire sul battello i passeggeri del viaggio di ritorno. Fermina entrò in crisi perché tra i nuovi arrivati riconobbe molti suoi amici, che la conoscevano benissimo. Si rinchiuse di nuovo nella sua cabina, temendo le critiche. Ed ecco che, improvvisamente, mentre erano a cena nella sala riservata, Florentino ebbe l’idea che avrebbe trasformato la loro vita. Chiese al capitano «Sarebbe possibile fare un viaggio diretto, senza carico né passeggeri, senza toccare un solo porto, senza niente?». L’interrogato rispose che era possibile solo se vi era un caso di peste a bordo. Il battello si dichiarava in quarantena, si issava una bandiera gialla e si navigava in stato di emergenza. Aggiunse che lo aveva fatto diverse volte per molti casi di colera. Spesso si faceva per impedire perquisizioni inopportune. Con decisione Florentino disse «Bene, allora facciamo così». E firmò l’ordine scritto come gli era stato richiesto dal comandante.
Dalla riva i villaggi sparavano cannonate per scacciare il colera. Anche i battelli che incrociavano, mandavano segnali di condoglianze. Sulla nave Florentino suonò per ore il valzer “dea incoronata”. Ormai il solo pensiero del ritorno imminente toglieva il sonno ai due che, ormai, ritenevano la cabina del battello come la propria casa.

Rapidamente i passeggeri furono trasferiti su un altro battello. Il capitano chiese di fare un solo scalo a Puerto Nare per far salire una donna alta e robusta, Zenaida Neves, che egli affettuosamente chiamava “mia energumena”. E iniziò il viaggio più singolare del mondo.

L’ultimo giorno della traversata si alzarono già vestiti, pronti per sbarcare, quando una lancia della Sanità del porto ordinò di fermare la barca. Il Capitano rispose che vi erano a bordo tre passeggeri ammalati di colera che non avevano avuto contatti con l’equipaggio. Il comandante della pattuglia ordinò che uscissero dalla baia e si fermassero alla palude di Las Mercedes, in attesa di disposizioni per la quarantena.
Il battello uscì dalla baia e tornò alle paludi, mentre il capitano non sapeva come giustificare la bandiera del colera. Immediatamente Florentino disse «Andiamo a dritta, a dritta, a dritta, di nuovo verso La Dorada». Il capitano guardò l’uomo e Fermina e domandò «Fino a quando crede di poter proseguire questo andirivieni del cazzo?». E Florentino, senza un attimo d’incertezza, rispose «Per tutta la vita».
Il colera questa volta fu complice ed amico.

sabato 4 aprile 2020

I PROMESSI SPOSI (Cap. XXXI e XXXII) di Alessandro Manzoni. Seconda settimana

04.04.2020
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Nella seconda settimana ci soffermeremo a considerare il diffondersi della peste nel milanese nel 1630. Esamineremo i capitoli XXXI e XXXII dei I Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
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I PROMESSI SPOSI (Cap. XXXI e XXXII) – ALESSANDRO MANZONI

Vi si dice che nei primi giorni del 1630 le soldatesche alemanne dilagarono nel milanese e nella Lombardia, portando con sé la peste. Essa non si fermò lì ma invase buona parte dell’Italia (in particolare Piemonte, Liguria, Emilia, Repubblica Veneta). Le notizie fornite dagli storici sono confuse e contraddittorie, come anche quelle degli atti pubblici. Di certo risulta che, per tutto il territorio attraversato dalle bande alemanne, si trovarono cadaveri nelle case e per le strade.
Poco dopo nei vari paesi cominciarono ad ammalarsi e morire persone e famiglie con mali che avevano sintomi sconosciuti ai più. Solo il protofisico Lodovico Settala, che era stato uno dei curatori più attivi della peste di San Carlo, pochi anni prima, precisamente nel 1629, la riconobbe e fornì informazioni al Tribunale della Sanità di Lecco, confinante con il bergamasco. Come dice il Tadino, Commissario inviato a Lecco, il problema fu sottovalutato e non si prese alcun provvedimento, in quanto le preoccupazioni della guerra erano più pressanti. Frattanto furono emanate grida in cui il Governatore ordinava pubbliche feste per la nascita del figlio primogenito del re Filippo IV.

