venerdì 1 maggio 2015
COMUNICATO
COMUNICATO
Cari amici, mi scuso per il ritardo nella pubblicazione della novella n.7 dell'ottava giornata del Decameron.
Il motivo è tanto bello e particolare che voglio comunicarvelo. Ieri, 30 aprile 2015, siamo stati a Benevento per la presentazione dei 12 libri candidati al LXIX Premio Strega ,anno 2015.
Tra i 12 libri selezionati per le semifinali vi è " XXI secolo", di Paolo Zardi, edito dalla NEO Edizioni.
La Casa Editrice "NEO Edizioni", con sede a Castel di Sangro, è stata fondata nel 2007 da due cugini molto legati tra loro, Angelo Biasella e Francesco Coscioni. Francesco Coscioni, come avrete ben capito, è mio figlio, mentre Angelo Biasella è figlio di mia sorella, Carmela de Lisa.
la loro è una piccola Casa editrice, che, per dirla in gergo sportivo, è arrivata in serie A.
Sembra una bella favola, invece è una splendida realtà.
Sono felice e voglio condividere con tutti voi, miei carissimi lettori, che ormai siete tanti, anzi tantissimi, questa mia gioia.
Luciana De Lisa Coscioni
giovedì 23 aprile 2015
OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.6
OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.6
Bruno
e Buffalmacco rubano un porco a Calandrino, per ritrovarlo gli fanno fare
l’esperimento con pillole di zenzero e con vernaccia, e a lui ne danno due,
l’una dopo l’altra, di quelle di cane, impastate con aloe e pare che il porco
l’abbia preso egli stesso : glielo fanno ricomperare ,se non vuole che lo dicano alla moglie.
Filostrato non
aveva ancora finito la sua novella che già la regina impose a Filomena di
continuare.
E Filomena
incominciò dicendo che ,come Filostrato aveva raccontato la sua novella spinto
dal nome di Maso, così ella aveva scelto una novella, che sicuramente sarebbe
piaciuta loro, spinta dal nome di Calandrino e dei suoi compagni.
Non aveva
bisogno di spiegare chi fossero Calandrino ,Bruno e Buffalmacco perché
l’avevano già udito.
Proseguendo,
disse che Calandrino aveva un poderetto non lontano da Firenze, avuto in dote
dalla moglie, dal quale ogni anno, insieme ad altre cose, ricavava un porco. Era
sua usanza di andarsene colà sempre, nel mese di Dicembre, con la moglie in
campagna, per ucciderlo e farlo salare. Una volta, essendo la moglie ammalata,
Calandrino andò da solo ad uccidere il porco.
Bruno e
Buffalmacco, sapendo che Calandrino era solo, senza la moglie, se ne andarono
da un prete, carissimo amico loro, che abitava vicino a Calandrino, e si
trattennero qualche giorno con lui.
La mattina in
cui giunsero, Calandrino aveva appena ucciso il porco.
Egli accolse
volentieri i due amici con il prete e , per vantarsi della sua bravura, li fece
entrare in casa e mostrò loro il porco. Essi videro che il porco era bellissimo
e gli consigliarono di venderlo e di godersi insieme con loro, i denari
ricavati, invece di salarlo. Doveva ,poi, dire alla moglie che gli era stato
rubato.
Calandrino non
volle ascoltare i cattivi consigli, temendo che la moglie potesse cacciarlo di
casa.
Poi li invitò a
cena di malavoglia, tanto che essi rifiutarono e se ne andarono.
Poco dopo Bruno
chiese a Buffalmacco se, quella notte, volevano rubare il porco e spiegò come
fare. Buffalmacco e il prete furono d’accordo.
Allora Bruno
spiegò il suo piano, dicendo che Buffalmacco sapeva bene come fosse avaro
Calandrino e come bevesse volentieri quando pagavano gli altri, perciò dovevano
portarlo alla taverna. Colà il prete doveva far finta di offrire tutto lui per
onorarli e non doveva lasciar pagare nulla allo stupidone ,che si sarebbe
sicuramente ubriacato. La qual cosa sarebbe stata utile, perché era solo in
casa.
Così fecero.
Calandrino, vedendo che il prete non lo faceva pagare, si mise a bere molto
abbondantemente.
Era già notte
inoltrata quando andò via dalla taverna, senza voler cenare altro, entrò in
casa e, credendo di aver serrato l’uscio, lo lasciò aperto e se ne andò a
letto.
Bruno e
Buffalmacco se ne andarono a cenare col prete; dopo cena presero gli attrezzi
per entrare in casa di Calandrino, come aveva disposto Bruno.
Andarono in
silenzio, ma, giunti alla casa, trovato l’uscio aperto, rubarono il porco e lo
portarono a casa del prete. Lo nascosero e se ne andarono a dormire.
Calandrino al
mattino si svegliò completamente sobrio; scese giù, guardò, non vide il suo
porco e vide l’uscio aperto. Domandò all’uno e all’altro se sapessero chi
l’aveva preso e cominciò a gridare che il porco gli era stato rubato.
Quasi piangendo,
diede la notizia a Bruno e a Buffalmacco, accorsi immediatamente.
Bruno,
avvicinatosi, gli consigliò di gridare più forte in modo che tutti credessero
che veramente il porco gli era stato rubato.
A niente valeva
il fatto che Calandrino insistesse nell’affermare che gli porco gli era stato
rubato sul serio.
Intervenne
Buffalmacco affermando che ,se veramente il porco gli era stato rubato, egli
sapeva come fare per riaverlo.Infatti il ladro non poteva essere venuto
dall’India, ma doveva essere uno dei suoi vicini.Se li poteva radunare ,egli
avrebbe fatto loro l’incantesimo del pane e del formaggio, così avrebbero visto
subito chi l’aveva rubato.
Ma Bruno obiettò
che i gentilotti che erano lì intorno, chè sicuramente era stato uno di loro,
conoscendo l’incantesimo non sarebbero andati. Propose, invece, di ricorrere
alle gallette di zenzero con vernaccia e di invitarli a bere. I contadini, non
sospettando, sarebbero sicuramente andati e le gallette di zenzero si potevano
benedire come il pane e il cacio.
