giovedì 20 novembre 2014

SESTA GIORNATA - NOVELLA N.7

SESTA GIORNATA – NOVELLA N. 7

Madonna Filippa , dal marito col suo amante trovata,chiamata in giudizio, con una pronta e piacevole risposta libera sé stessa, e fa modificare la legge.

Già Fiammetta taceva e ognuno ancora rideva per l’argomento originale con cui lo Scalza aveva nobilitato i Baronci, quando la regina fece cenno a Filostrato di iniziare la narrazione.
E Filostrato, rivolto alle donne, cominciò dicendo che era, senz’altro, una cosa bella saper parlare in ogni circostanza, ma era bellissimo saperlo fare quando le circostanze lo richiedevano.
Così seppe fare, appunto, la donna di cui avrebbe parlato, la quale, con la sua risposta, non solo divertì tutti gli ascoltatori, ma si liberò dai lacci di una morte vergognosa.
Nella terra di Prato era in vigore uno statuto, in verità biasimevole e crudele, che ordinava che fosse arsa la donna che fosse colta dal marito in flagrante adulterio con l’amante, al pari di una prostituta, che fosse stata per denari con qualunque uomo.
Mentre vigeva questa legge, avvenne che una gentildonna bella e molto innamorata, di nome madonna Filippa, una notte fu trovata da Rinaldo dei Pugliesi, suo marito, nelle braccia di Lazzarino dei Guazzagliotri, giovane nobile e bello di Prato, che l’amava nella stessa misura.
Rinaldo vedendo ciò, adirato, si trattenne a fatica dal gettarsi loro addosso e dall’ucciderli e, se non avesse temuto di essere condannato, seguendo l’impeto d’ira, li avrebbe uccisi.
Trattenutosi, dunque, pretese di ottenere la morte della sua donna, come prevedeva lo statuto di Prato.
Perciò trovò dei testimoni e, venuto il giorno, senza riflettere ulteriormente, accusata la donna, la fece chiamare in tribunale.
La donna, che era di animo generoso, come erano ,di solito, le donne molto innamorate, sebbene sconsigliata da parenti e amici, decise di comparire in giudizio e di confessare la verità. Preferiva morire coraggiosamente, piuttosto che vivere fuggendo vilmente e vivere in esilio, condannata in contumacia, indegna di un amante valoroso, come era colui, nelle cui braccia era stata la notte passata.
Accompagnata da un folto gruppo di donne e di uomini, che le consigliavano di negare, giunta davanti al podestà, gli chiese, con coraggio, di essere interrogata.
Il podestà, vedendola bellissima e molto garbata, e, come dimostravano le sue parole, di gran valore, cominciò ad avere compassione di lei. Temeva che ella potesse confessare qualche cosa per cui, nel rispetto della legge, dovesse condannarla a morte.
Dovendo, dunque, interrogarla in relazione a ciò di cui era accusata, le disse che Rinaldo, suo marito, l’aveva denunziata, perché diceva che l’aveva trovata in adulterio con un altro uomo ; chiedeva ,come previsto dallo statuto, che fosse punita con la morte.
Il giudice precisava che non poteva condannarla se ella non confessava, perciò la invitava a riflettere bene a ciò che rispondeva e a dire se era vero quello di cui il marito l’accusava.
La donna, senza scomporsi, con voce dolce rispose che era vero che Rinaldo, suo marito, l’aveva trovata, la notte passata, nelle braccia di Lazzarino, nelle quali, per l’amore grande che gli portava, era stata molte volte, né l’avrebbe mai negato.
Ma aggiunse che, come tutti sapevano, le leggi dovevano essere uguali per tutti e dovevano essere fatte con il consenso di coloro cui riguardavano.
Per quella legge non era avvenuto così, infatti essa puniva solo le donne, meschine, le quali potrebbero soddisfare molti uomini. Inoltre, mai nessuna donna aveva approvato tale legge, né era stata chiamata a farlo. Per quel motivo tale legge era ingiusta e crudele.
Proseguì dicendo che il giudice poteva applicarla con danno del corpo di lei e della propria anima. Ma lo pregava, prima di emettere il giudizio, di chiedere al marito se si era mai rifiutata di concedersi a lui, con tutta sé stessa, ogni volta che glielo aveva chiesto.
Rinaldo, senza aspettare che il podestà glielo chiedesse, rispose che la donna, senza alcun dubbio, gli aveva concesso tutta sé stessa per il suo piacere ogni volta che glielo aveva chiesto.
Allora la donna, prontamente, chiese al podestà “ Se mio marito ogni volta che ne ha avuto bisogno e gli è piaciuto si è preso tutto quello che ha voluto, di quello che è avanzato che cosa io ne avrei dovuto fare? Forse gettarlo ai cani? Non è stato molto meglio offrirlo ad un gentiluomo che amo, invece di lasciarlo perdere o guastare? “.
Tutti i pratesi lì accorsi, udendo la donna, risero e, immediatamente, quasi ad una voce, gridarono che la donna aveva ragione e diceva bene.
Prima di allontanarsi, con il parere favorevole del podestà, modificarono lo statuto crudele e lasciarono che esso si applicasse solo alle donne che tradissero i mariti per denaro.
 In conclusione Rinaldo, molto confuso, si allontanò dal giudizio, mentre la donna ,libera e lieta per aver aver evitato di essere arsa, se ne tornò trionfante a casa sua.







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