Se la condotta dei governanti fu deplorevole, quella della popolazione non fu da meno. Tutti, governanti e popolo, evidenziarono una totale cecità di fronte al pericolo. Il Tadino individuò nel soldato Pietro Antonio Todato il primo ad entrare in Milano, portandovi il contagio. Egli giunse recando con sé un gran fagotto di panni rubati o comprati dai soldati alemanni, si fermò a casa dei parenti e poi vicino al convento dei Cappuccini. Si ammalò e fu portato all’ospedale, dove gli scoprirono un bubbone sotto l’ascella, il quarto giorno morì. La sua famiglia fu sequestrata, i suoi vestiti e il letto furono bruciati. Ma le tante tracce da lui lasciate seminarono morte sia nel lazzaretto che nella città. Ma ancora si negava che vi fosse la peste.

Molti medici, seguendo la voce del popolo, deridevano gli auguri sinistri e parlavano di malattie comuni. Il terrore dell’abbandono e dell’isolamento aguzzavano gli ingegni. Si corrompevano i becchini, non si denunziavano gli ammalati, e i medici che visitavano gli ammalati venivano corrotti per fare falsi attestati. L’odio del popolo colpì soprattutto due medici convinti della realtà del contagio, il Tadino e Senatore Settala, figlio di Lodovico Settala. Essi, come dice il Ripamonti, furono considerati nemici della patria, e, quando attraversavano le piazze, venivano assaliti con parolacce e con sassi. Lodovico Settala, mentre si recava a visitare i suoi ammalati, fu aggredito dalla folla e i suoi portantini furono costretti a ricoverarlo in casa di amici. La situazione peggiorò sul finire del mese di Marzo. In ogni quartiere della città si ebbero malattie e morti con evidenti tracce di lividi, bubboni, febbri maligne e pestilenziali. Il tribunale della Sanità emanò editti che prescrivevano la quarantena e i Decurioni, su ordine del Governatore, raccoglievano danari con imposte per mantenere la popolazione cui erano mancati i lavori. Il Tribunale e i Decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensarono di rivolgersi ai Cappuccini. Fu proposto dalle alte sfere religiose, per l’assistenza ai malati, padre Felice Casati, di età matura e molto caritatevole, a lui si unì padre Michele Pozzobonelli, giovane ma ugualmente caritatevole. Il 20 Marzo entrarono nel Lazzaretto. Man mano che gli ammalati aumentarono, accorsero altri Cappuccini che sopperivano a tutte le incombenze. Padre Felice prese inizialmente la peste, in seguito guarì e si dedicò, con nuovo vigore, alla cura degli ammalati. Il padre rimase in quel luogo per sette mesi, assistendo circa cinquantamila appestati con l’aiuto dei frati, grazie ai quali furono aiutati migliaia di poveri. Ormai diffusosi il male in ogni parte d’Europa, non si poté più negare che si trattava di peste.

Si sparse allora la voce di gente che con arti magiche spargeva la peste per mezzo “di veleni, di malie”. Si parlava di 4 francesi, sospettati di spargere unguenti velenosi, pestiferi, che sarebbero capitati a Milano. Questa diceria fece sorgere il sospetto di un attentato. Alcuni sostennero che fossero state unte le panche e perfino le corde delle campane del Duomo. Poco dopo, in ogni parte della città, si videro le porte e le mura delle case intrise di una pittura giallognola sparsa come con delle spugne. I padroni delle case tentarono di coprire le zone unte e tutti i forestieri sospettati, chiamati “Untori” venivano arrestati e condotti in prigione.

Il 4 Maggio il Consiglio dei Decurioni si rivolse per aiuto al Governatore. Tra le tante cose, i Decurioni chiesero al Cardinale di Milano che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di San Carlo. Inizialmente il buon prelato rifiutò perché temeva che gli untori, se veramente ve ne erano, avrebbero avuto vita facile a spargere il veleno durante la processione; inoltre, il radunarsi di tanta gente poteva favorire il contagio. Si diceva che il veleno fosse composto di rospi, di serpenti, di bava e materie degli appestati. La gente stava all’erta per scoprire gli untori, come dice il Ripamonti.
Un giorno, nella chiesa di Sant’Antonio, un povero vecchio, prima di sedersi, spolverò la panca con il mantello. Alcune donne, vedendolo, cominciarono ad urlare, accusandolo di ungere le panche. La gente, presente in chiesa, fu addosso al vecchio, colpendolo con violenza e portandolo, semivivo, in prigione. Lo stesso accadde a tre giovani compagni francesi che studiavano le scritte sulla facciata del Duomo.