Calandrino fu
d’accordo affermando che se avesse saputo chi era stato, sarebbe stato mezzo
consolato.
Bruno, allora,
gli chiese dei denari per andare a Firenze e comprare tutto ciò che serviva.
Calandrino gli
dette tutti i quaranta soldi che aveva.
Bruno, andato a Firenze,
da un suo amico speziale comprò una libra di belle galle e ne fece confezionare
due libre con zenzero di cane, mischiato con succo di aloe fresco, poi le fece
ricoprire con lo zucchero, come le altre. Per non confonderle fece fare loro un
segnetto, per poterle riconoscere.
Comprato un
fiasco di buona vernaccia ,se ne tornò in campagna da Calandrino e gli disse di
invitare per l’indomani mattina tutti i sospettati, sicuro che l’indomani
,essendo festa, tutti sarebbero andati volentieri.
Promise che,
durante la notte, insieme a Buffalmacco, avrebbe fatto l’incantesimo sopra le
galle e la mattina successiva gliele avrebbe portate. Per amore dell’amico,
egli stesso avrebbe fatto e detto quello che si doveva fare e dire.
Calandrino così
fece. Radunata una buona compagnia di giovani fiorentini, che erano in campagna
,e di contadini, la mattina seguente, davanti alla chiesa, intorno all’olmo,
Bruno e Buffalmacco giunsero con la scatola delle pillole e con il fiasco di
vino.
Sistemati tutti
in cerchio, Bruno disse loro “Signori, mi conviene spiegarvi la ragione per cui
siete qui, perché se succede qualcosa di spiacevole per voi, non vi dobbiate
lagnare con me. A Calandrino ieri notte è stato rubato un bel porco e non
riesce a trovare il ladro. Siccome deve averglielo rubato uno di voi, vi darà
da mangiare queste galle, una per uno, e da bere. Sappiate che chi ha rubato il
porco non potrà mandar giù la pillola, anzi gli sembrerà più amara del veleno e
la sputerà. Perciò, prima che subisca questa vergogna in presenza di tanti, è
meglio che il ladro in confessione lo dica al parroco ed io eviterò di fare
ciò.”.
Tutti i presenti dissero che ne avrebbero mangiato
volentieri.
Bruno ,allora,
li mise in ordine, inserendo tra loro anche Calandrino, e cominciò a dare a ciascuno
la sua.
Come fu davanti
a Calandrino, presa una pillola di zenzero di cane, gliela mise in mano.
Calandrino
subito se la gettò in bocca e cominciò a masticare; la pillola era talmente
amara che la sputò.
Ognuno guardava
l’altro per vedere chi sputasse la sua.
Bruno, che
ancora non aveva finito di darle a tutti, come si accorse che Calandrino aveva
sputato la sua, per essere sicuro che non l’aveva sputata per altri motivi,
gliene diede un’altra e gliela mise in bocca, continuando il suo giro. Al poveretto
se la prima era sembrata amara, la seconda sembrò amarissima. Ma, vergognandosi
di sputarla, se la tenne in bocca, masticandola un po’e ,tenendola in bocca,
cominciò a versare lacrime grosse come nocciole. Infine, non potendone più, la
sputò ,come aveva fatto con la prima.
Frattanto
Buffalmacco e Bruno davano da bere alla brigata ; come videro ciò, tutti
dissero che Calandrino il porco se l’era rubato egli stesso e vi furono alcuni
che lo rimproverarono aspramente.
Andati via
tutti, rimasero con Calandrino soltanto Bruno e Buffalmacco.
Buffalmacco
cominciò a dire che aveva ben capito che aveva nascosto il porco lo stesso
Calandrino, perché non voleva dar loro da bere con quei danari che ne aveva
guadagnato.. Voleva sapere dal compagno se avesse guadagnato dalla vendita
almeno sei fiorini.
E, mentre Calandrino si disperava , Bruno
disse “ Comprendi bene, Calandrino, un tale della brigata ,che con noi mangiò e
bevve, mi disse che tu avevi quassù una giovinetta, a tua disposizione, e le
davi quello che potevi. Sicuramente le hai mandato quel porco. Ora ti stai prendendo gioco di noi. Già in
passato ci hai condotto per il Mugnone a raccogliere pietre nere e, dopo averci
messi nell’impicci ed essertene ritornato a casa, volevi farci credere che
avevi trovato la pietra magica. Ora, ugualmente, con i tuoi giuramenti, ci vuoi
far credere che il porco, che tu hai donato o venduto, ti sia stato rubato. Noi
siamo abituati alle tue beffe e le conosciamo, tu non ce ne potresti fare di
più. E, in verità, a noi è costato molta fatica fare l’incantesimo, perciò ti
chiediamo che ci doni due paia di capponi, se non vuoi che diciamo a monna
Tessa ogni cosa”.
Calandrino,
vedendo che non era creduto, pensando che aveva già provato molto dolore, non
volendo anche i rimproveri della moglie, diede loro due paia di capponi, che i
due briganti si portarono a Firenze, dopo aver salato il porco.
E così
lasciarono Calandrino con il danno e con le beffe.
giovedì 16 aprile 2015
OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.5
OTTAVA
GIORNATA – NOVELLA N.5
Tre
giovani tolgono le brache a un giudice marchigiano a Firenze, mentre egli, stando sul banco, esercitava la
sua funzione.
Emilia aveva
finito il suo racconto e tutti avevano apprezzato il comportamento della
vedova.
Subito dopo la
regina si rivolse a Filostrato e gli disse che era giunto il suo turno.Egli rispose
che era pronto e cominciò dicendo che il giovane che poco prima Elissa aveva
nominato, cioè Maso del Saggio, gli faceva tralasciare una novella che
intendeva dire, per raccontarne una su di lui e i suoi compagni. Essa, sebbene
non fosse sconveniente, usava dei vocaboli che le donne si vergognavano di
usare. Era ,comunque, così divertente che l’avrebbe raccontata lo stesso.
Come tutte
avevano potuto udire, in Firenze andavano spesso governatori marchigiani, che
,di solito, erano uomini miseri, avari e pidocchiosi. Per la loro innata
miseria ed avarizia, dovevano piuttosto andare a zappare o a fare i calzolai,
invece che amministrare le leggi.
Essendone venuto
uno come podestà, portò con sé un tale che si faceva chiamare messer Niccola da
San Lepidio, che pareva piuttosto un fabbro. Egli fu messo accanto agli altri
giudici per udire i processi dei criminali.
Un giorno Maso
del Saggio, che non aveva niente a che fare con il tribunale, vi andò per
cercare un amico.
Per caso guardò
dove sedeva messer Niccola e gli sembrò che fosse un babbeo.
Vide che portava
sul capo un pellicciotto tutto sporco di fumo e un portapenne attaccato alla
cintura e una gonnella più lunga della sopravveste e altre cose poco adatte ad
un uomo importante. Fra queste ne vide una che gli parve più particolare
rispetto alle altre e cioè un paio di brache che, come poteva vedere, perché i
panni gli si aprivano davanti, poiché erano stretti, gli scendevano fino a
mezza gamba.
Senza stare
troppo a guardarle, trovò due suoi compagni, dei quali uno si chiamava Ribi e
l’altro Matteuzzo, non meno burloni di lui, e li portò con sé per mostrare loro
quel gran babbeo di un giudice.
Giunti al
palazzo di giustizia, mostrò loro quel giudice e le sue brache.
I due giovani
cominciarono a ridere già da lontano.
Avvicinatisi
alle panche su cui sedeva il giudice, videro che si poteva andare sotto le
panche molto facilmente,
e, inoltre,
l’asse dove il giudice poggiava i piedi era rotta, tanto che con faciltà si
potevano infilare la mano e il braccio.
Maso disse
allora ai compagni che gli voleva togliere del tutto le brache, cosa che si
poteva fare molto facilmente. Visto come si poteva fare, se ne andarono e
ritornarono la mattina seguente.
Pur essendo il
tribunale pieno di persone, Matteuzzo, senza che nessuno se ne accorgesse,
entrò sotto il banco e andò sotto il posto dove il giudice poggiava i piedi.
Maso,
accostatosi da uno dei lati al giudice, lo prese per il lembo della guarnacca
(sopravveste).
Ribi,
accostatosi dall’altro lato, fece la stessa cosa.
Maso, rivolto al
giudice, cominciò a dire “Messere, vi prego, in nome di Dio, che, prima che
questo ladruncolo vada altrove, mi facciate restituire un paio di stivaletti
che mi ha rubato ed egli lo nega. Io lo vidi, non è ancora passato un mese, che
li faceva risuolare”.
Ribi, dall’altra
parte, gridava forte “Messere, non gli credete, costui è un imbroglioncello,
perché sa che sono venuto ad accusarlo di avermi rubato una valigia, mentre
parla di stivaletti che avevo in casa da molto tempo. E,
se non mi credete, posso chiamare per
testimoni la mia fruttivendola, la trippaia e uno che raccoglie la spazzatura
di Santa Maria a Verzaia, che lo vide quando ritornava dalla campagna”.
Maso gridava da
una parte e Ribi dall’altra. Mentre il giudice stava ritto in mezzo a loro, più
vicino per comprenderli meglio, Matteuzzo, attraverso l’asse rotto, afferrò il
fondo delle mutande e tirò giù forte. Le brache vennero subito giù, perché
l’uomo era magro e rinsecchito.
Il giudice,
avvertendo qualcosa e non sapendo cosa fosse, volendo coprirsi e mettersi a
sedere, era trattenuto da Maso e Ribi che gridavano forte che volevano essere
uditi e giudicati con atti scritti.
Tanto lo
trattennero con i vestiti che tutti quanti in tribunale si accorsero che gli
erano state tolte le brache.
Matteuzzo, dopo
averle tenute per un po’, le lasciò e se ne andò.Ribi, dal canto suo, disse che
avrebbe chiesto aiuto al sindacato. Maso, lasciatagli la guarnacca, disse che
sarebbe ritornato quando l’avesse trovato più calmo. Tutti e tre, chi di qua e
chi di là, come poterono ,se la squagliarono.
Messer il
giudice, tiratesi su le brache alla presenza di tutti, come se si fosse appena
svegliato, accortosi del fatto, domandò dove fossero andati i due che avevano
fatto questione per gli stivaletti e la valigia.
Non avendoli
trovati, cominciò a giurare, per le budella di Dio, che voleva conoscere e
sapere se a Firenze si era soliti togliere le brache ai giudici che sedevano ad
amministrare la giustizia.
Il podestà ,da
parte sua, fece un gran chiasso , sentendolo. Poi, ritenne opportuno mettere
tutto a tacere, poiché i suoi amici gli fecero notare che i fiorentini sapevano
che egli portava a Firenze giudici imbecilli, per pagarli poco. E la cosa si
fermò lì.
mercoledì 8 aprile 2015
OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.4
OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N. 4
Il
curato di Fiesole ama una donna vedova :non è amato da lei e, credendo di
giacere con lei, giace con una sua fantesca, e i fratelli della donna lo fanno trovare al suo vescovo.
suQuando Elissa
terminò la novella, molto gradita a tutta la compagnia, la regina ,volgendosi
verso Emilia, le
fece segno di raccontare
la sua.
Ed ella subito incominciò
dicendo che ricordava di aver già mostrato quanto i preti, i frati ed ogni
chierico sollecitavano nelle menti delle donne pensieri peccaminosi. Intendeva
continuare su quella strada e raccontare di un curato che voleva che una gentil
donna vedova gli volesse bene, a tutti i costi,volente o nolente.
La donna ,che era molto
saggia, lo trattò come si meritava.
Ognuno di loro sapeva
che Fiesole, la cui collina potevano vedere da dove si trovavano, fu
un’antichissima e grande città, anche se a quel tempo era in rovina .
Nonostante la decadenza del momento aveva sempre avuto un vescovo e lo aveva
ancora.
A Fiesole, vicino al
Duomo, una gentildonna vedova, chiamata monna Piccarda, aveva un podere con una
casa non troppo grande. Poiché non era molto ricca dimorava lì ,per la maggior
parte dell’anno, con due suoi fratelli, giovani assai da bene e cortesi.