Il Cardinale Federico, dopo molte insistenze da parte del popolo, acconsentì che si portasse in processione la cassa con le reliquie del Santo e che essa rimanesse poi esposta per 8 giorni sull’Altare del Duomo. All’alba dell’11 Giugno la processione uscì dal Duomo in gran pompa. Erano rappresentate tutte le classi sociali. Dietro al venerato cadavere veniva l’Arcivescovo Federico, seguito dal clero, poi venivano i magistrati, poi i nobili ed infine il popolo misto. La processione passò per tutti i quartieri della città. Ed ecco che, il giorno seguente, le morti crebbero in ogni parte della città. Tutti furono d’accordo nel ritenere che ciò fosse dovuto alla processione e agli untori che, mescolati alla folla, avevano infettato molti col loro unguento. In poco tempo la popolazione del Lazzaretto passò da duemila a sedicimila. I Decurioni si trovarono in grandissime difficoltà, dovendo provvedere alle pubbliche necessità. Furono create nuove figure, quali i Monatti e gli Apparitori.

I Monatti svolgevano il servizio più pericoloso, cioè quello di togliere dalle case, dalle strade, dal lazzaretto, i cadaveri. Li portavano, poi, sui carri alle fosse comuni. Conducevano gli ammalati al lazzaretto e bruciavano la roba infetta e sospetta. Vi erano, poi, gli Apparitori che avevano il compito di precedere i carri, suonando con un campanello in modo che i passanti si ritirassero. Infine vi erano i Commissari che dovevano provvedere a fornire il Lazzaretto di Medici, di Chirurghi, di Infermieri, di medicine, di vitto.

Aumentando gli ammalati furono necessari nuovi alloggi. Furono, allora, costruite, in gran fretta, capanne di legno e di paglia e un nuovo Lazzaretto, poi, altri due che non furono finiti, perché, crescendo il fabbisogno, diminuiva il Personale idoneo.
Molti bambini, cui erano morte le madri di peste, furono abbandonati. La Sanità propose di disporre un ricovero per i bambini abbandonati e per le donne partorienti bisognose di assistenza. Ma niente di tutto ciò fu fatto. Quando l’enorme fossa comune fu piena di cadaveri, i nuovi rimasero insepolti in ogni angolo della città, aumentando di giorno in giorno. Alla fine il buon ed energico padre Michele Pozzobonelli, scongiurato dal presidente della Sanità, si impegnò a sgombrare la città dei cadaveri in 4 giorni. Egli, con la forza del suo abito e delle sue parole, andò fuori dalla città dai contadini e ne convinse circa 200 a scavare tre grandissime fosse. Spedì, poi, i Monatti a raccogliere i morti.

Nel quarto giorno la promessa fu mantenuta. Accanto alla misericordia degli ecclesiastici, in aiuto venne la misericordia privata. Infatti, accanto all’indifferenza di tanti, vi fu la carità di molti civili. Il Cardinale Federico dava a tutti incitamento ed esempio, seguito dai religiosi, visitava i Lazzaretti, portava soccorso ai poveri, sequestrati nelle case. Visse in mezzo alla pestilenza, meravigliato di esserne uscito illeso.

I Monatti, in tali drammatiche circostanze, divennero gli arbitri di ogni cosa. Entravano da padroni nelle case, derubavano i proprietari e mettevano le loro mani infette, che avevano toccato gli appestati, sui sani, favorendo il contagio.

sabato 28 marzo 2020

EPIDEMIE: QUATTRO EPOCHE A CONFRONTO - DECAMERON (Introduzione) di Giovanni Boccaccio. Prima settimana

28.03.2020

Essere costretti a rimanere in casa a tempo indeterminato, nell'inattività fisica, può favorire lo sviluppo di impreviste attività mentali. Infatti, come tutti ben sappiamo, la mente non si ferma mai, non ha un attimo di riposo. Mi è sembrato opportuno riprendere la tecnica usata nel “Decameron a puntate” e sviluppare, con cadenza settimanale, il tema “EPIDEMIE: QUATTRO EPOCHE A CONFRONTO”.

Tratterò, dunque,delle gravi epidemie del 1348, del 1630, del 1900 e del 2020 che hanno colpito l’Italia, l’Europa, i Caraibi ed, infine, il mondo intero. Anche adesso mi avvarrò della collaborazione e dell’assistenza di mio figlio Francesco, esperto di informatica.