Andando la donna spesso
in chiesa ed essendo ancora assai giovane e bella, di lei si innamorò
follemente il prevosto della chiesa, che non vedeva altro che lei. Divenne
tanto ardito che le dichiarò il suo amore,
pregandola di ricambiarlo.
Il prevosto era già
vecchio di anni, ma baldanzoso e superbo, si sentiva un giovinetto, ed era
assai presuntuoso, con i suoi modi pieni di smancerie e di spiacevolezza era
tanto stucchevole che non c’era nessuno che gli volesse bene e men di tutti la
donna.
Ella non lo sopportava
proprio e l’odiava più che il mal di testa. Perciò, con molto garbo, gli
rispose che gradiva molto le dichiarazioni d’amore di lui, ma tra loro non
poteva mai accadere niente di disonesto. Egli era il suo padre spirituale, si
avvicinava alla vecchiaia, cose che dovevano renderlo onesto e casto. D’altra
parte sapeva che ella non era una fanciulla, cui si addicevano gli
innamoramenti, ma una vedova, alla quale si richiedeva grande onestà. Doveva,
dunque, scusarla perché non poteva amarlo come egli avrebbe voluto.
Il parroco non si arrese
al primo colpo, ma, con grande sfacciataggine, continuò a corteggiarla
insistentemente con lettere, con ambasciate e con dichiarazioni fatte di
persona , quando la donna andava in chiesa.
Il corteggiamento parve
troppo fastidioso alla donna che pensò alla maniera di levarsi di dosso quel
fastidio, come il prevosto meritava.
Parlò, comunque, di ogni
cosa ai suoi fratelli. Disse loro del modo di comportarsi del prete verso di
lei e di ciò che intendeva fare ed ebbe la loro approvazione.
Dopo pochi giorni andò
in chiesa, come al solito. Come il prevosto la vide, le andò incontro e, come
faceva di solito, le cominciò a parlare confidenzialmente.
La donna ,vedendolo
arrivare, gli sorrise. Dopo aver parlato a lungo, con un gran sospiro gli disse
“ Messere, ho sentito tante volte che non c’è castello così forte che, dopo
lungo assalto, non venga conquistato. Voi mi siete stato attorno, ora con dolci
parole, ora con una gentilezza dietro l’altra, tanto che io ho cambiato parere
e sono disposta, visto che vi piaccio tanto, ad essere vostra”.
Il parroco, tutto
contento, la ringraziò dicendo che si era molto meravigliato per la resistenza
di lei, pensando che se le donne fossero state d’argento non sarebbero valse
nemmeno pochi soldi, perché nessuna avrebbe resistito al martello.. Ma ,
tralasciando il resto, le chiese dove e quando avrebbero potuto stare insieme.
La donna gli rispose
che, poiché era senza marito, non doveva dar conto a nessuno delle sue notti,
per cui era disponibile in ogni momento, ma non sapeva pensare dove.
Il prevosto propose di
incontrarsi a casa di lei.
Ma la donna
rispose che aveva due fratelli giovani che di giorno andavano a casa sua con le
loro brigate e che la sua casa non era era troppo grande e perciò non si ci
poteva stare. Era possibile stare in camera di lei solo se si stava in
silenzio, senza parlare e al buio ,come i ciechi. Ma la sua camera era a fianco
alla camera dei fratelli, tanto che non si poteva dire neanche una parola
sottovoce, che non si sentisse dall’altra parte.
Il prete
propose, allora, di pazientare un paio di giorni, mentre trovava una soluzione
migliore.
La donna gli
raccomandò il massimo riserbo. Egli promise e le chiese se era possibile
incontrarsi quella sera stessa. La donna rispose che era possibile e , dopo
avergli dato disposizioni sul come e sul quando dovesse andare da lei, se ne
tornò a casa.
Monna Piccarda
aveva una fantesca, non troppo giovane,che aveva il viso più brutto e più
truccato che si fosse mai visto. Aveva il naso schiacciato, la bocca storta, le
labbra grosse, i denti grandi e storti; era quasi cieca, soffriva con gli
occhi, che erano di un colore tra verde e giallo, che pareva che avesse
trascorso l’estate non a Fiesole ma a Sinigallia. Oltre tutto era sciancata e
un po’ zoppa sul lato destro.
Il suo nome era
Ciuta e perché aveva il viso così cagnazzo da tutti gli uomini era chiamata
Ciutazza.
Pur essendo
bruttissima, pure era alquanto maliziosetta.
La padrona la
chiamò presso di sé e le disse che le avrebbe donato una camicia nuova se nella
notte le avesse fatto un servizio. La Ciutazza promise che si sarebbe gettata
nel fuoco per lei.
La donna,
allora, spiegò che voleva che giacesse nel suo letto con un uomo, facendogli
molte moine, senza dire neanche una parola, per non farsi sentire dai fratelli
di lei, che dormivano nella stanza accanto; poi le avrebbe dato la camicia.
La Ciutazza
disse che avrebbe dormito con sei uomini, non con uno ,se fosse stato
necessario.
Venuta la sera,
il prevosto venne, come gli era stato ordinato.
I due fratelli,
come aveva disposto la donna, erano nella stanza accanto e facevano molto
rumore.
Il prete, in
silenzio e al buio, entrò nella camera della donna e se ne andò a letto e così
pure la Ciutazza, ben istruita dalla donna su ciò che dovesse fare.
Il
prevosto,credendo di avere al lato la sua donna, prese in braccio la Ciutazza e
la cominciò a baciare senza dire una parola, ricambiato. Egli ,provando gran
piacere, prese possesso dei beni a lungo desiderati.
La donna, che
aveva organizzato ogni cosa, ordinò ai fratelli di fare il resto.
Essi, usciti
silenziosamente dalla camera, andarono verso la piazza e la fortuna fu più
favorevole di quanto avessero sperato.
Infatti il
vescovo, per il gran caldo, passeggiando aveva chiesto dei due giovani per
andare a casa loro e bere un buon bicchiere di vino. Come li vide, andò loro
incontro ed espresse il suo desiderio.