Nella prima settimana ci soffermeremo sulla peste che colpì Firenze nel 1348, di cui ci parla Boccaccio nel Decameron. Riportiamo, di seguito, l’introduzione dell’opera, rivisitata in chiave moderna e in italiano contemporaneo.

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DECAMERON (Introduzione) - Giovanni Boccaccio

Si era giunti all’anno 1348 dalla nascita di Cristo, quando nella città di Firenze, e nelle bellissime città d’Italia, giunse la terribile pestilenza, la quale, per opera degli astri celesti o per la giusta ira di Dio, a causa delle nostre opere inique, fu mandata come punizione ai mortali.

Incominciata alcuni anni prima in Oriente, provocando la morte di innumerevoli esseri viventi, senza fermarsi, si spostò, ampliandosi, verso Occidente. A nulla valsero la prudenza e i provvedimenti presi per motivi sanitari, in base ai quali fu pulita dalle immondizie tutta la città, ad opera di ufficiali all’uopo comandati, né il divieto per gli ammalati di entrare in città. A nulla valsero le preghiere rivolte a Dio da persone devote, né le processioni. All’inizio della primavera la pestilenza cominciò a dimostrare i suoi terribili effetti. Essa, mentre in Oriente si era manifestata con fuoriuscita di sangue dal naso che portava direttamente alla morte, in Occidente si manifestò diversamente.

Inizialmente comparivano dei rigonfiamenti all’inguine e sotto le ascelle. Questi venivano chiamati “gavoccioli” e si diffondevano in tutte le parti del corpo, erano indizio di morte sicura. Per queste infermità non valeva nessun consiglio di medico e nessuna medicina, sebbene il numero dei medici fosse grandissimo. Solo pochissimi guarivano, anzi, quasi tutti al terzo giorno dalla comparsa di questi segni, con o senza febbre, morivano. La peste passava dagli infermi ai sani, come fa il fuoco con le cose secche o unte, che gli sono vicine. Il contagio si diffondeva non solo se si parlava o si stava vicino agli infermi, ma anche se si toccavano i panni e qualsiasi cosa che era stata da loro usata. Così i vivi pensavano bene di schifare e fuggire gli infermi e le loro cose, sperando, in tal modo,di acquistare salute. Alcuni ritenevano che vivere con moderazione, senza cose superflue, li avrebbe protetti dalla peste e, costituita una brigata, vivevano isolati nelle case in cui non c’era alcun infermo, mangiando cibi delicatissimi, bevendo vini leggeri e profumati, evitando ogni lussuria, non parlando né di morti, né di infermi. Altri, di opinione contraria, preferivano bere molto e godere, mangiare smodatamente, beffandosi di ogni cura e medicina, andando in giro per taverne, facendo solo ciò che arrecasse loro piacere, e, ritenendo di non dover più vivere a lungo, abbandonavano le loro case. Per questo molte case erano state abbandonate e occupate da estranei, a volte anche ammalati.

Ormai ogni cittadino evitava l’altro, non avendo cura dei parenti, sia gli uomini che le donne. Un fratello abbandonava l’altro e, spesso, la donna abbandonava il marito, e i padri e le madri, cosa terribile, abbandonavano i figli, quasi che non fossero propri, e si rifiutavano di accudirli. Perciò quelli che si ammalavano non avevano alcun aiuto, se non la carità degli amici, in verità molto pochi, e l’avidità dei servitori. Essi non facevano altro che porgere agli ammalati alcune cose da loro richieste o guardare quando morivano e, anche così, spesso perdevano sé stessi insieme con il guadagno, perché morivano per il contagio.

Per l’abbandono dei parenti e degli amici si diffuse un uso mai udito prima, per cui se una donna, anche se bella e leggiadra, si ammalava, prendeva a suo servizio un uomo a cui si affidava per tutte le cure e le incombenze, anche le più intime, che la sua malattia richiedeva, il che, in quelle che sopravvissero, fu causa di una minore onestà. Era usanza che le donne, parenti o vicine del morto, si riunissero e piangessero, così pure i vicini e gli amici si radunassero davanti alla casa, e poi veniva il clero che portava il morto nella chiesa che egli aveva precedentemente indicato.

Man mano che la pestilenza divenne più feroce, queste usanze cambiarono. Molti morivano da soli, senza alcun conforto o pianto dei congiunti e non potevano essere trasportati nella chiesa che avevano scelto. Venivano, invece, prelevati da persone prezzolate, chiamate “beccamorti” o “becchini”, di umile origine che, messili nella bara, li portavano nella chiesa più vicina, dove c’erano pochi chierici che, rapidamente, senza lunghi e solenni offici, con l’aiuto dei becchini li seppellivano in qualche sepoltura ancora vuota.

La gente umile stava ancora peggio, perché non aveva potuto lasciare la propria casa abitata da molte persone, dove il contagio si diffondeva molto più rapidamente, e non aveva alcun aiuto e tutti morivano. I vicini, temendo per sé, gettavano i corpi dei morti e degli infermi nella strada. I vicini, da soli o con l’aiuto di alcuni portatori, tiravano fuori i morti, li portavano davanti agli usci e facevano venire le bare. Ben presto le bare furono insufficienti. Allora misero molti cadaveri in una sola bara. I preti, nel seppellirli, sotto una sola croce misero sei o otto morti, senza che essi fossero onorati da alcuna lacrima, lume o compagnia. I morti venivano trattati come capre.

Man mano che la moltitudine dei cadaveri aumentava, non fu possibile seppellirli in terra sacra, nelle chiese, secondo l’antica consuetudine. Si scavarono allora delle grandissime fosse comuni dove si misero, a centinaia, i morti, fino a quando ogni fossa non veniva riempita, poi si ricopriva con poca terra. Anche nella periferia della città le cose non andarono meglio, anche i poveri, con le loro famiglie, morivano come bestie, abbandonando i sani costumi antichi e i loro animali, buoi, asini, pecore, capre, porci, polli e cani, fedelissimi agli uomini. Gli animali andavano in giro per la campagna, nutrendosi a sazietà, senza controllo e, a sera, ritornavano a casa spontaneamente.

Dunque, ritornando alla città di Firenze, si può dire che, tra il marzo e il luglio del 1348, morirono più di centomila creature umane.
Ahimè, quanti palazzi e belle case, in precedenza pieni di nobili famiglie, rimasero vuoti. 

In poco tempo la città rimase quasi vuota.




QUANDO LA CULTURA CLASSICA SI SPOSA CON LA COMPETENZA INFORMATICA

27.03.2020
In questo periodo di riposo forzato per la pandemia che sta sconvolgendo le nostre abitudini e la nostra vita, sono riandata col pensiero ai momenti lieti del passato e agli studi che mi avevano maggiormente interessato.
Sono, dunque, ritornata a Giovanni Boccaccio, il mio grande amore e al suo Decameron. Ho ricordato che parlai a mio figlio Francesco della mia intenzione di elaborare una libera interpretazione del Decameron in italiano moderno, utilizzando la tecnica della pubblicazione a puntate di una novella a settimana. Francesco fu entusiasta dell’idea ed, esperto com’era di informatica, si è laureato “maxima cum laude” in Scienze della Comunicazione, mi disse che mi avrebbe aperto un blog su Internet, dove pubblicare il mio lavoro. Egli è stato da sempre convinto del valore insostituibile della cultura. Circa 10 anni fa, quando è iniziato il viaggio telematico del "Decameron a puntate", ha fondato con il cugino Angelo, suo coetaneo e compagno di merende giovanili, la "NEO EDIZIONI" Casa Editrice indipendente, che si sta facendo onore nel panorama culturale nazionale e internazionale. 

Attivo da circa 10 anni, questo blog, di assoluta attualità ora, ai tempi del Coronavirus, ha valicato le Alpi, le Montagne Rocciose, gli Urali raggiungendo i luoghi del mondo più appartati e lontani da noi. Ha portato veramente la cultura classica italiana nel mondo servendosi dei più moderni strumenti di comunicazione. È proprio in seguito ad un’epidemia di peste, che ha colpito Firenze nel 1348, che un gruppo di fiorentini, composto da 7 fanciulle e 3 giovani, si allontana dalla città e si sposta nelle campagne fiorentine per trascorrere in allegria, dimenticando i lutti, i morti e le malattie, un periodo di riposo, dedicandolo al racconto di 10 novelle al giorno, per un totale di 100 novelle, in un panorama variopinto di personaggi e di situazioni.

domenica 24 aprile 2016

COMUNICATO CONCLUSIVO

COMUNICATO CONCLUSIVO

Oggi, 23 Aprile 2016, mi avvio ad una riflessione sull’interesse suscitato dall’opera del Boccaccio e dal lavoro di rivisitazione da me umilmente svolto, cercando di rispettare lo spirito delle novelle. Tengo a sottolineare che il risultato è stato superiore ad ogni aspettativa.
I lettori, a tutt’oggi, sono stati 78812 con il coinvolgimento di tanti, tanti paesi, come di seguito riportato:

ITALIA                                           73257
STATI  UNITI                                  1277
SVIZZERA                                         799
GERMANIA                                      554
FRANCIA                                         361
RUSSIA                                            211
UCRAINA                                        120
ARGENTINA                                      85
REGNO UNITO                                 69
SPAGNA                                            66
POLONIA                                          51
SVEZIA                                             35
INDIA                                               23
MALTA                                             2o
BRASILE                                          18
EGITTO                                           20
BELGIO                                           13
MESSICO                                          7
CINA                                                30
ROMANIA                                         6
GIORDANIA                                     5
IRLANDA                                          5
PAESI BASSI                                  12
ALBANIA                                          4     
CANADA                                          7
VENEZUELA                                   4
S.MARINO                                       4
COLUMBIA                                   11   
EMIRATI ARABI                             2
PAKISTAN                                      2   
COREA DEL SUD                          2                                  
SLOVACCHIA                                9
TAILANDIA                                    6
PERU’                                             2
  UNGHERIA                                 2
ECUADOR                                    1
MALESIA                                      1
FILIPPINE                                    1
BULGARIA                                   1
TUNISIA                                       6
ZAMBIA                                        1
MAROCCO                                   1
SERBIA                                         1
ANDORRA                                    1
CAMBOGIA                                 1
AUSTRALIA                                 2


I dati sono approssimativi e non definitivi in quanto il blog continua ad essere frequentato in un crescendo veramente entusiasmante. Infatti ieri vi sono stati ben 370 visitatori ed oggi, alle ore 17,00, 234. Il successo dell’iniziativa mi ha indotto a proseguire il mio lavoro sulla narrativa. Vi comunico ,quindi, che su un nuovo blog continueremo i nostri incontri settimanali con un sorriso e tanta, tanta simpatia,
Il nuovo blog è : FRANCO SACCHETTI E IL Trecentonovelle- A puntate.


Luciana De Lisa Coscioni.     






martedì 5 aprile 2016

LA CRISI RELIGIOSA E LETTERARIA

LA  CRISI  RELIGIOSA  E  LETTERARIA

Appena divulgato il Decameron,il Boccaccio cominciò ad avvertire un profondo disagio morale e religioso, dovuto anche alle reazioni e alle critiche.
 Certo è che, per dirla con Pirandello, egli non aveva intenzione di scrivere un’opera così innovativa, lontana dal sentimento della trascendenza che aveva animato tutto il Medioevo.
 In lui si è reciso il legame trascendente e metafisico; sono la realtà e la sorte umana ,nelle sue infinite forme, che lo affascinano, gli prendono la mano.
Come ne “I sei personaggi in cerca d’aurore” , i protagonisti delle 100 novelle del Boccaccio si staccano dalle pagine ed acquistano una vita propria, con i loro istinti, le loro malizie, le loro debolezze, le loro illusioni.
“ Nel grande universo umano del Decameron entrano categorie della società che prima, nella letteratura eroica e lirica, non avevano diritto di accesso. Essi ora acquistano cittadinanza letteraria……….. sono i mercanti, i sensali, i contadini, gli artigiani, i frati buontemponi, i prelati mondani, le suore spericolate, i letterati, gli studenti, assieme ai ricchi borghesi, ai principi, ai cavalieri, alle gentildonne, alle avventuriere: una folla multiforme, vitalissima, incontenibile………,un’infinita molteplicità di tipi e di esperienze…..essi fanno la realtà e il tessuto della società”(Salvatore Battaglia: Le epoche della Letteratura Italiana- 1963).
Alle soglie dei 50 anni, con la vecchiaia che avanzava, lo scrittore si rese conto di aver compiuto con la sua opera uno sconvolgimento dei valori medioevali, cosa assolutamente indegna per un intellettuale educato all’etica cristiana.
Nel 1362 si presentò a lui il monaco Gioachino Ciani che si disse inviato da un confratello morto in odore di santità. Costui lo rimproverò per la vita passata e gli preannunziò l’eterna dannazione se non avesse abbandonato i ruoli profani.
Fu allora che egli pensò di dare alle fiamme il Decameron.
Scrisse di questa sua intenzione all’amico Petrarca che lo dissuase con una lettera in cui
affermava che non vi era conflitto tra religione e poesia.   