Si misero subito in cammino e giunsero nel
fresco cortile di casa, dove c’erano molti lumi accesi, e bevvero del buon vino
fresco.
I due giovani
,dopo aver bevuto, invitarono il vescovo a visitare la loro piccola casetta .
Infatti erano andati ad invitarlo proprio per questo. Il vescovo assentì
volentieri.
Uno dei giovani,
presa una torcia accesa, seguendolo il vescovo e gli altri, si diresse verso la
camera in cui il prevosto giaceva con la Ciutazza. Egli aveva già cavalcato più
di tre volte, essendo un po’ stanco si riposava, tenendo in braccio la
Ciutazza, nonostante il caldo.
Entrato, dunque,
il giovane nella camera con il lume in mano, il vescovo e tutti gli altri
poterono vedere il curato con la Ciutazza in braccio.
Il curato,
svegliatosi ,vista la luce e tutta quella gente, per la vergogna nascose il
capo sotto le lenzuola.
Il vescovo gli
fece tirar fuori il capo, rimproverandolo aspramente, e gli fece vedere con chi
era giaciuto.
Il prevosto,
compreso l’inganno della donna, soffrì moltissimo. Per ordine del vescovo,
rivestitosi, fu mandato a casa, per fare penitenza.
Il vescovo, poi,
volle sapere che cosa era successo e il motivo per cui il curato era giaciuto
con la Ciutazza.
I giovani gli
raccontarono ogni cosa. Il vescovo, udito il fatto ,lodò molto la donna e anche
i giovani, che senza macchiarsi le mani del sangue del prete, l’avevano
trattato come si meritava.
Il vescovo fece piangere al curato quel peccato per
quaranta giorni, ma l’amore e lo sdegno molto di più.
Senza contare
che, quando andava per la strada, tutti i fanciulli lo indicavano col dito e
dicevano “ Guarda colui che giacque con la Ciutazza”.
Quella cosa gli
dava molto fastidio e lo faceva quasi impazzire.
In tal modo la
donna si liberò di un prevosto invadente e la Ciutazza guadagnò la camicia.
giovedì 2 aprile 2015
OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.3
OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.3
Calandrino, Bruno e Buffalmacco ,giù per il
Mugnone, vanno in cerca dell’Elitropia, e Calandrino crede di averla trovata;
torna a casa carico di pietre; la moglie lo rimprovera ed egli adirato la
picchia, e ai suoi compagni racconta ciò che essi sanno meglio di lui.
Finita la novella di Panfilo, che
aveva fatto tanto ridere le donne, la regina ordinò ad Elissa di continuare.
Ed ella, ridendo, disse che sperava
di farle ridere con la sua novelletta, come aveva fatto Panfilo con la sua.
In Firenze, città sempre ricca di
diversi costumi e di persone stravaganti, visse, non molto tempo prima, un
pittore chiamato Calandrino, uomo semplice ed originale.
Egli trascorreva la maggior parte
del tempo con altri due pittori, chiamati l’uno Bruno e l’altro Buffalmacco,
uomini molto simpatici ed intelligenti, i quali spesso si divertivano con
Calandrino per i suoi modi e la sua semplicità.
Vi era allora in Firenze anche un
giovane di nome Maso del Saggio, molto piacevole in tutte le cose che faceva,
astuto e capace, il quale, udendo che Calandrino era un sempliciotto, propose
di prenderlo in giro facendogli una beffa o facendogli credere qualche
fesseria.
Un giorno, per caso, lo trovò nella
chiesa di San Giovanni e, vedendolo guardare con attenzione il dipinto e gli
intagli del tabernacolo sopra l’altare della chiesa, pensò che era giunto il
momento di attuare il suo progetto.
Informato un compagno della sua
intenzione, insieme si accostarono dove Calandrino sedeva, tutto solo.
Fingendo di non averlo visto,
cominciarono a discutere tra loro delle virtù delle diverse pietre, delle quali
Maso parlava con tanta competenza, come se fosse stato un esperto conoscitore
di pietre.
Calandrino pose attenzione a quei
discorsi e, visto che non erano segreti, dopo un po’,alzatosi, si unì a loro,
con grande piacere di Maso. Calandrino, ascoltando le parole di Maso, gli
chiese dove si trovavano quelle pietre così portentose.
Maso rispose che, per la maggior
parte, si trovavano in Berlinzone, terra dei baschi, nella contrada di Bengodi,
dove si legavano le vigne con le salsicce e si poteva comprare un’oca per poco,
con l’aggiunta di un papero .
Vi era, poi, una montagna di
formaggio parmigiano grattugiato, sul quale stava della gente che faceva
soltanto maccheroni e ravioli e li cuoceva in un brodo di capponi. Poi li
gettava giù e chi più ne pigliava ,più ne aveva.
In quei pressi scorreva un
fiumicello di Vernaccia, del migliore che mai si bevve, senza neppure una
goccia d’acqua.
Calandrino, meravigliato, chiese
che cosa si facesse dei capponi cotti , e Maso gli rispose che se li mangiavano
i baschi.
Calandrino chiese a Maso se c’era
mai stato in quel paese e a quante miglia di distanza fosse, e Maso rispose
“ Mi chiedi se ci sono mai stato?
Si, ci son stato così una volta come mille. Dista più di millanta, che tutta la
notte canta”. Lo scioccone rispose che doveva essere più lontano degli Abruzzi
e Maso rispose di sì.
Calandrino, sempliciotto, vedendo
Maso che diceva tutte quelle sciocchezze senza ridere e con viso serio,
credette che fosse tutto vero e rispose che il posto era troppo lontano per
lui, ma se fosse stato più vicino ci sarebbe sicuramente andato; fosse soltanto
per vedere quei bei maccheroni cadere giù e farsene una bella mangiata..
Chiese ,poi, se per caso un po’ di
quelle pietre straordinarie non si trovasse anche nelle loro contrade.
E Maso rispose che lì si trovavano
due tipi di quelle pietre virtuose. Un tipo erano i macigni che si trovavano a
Settignano e a Montisci, che venivano macinati e se ne faceva la farina. Era di
ottima qualità ma non troppo apprezzata colà, come gli smeraldi, di cui c’era
gran quantità in Monte Morello, dove rilucevano a mezzanotte.
Aggiunse che chi legava in anelli
le macine ,prima che fossero forate, e le portava al sultano, avrebbe avuto da
lui tutto ciò che volesse.
L’altra cosa era l’Elitropia, una
pietra di grandi virtù, qualunque persona che la portava con sé non era visto
da nessuno, dove non era.
Calandrino, colpito dalle virtù delle pietre,
chiese dove si trovava quella pietra e di che colore fosse.
Maso rispose che di pietre di quel
tipo se ne trovavano nel Mugnone ed erano di varia grandezza, grandi e piccole,
ma erano di colore quasi come nero.
Calandrino, udite tutte quelle
cose, fingendo di aver altro da fare, si allontanò da Maso e decise di andare a
cercare quella pietra.
Volle, comunque, informare i suoi
due cari amici Bruno e Buffalmacco. Consumò tutta la mattinata a cercarli.
Infine, essendo ormai le tre del
pomeriggio, si ricordò che essi lavoravano nel monastero delle monache di
Faenza. Sebbene facesse molto caldo, lasciata ogni altra faccenda, li andò a
chiamare.
Disse loro che, se gli credevano,
potevano diventare gli uomini più ricchi di Firenze.Aveva saputo da un uomo
degno di fiducia che in Mugnone si trovava una pietra, che chi la indossava,
non era visto da nessuna persona. Gli sembrava opportuno andarla a cercare,
l’avrebbero sicuramente trovata. Una volta trovata, dovevano metterla nella
borsa e andare alle tavole dei banchieri che erano sempre piene di monete e di
fiorini e prendersene quanti ne volessero, senza che nessuno li vedesse. In
questo modo rapidamente si sarebbero arricchiti, senza dover stare tutto il
giorno a sporcare le mura, come le lumache.
Bruno e Buffalmacco, sentendolo,
cominciarono a ridere tra loro;guardandosi, fecero finta di meravigliarsi, e
approvarono la decisione dell’amico.
Buffalmacco gli chiese come si
chiamava la pietra. Calandrino, smemorato, aveva già dimenticato il nome, per
cui rispose che il nome non era importante, ma lo erano i suoi poteri.
Riteneva, dunque, che dovessero andare a cercarla ,senza più indugiare.
Bruno, allora, chiese com’era
fatta. Prontamente Calandrino rispose che la pietra era quasi nera, per cui
riteneva che dovessero raccogliere tutte le pietre che sembravano nere e
dovevano fare presto.
Bruno, rivolgendosi a Buffalmacco,
disse che Calandrino aveva ragione ma non gli sembrava l’ora adatta perché nel
Mugnone il sole era alto ed aveva asciugato tutte le pietre che, perciò,
sembravano tutte bianche.
Inoltre ,essendo un giorno
lavorativo, al Mugnone c’era a lavorare molta gente, che vedendoli lì, avrebbe
potuto indovinare cosa stessero facendo; sarebbero potuti venire alle mani,
perdendo una buona occasione.
Riteneva che quell’opera si dovesse
fare di mattina, quando si distinguevano meglio le pietre nere dalle bianche,e
in un giorno di festa, quando non c’era nessuno.
Buffalmacco lodò il consiglio di
Bruno ed anche Calandrino fu d’accordo.
Decisero di andare, tutti e tre
insieme, la domenica mattina seguente a cercare la pietra.
Calandrino raccomandò ai due amici
di non farne parola con nessuno. Poi, raccontò loro ciò che aveva udito della
contrada di Bengodi, giurando che era tutto vero.
Calandrino attese con ansia la
domenica mattina; quando essa giunse, si alzò sul far del giorno.
Insieme con i compagni, usciti per
la porta di San Gallo,giunti al Mugnone, cominciarono a cercare la pietra.
Calandrino era il più veloce di
tutti nella ricerca, saltando rapidamente ora qua ora là, dovunque vedeva una
pietra nera si gettava, la raccoglieva e se la metteva in seno.
I compagni lo seguivano e, di tanto
in tanto, raccoglievano qualche pietra.
Calandrino non si allontanò dalla
via finchè non ebbe riempito tutto il seno. Azatosi i lembi della veste, che
non era corta, facendo con essi un ampio grembo, avendoli attaccati da ogni
parte alla cintura, bel presto lo riempì.
Dopo un po’ di tempo riempì di
pietre anche il suo mantello, legando i lembi.
Buffalmacco e Bruno videro che
Calandrino era carico e si avvicinava l’ora di mangiare.
Come si erano accordati, Bruno
chiese a Buffalmacco “Calandrino dov’è”. E Buffalmacco, che lo vedeva lì
vicino, girandosi intorno e guardando qua e là, rispose “Io non so, pure poco
fa era proprio qui, davanti a noi”.
I due birbanti fingevano di essere
stati ingannati da Calandrino, che li aveva lasciati lì a cercare una pietra
nera con grandi poteri, come due sciocchi, mentre se ne era andato
tranquillamente a mangiare.
Calandrino, udendo quelle parole,
credette che, per la virtù di quella pietra che aveva trovato, sebbene fosse
loro vicino, non lo vedessero.Tutto felice, senza dir loro nulla, si avviò
verso casa.
Anche i due compagni decisero di
andarsene, lagnandosi della beffa fatta loro da Calandrino, giurando che se l’avessero
visto gli avrebbero scagliato contro tanti sassi, che se ne ne sarebbe
ricordato per un mese.
Detto ciò, Bruno prese una pietra e
la scagliò contro Calandrino, colpendolo al calcagno.
Il poveretto sentì un gran dolore,
ma si mise a correre, senza dir niente, e se ne andò.
Buffalmacco, dal canto suo,con in
mano uno dei ciottoli che aveva raccolto, disse a Bruno “ Vedi che bel
ciottolo, possa giungere subito nelle reni di Calandrino”, e lo scagliò contro
le reni del malcapitato, provocandogli un gran dolore.
E così se ne andarono attraverso il
Mugnone ,fino alla porta di San Gallo, lapidandolo.