sabato 13 febbraio 2016

CONCLUSIONE DELL'AUTORE

CONCLUSIONE DELL’AUTORE

Io , Giovanni Boccaccio, concludo il mio lavoro rivolgendomi a voi,  nobilissime  giovani, dicendo che ho scritto per voi, con l’aiuto della grazia divina,  un’opera che mi è costata una grande fatica.
Sicuramente mi hanno giovato, nel portare a termine un lavoro così impegnativo, le vostre preghiere.
Ringrazio, quindi, prima di tutto Dio e poi tutte voi, prima di dar riposo alla penna e alla mano.
Prima di concedermi il meritato riposo  voglio dire alcune cosette (sicuro di non meritare alcun privilegio, come ho già accennato al principio della quarta giornata) per rispondere alle critiche che mi verranno mosse.
Alcune di voi potrebbero dire che ho usato troppe licenziosità nello scrivere le novelle, facendo alcune volte dire e molto spesso ascoltare cose che non erano adatte ad oneste donne.
 Nego ciò, perché, a mio parere, non vi è alcuna cosa così disonesta che non sia adatta a qualcuno, se la si dice con parole oneste, come ho fatto. Ma se pure così fosse, non intendo discutere  ,perché sarei sicuramente sconfitto.
Preferisco rispondere perché ho mille buone ragioni.
Innanzitutto se vi è, in alcune novelle, qualche licenziosità, l’ha richiesta il tipo della novella stessa, che se non fosse stata narrata in quel modo, secondo gli intenditori, avrebbe perso tutta la sua verve. E seppure vi è qualche cosa un po’ spinta, che non si addice ad una bizzoca, che pesa più le parole che i fatti e si preoccupa più di apparire che di essere buona, ritengo che non mi debba essere vietato averle scritte.
Allo stesso modo non è vietato agli uomini e alle donne dire parole come “foro” e “caviglia” e “mortaio” e “pestello” e “salsiccia” e “mortadello” e tante altre parole a doppio senso.
Alla mia penna deve essere concessa la stessa libertà data al pennello di un pittore, che ,senza alcun rimprovero, dipinge liberamente San Michele che ferisce il serpente con la spada e San Giorgio il dragone, ma dipinge anche Cristo maschio ed Eva femmina e lo stesso Cristo , quando volle morire sulla croce per salvare il genere umano, mentre gli venivano conficcati nei piedi uno o due chiodi.
Tutte quelle cose, di cui ho detto, e altre più indecenti si possono trovare, non nella chiesa, dove se  ne parla usando solo vocaboli onestissimi, ma nelle storie ecclesiastiche ed ,ancora, nelle scuole dei filosofi.
E se ne parla non soltanto tra religiosi e filosofi, ma, per divertimento, anche tra persone giovani e mature, non influenzabili da novelle, in un tempo in cui si mettono pure le brache sul capo per salvarsi.
Le cose dette ,di qualsiasi tipo, possono nuocere o giovare , come tutte le altre, a seconda dell’ascoltatore.
Chi non sa che il vino fa bene agli uomini, secondo Cinciglione , Scolaio( l’Ubriacone) e molti altri, ma fa molto male a chi ha la febbre? Chi non sa che il fuoco è utilissimo, anzi necessario ai mortali? Ma tutti sostengono che è malvagio se brucia le case, le ville, le città. Allo stesso modo le armi difendono la vita di coloro che vogliono vivere in pace, ma uccidono gli uomini, se vengono usate dai malvagi.
Nessuna mente corrotta ascolta alcuna parola con purezza. A quella non giovano le parole oneste, come le parole che non sono oneste non possono corrompere le persone pure. Ugualmente il fango non può oscurare i raggi del sole e le brutture terrene le bellezze del cielo.
Quale cosa è più santa, più degna di rispetto, delle Sacre Scritture? Eppure vi sono stati alcuni (gli eretici) che, male interpetrandole, hanno condotto altri alla perdizione.
Ciascuna cosa è ,di per sé, buona, può essere nociva, se male adoperata, così anche le mie novelle.
Esse non impediscono a chi lo voglia di trarne cattivi consigli e malvagie operazioni. Chi, invece, lo vuole, ne può ricavare utilità e frutto e, sicuramente, ciò avverrà se saranno lette in quel periodo e da quelle persone per le quali sono state raccontate.
Le bizzoche, che dicono le preghiere e fanno il migliaccio e le torte al proprio confessore, le devono lasciar stare.
Le mie novelle non corrono dietro a nessuna donna per farsi leggere, benché le bigotte dicono una cosa e ne fanno un’altra, se se ne presenta l’occasione.