Poi, lasciate le pietre che avevano
raccolte, si fermarono un poco con le guardie del dazio, le quali, informate
dai due, fecero passare Calandrino, fingendo di non vederlo, sbellicandosi
dalle risa.
Lo stupidone, senza fermarsi, andò
a casa sua che era vicina al Canto alla Macina.
La fortuna favorì la beffa, perché
,mentre Calandrino andava dal fiume fino alla città, nessuno gli rivolse la
parola, anche se, in verità, incontrò poche persone, perché quasi tutti erano a
pranzo.
Calandrino, dunque, arrivò ben
carico a casa sua. In cima alla scala trovò sua moglie, monna Tessa, una donna
bella e intelligente.
Ella, preoccupata perché il marito
non si ritirava, vedendolo venire, gli chiese dove diavolo era andato e perché
ritornava quando ormai tutti avevano già pranzato.
Calandrino, udendo ciò, comprese
che la moglie lo aveva visto e, pieno di dolore, cominciò a gridare e a inveire
contro la donna, accusandolo di averlo distrutto.
Poi, salito in una stanza e
scaricate tutte le pietre che aveva, adirato corse verso la moglie, la afferrò
per le trecce ,la gettò per terra e la colpì con violenza, per tutto il corpo,
con le mani e i piedi, dandole pugni e calci, senza lasciarle nemmeno un
capello o un osso che non fosse stato colpito.
Alla donna non valse a nulla il
chiedere grazia con le mani giunte.
Buffalmacco e
Bruno, dopo che avevano riso un po’ con le guardie, cominciarono a seguire
Calandrino da lontano con passo lento.
Giunti alla
porta di casa, sentirono che egli stava battendo la moglie e, fingendo di
essere appena arrivati,
lo chiamarono.
Calandrino,
tutto sudato,rosso e affannato, si affacciò e li pregò di salire.
Essi salirono,
fingendosi sorpresi, e videro la stanza piena di pietre e, in un angolo, la
donna scapigliata, stracciata, piena di lividi e ferita al viso, che piangeva;
dall’altro lato Calandrino sedeva sfinito.
Dopo essersi guardati
attorno, gli chiesero se voleva fare una costruzione, perché vedevano tante
pietre.
Gli domandarono,
poi ,che cosa avesse monna Tessa ;sembrava che l’avesse picchiata.
Calandrino, affaticato
dal peso delle pietre, dalla rabbia con cui aveva picchiato la donna, dal
dolore perché gli sembrava di aver perduto una grossa fortuna, non riusciva a
rispondere per l’affanno.
Buffalmacco ricominciò
dicendo che, se Calandrino era adirato per qualche altro motivo non li doveva
tormentare come aveva fatto, li aveva spinti a cercare con lui la pietra
preziosa e poi li aveva lasciati lì, nel Mugnone, come due idioti e se ne era
tornato a casa.Essi avevano preso molto a male la cosa.
Sicuramente quella era
stata l’ultima beffa che aveva fatto loro.
Calandrino rispose che
non si dovevano preoccupare ,perché le cose stavano in un altro modo.Egli,
sventurato,aveva trovato la pietra e , per provare che diceva la verità,
ricordò che, quando si chiedevano l’un l’altro dove fosse finito, era a meno di
dieci braccia da loro. Mentre loro camminavano senza vederlo, egli se ne andava
poco innanzi. Raccontò, poi, tutto ciò che avevano fatto e detto, dall’inizio
alla fine e mostrò loro la schiena e il calcagno come li avevano conciati i
ciottoli.
Inoltre aggiunse che
mentre tornava a casa, passando dalla porta della città, non gli fu detto
niente. Eppure essi sapevano bene com’erano noiosi i guardiani ,che volevano
controllare ogni cosa. Nemmeno i compagni e gli amici incontrati, che ,di
solito, lo chiamavano e lo invitavano a bere, gli avevano detto neppure mezza
parola, proprio come se non l’avessero visto.
Alla fine,
giunto a casa, quella femmina maledetta della moglie gli si era parata davanti
e lo aveva visto. Poiché le donne facevano perdere la magia ad ogni cosa, egli
,che si poteva cosiderare il più fortunato uomo di Firenze, era rimasto il più
sventurato. Per questo l’aveva battuta, finché aveva avuto forza, e non sapeva
che cosa lo tratteneva dal tagliarle le vene. Malediceva l’ora in cui l’aveva
vista per la prima volta e quella in cui era andata in quella casa. E,
riaccesasi l’ira, stava per picchiarla di nuovo.
Buffalmacco e Bruno,
udendo quelle cose, a stento si trattenevano dallo scoppiare a ridere.
Vedendolo alzarsi furioso
per battere nuovamente la moglie, lo trattennero dicendo che la donna non aveva
alcuna colpa. Egli che sapeva che le donne facevano perdere la virtù alle cose,
avrebbe dovuto dire alla moglie di non apparirgli davanti in quel giorno. Dio
gli aveva tolto quell’accortezza o perché quella fortuna non doveva essere sua
o perché egli aveva intenzione di ingannare i suoi compagni, ai quali doveva
mostrare la pietra, dopo averla trovata.
Dopo molte parole se ne
andarono, dopo aver riconciliato, con gran fatica, la donna sofferente con lui,
lasciandolo malinconico ,con la casa piena di pietre.
giovedì 26 marzo 2015
OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.2
Il prete di Varlungo fa l’amore
con monna Belcolore e le lascia in pegno il mantello; avuto in prestito da lei
un mortaio, glielo rimanda e le fa chiedere il mantello lasciato per pegno; la
buona donna glielo restituisce con un motto.
Sia gli uomini che le donne
commentarono ciò che Gulfardo aveva fatto all’ingorda milanese.
Frattanto la regina ,sorridendo, si
rivolse a Panfilo, imponendogli di continuare.
E Panfilo cominciò dicendo che
voleva raccontare una novelletta contro coloro che continuamente offendevano
gli uomini, che , a loro volta, non potevano ricambiare le offese, cioè contro
i preti.
Essi avevano bandito una crociata
contro le mogli e ,quando riuscivano a mettere sotto una, provavano una
grandissima soddisfazione, come se avessero portato il sultano legato da
Alessandria ad Avignone. Cosa che i miseri uomini secolari non possono fare
contro di loro ,per vendicarsi.