Ugualmente vi saranno alcune donne che diranno che sarebbe stato assai meglio che delle novelle non ci fossero.Ma ho scritto soltanto quelle che mi erano state raccontate, le donne che le raccontarono dovevano sceglierle belle ed io le avrei scritte belle.
Ma , supponendo che le avessi inventate e scritte io stesso, cosa che non è, non mi vergognerei se alcune non fossero proprio belle. Infatti non si può trovare un maestro, al di fuori di Dio, che faccia ogni cosa alla perfezione. Lo stesso Carlo Magno, che, per primo, fece i paladini, non seppe farne tanti da poter fare un esercito solo con loro.
Conviene che in tante cose diverse, si trovi una diversa qualità.
Nessun campo è così ben coltivato che non si possano  trovare in esso, mescolati a tante erbe ottime, l’ortica, le piante spinose e i pruni.
Inoltre, raccontando a giovinette semplici, come lo sono loro, sarebbe stata una sciocchezza affaticarsi ed andare a cercare  cose troppo raffinate e mettere gran cura nel parlare.
Tuttavia chi le leggerà lasci stare le novelle pungenti e scelga quelle che divertono. Esse, per non ingannare nessuno, portano indicato ,sul frontespizio, l’argomento di cui trattano.
Ancora , credo che ci sarà chi dirà che ce ne sono di troppo lunghe. A costui dico che, se uno ha da fare, è folle leggere quelle lunghe, ma ve ne sono anche di brevi.
Sebbene sia passato molto tempo da quando cominciai a scrivere, non ho dimenticato di aver offerto il mio lavoro alle donne oziose e non alle altre. Nessuna cosa può essere lunga a chi legge per passare il tempo.
Le letture brevi si addicono agli studenti, i quali devono adoperare il tempo utilmente, non lo devono solo far passare, mentre le donne hanno a disposizione tutto il tempo che non spendono nei piaceri dell’amore.
Inoltre, poiché nessuna di loro va a studiare né ad Atene, né a Bologna, né a Parigi può parlare più di quelli che hanno le menti affinate dagli studi.
Non dubito che ci saranno ancora altre che diranno che le cose dette sono troppe, piene di motti e di ciance e mal si adatta ad un uomo posato e serio  aver scritto in tal modo. Ringrazio quelle persone che, spinte da buone intenzioni, si preoccupano della mia fama. Ma voglio rispondere in tal modo alle loro obiezioni.
 Confesso di essere pesante e di esserlo stato per un lungo periodo della mia vita. Perciò parlando alle donne, che non mi hanno considerato pesante, affermo di non essere pesante ma di essere così leggero , che sto a galla sull’acqua.
Infine, considerando che le prediche, che fanno i frati ai fedeli per rimproverare gli uomini delle loro colpe, sono piene di motti, di burle e di stupidagini, ho pensato che gli stessi frati non stessero male nelle mie novelle, scritte per cacciare la malinconia delle donne. Ma, se si divertiranno troppo, potranno leggere il lamento di Geremia, la passione di Cristo e il lamento della Maddalena, che le potranno guarire.
Altre mi accuseranno di avere una lingua malvagia e velenosa, perché in qualche storia ho scritto la verità sui frati. Voglio perdonarle  perché credo che le spinga un giusto motivo. Infatti i frati sono buone persone , fuggono le tentazioni per amor di Dio e prendono quando possono e non lo raccontano. Se non che sono tutti un po’ caproni e sarebbe molto piacevole discutere con loro.
In effetti le cose del mondo non sono stabili, ma cambiano continuamente, così potrebbe essere cambiata la mia lingua, la quale ,come mi disse una mia vicina, era la migliore e la più dolce del mondo. In verità, quando mi disse ciò, mi rimanevano da scrivere ancora poche novelle.
Perciò ritengo che quello che ho detto basti come risposta a quelle invidiose.
Lasciando ormai ciascuna libera di dire e credere come le pare, è tempo di terminare, ringraziando Colui che mi condotto alla desiderata fine dell’opera con il suo aiuto.Mi rivolgo, infine, alle garbate donne, augurandomi che si ricordino di me, se trarranno alcuna utilità dalla lettura delle novelle.Qui finisce la Decima e ultima giornata del libro chiamato Decameron ,soprannominato principe Galeotto.