Egli, dunque, voleva raccontare un
amorazzo contadino, piuttosto breve, divertente per la conclusione, dal quale
avrebbero potuto ben comprendere che ai preti non bisognava credere sempre.
A Varlungo, un villaggio lì vicino,
come ciascuna di loro poteva aver udito, visse un prete valente e gagliardo nei
rapporti con le donne. Egli, anche se non sapeva leggere troppo bene, pure ,con
parole buone e sante, la domenica ,ai piedi dell’olmo, ricreava i suoi
parrocchiani, e, meglio ancora, le loro donne, che, quando i mariti erano
lontani, visitava più di quanto avesse fatto alcun altro prete prima di lui.
Portava loro roba da vendersi
durante le feste, acqua benedetta, pezzi di candela, talvolta fino a casa,
dando la benedizione..
Tra le sue parrocchiane ce n’era
una che gli piaceva più delle altre, che si chiamava monna Belcolore, moglie di
un contadino ,di nome Bentiveglia del Mazzo.
Belcolore era una contadinotta di
bell’aspetto, fresca, brunazza e ben tarchiata, capace di macinar meglio di ogn’altra.
Inoltre, sapeva suonare il cembalo e cantare l’acqua corre verso il burrone e danzare la ridda e il salterello,
balli contadini, tenendo per mano il bambino bello e gentile.
Per quelle cose il prete si invaghì
di lei tanto che smaniava e andava in giro tutto il giorno per poterla vedere.
Quando la mattina la sentiva in
chiesa, cantava un kyrie e un Sanctus, volendo sembrare un gran maestro di
canto, mentre pareva un asino che ragliava. Sapeva fare così bene che né
Bentiveglia del Mazzo, né nessun altro se ne accorgeva.
Non potendo entrare in confidenza
con monna Belcolore, di tanto in tanto le faceva dei doni, talvolta le mandava
un mazzo di fiori freschi, che coltivava con le sue mani nel suo orto ed erano
i più belli della contrada, altre volte un canestro di baccelli ed altre ancora
un mazzo di cipolle fortissime e di scalogni.
Quando ne aveva l’occasione la
guardava in cagnesco e amorevolmente la rimproverava.
Ella era scontrosetta e ,fingendo
di non accorgersi dei corteggiamenti, faceva la contegnosa, per cui il prete
non poteva venirne a capo.
Un giorno, a mezzogiorno, mentre il
parroco se ne andava a zonzo, incontrò Bentivegna del Mazzo, che spingeva un
asino carico di cose, e gli domandò dove andava.
Bentivegna gli rispose che andava
fino in città per una sua faccenda e portava quelle cose a ser Bonaccorri da
Ginestreto, giudice del maleficio, che l’aveva fatto chiamare per una
comparizione in giudizio.
Il prete, tutto contento, gli diede
la sua benedizione e gli raccomandò di ricordare a Lapuccio o a Naldino, se,
per caso, li avesse incontrati, di mandargli le strisce per il corregiato.
Bentiveglia disse che l’avrebbe
fatto e se ne andò a Firenze.
Il prete pensò che era tempo di
andare da Belcolore per vedere se aveva fortuna. Si avviò e non si fermò finchè
non giunse a casa di lei.
Belcolore era in soffitta, come lo
sentì scese e si mise a pulire i semi di cavolini che il marito aveva
trebbiato.
Il prete le cominciò a dire che lo
faceva morire perché non accettava di fare l’amore con lui, come egli voleva e
Dio comandava.
La donna, ridendo, gli disse che
correva troppo e si chiedeva se anche i preti facessero quelle cose.
Il prete rispose che le facevavo
meglio degli altri e non macinavano continuamente ma solo quando si
raccoglieva. Questo era a suo vantaggio e , se se ne stava buona, glielo
avrebbe dimostrato.
La Belcolore gli chiese che
vantaggio ne avrebbe ricavato, visto che i preti erano più avari del diavolo.
E il prete, di rimando, le disse di
chiedergli tutto quello che voleva: un paio di scarpette, una cintura di lana,
un bel taglio di stoffa o qualsiasi altra cosa.
La donna rispose che di quelle cose
ne aveva già; se le voleva bene, le doveva fare un servizio, poi avrebbe fatto
tutto quello che voleva.
Il prete promise di accontentarla.
La Belcolore allora gli disse che
il sabato seguente doveva andare a Firenze per portare la lana che aveva filata
e far aggiustare il suo filatoio. Gli chiese di prestarle cinque lire, che
sicuramente aveva, per riscattare dall’usuraio una sua gonna, una cintura per i
giorni di festa, che aveva portato in dote, senza la quale non poteva andare in
chiesa, né in alcun luogo elegante. Promise che, dopo, avrebbe fatto tutto ciò
che egli voleva.
Il prete rispose che purtroppo non
aveva denari con sé, ma che prima del sabato glieli avrebbe fatti avere.
La donna non credeva alla promessa
e non voleva fare la fine della Biliuzza, che era stata ingannata da inutili
promesse ,non mantenute, ed era finita a fare la mala femmina; se non li aveva,
andasse a prenderli.
Il prete insistette che non poteva
andare a casa sua anche perché il momento era propizio, non c’era nessuno,
mentre , al suo ritorno, avrebbe potuto trovare qualcuno che desse loro
fastidio.
Ma la donna fu irremovibile.
Il prete, vedendo che la donna non
voleva accontentarlo senza una garanzia, ed egli voleva fare l’amore senza
alcun pegno,le disse che le avrebbe lasciato, come pegno ,il suo mantello di
panno azzurrino.
La donna, sollevato il viso, gli
chiese quanto poteva valere quel mantello. Il parroco, prontamente, rispose che
era di buona qualità e che non erano ancora passati quindici giorni da quando
l’aveva comprato da Lotto rigattiere. Il mantello valeva ben sette lire ma egli
l’aveva pagato, a buon mercato, solo cinque lire. Aveva fatto un buon affare, a
detta di Buglietto, che conosceva molto bene il prezzo di quei tabarri .
La donna, vistone il valore, se lo
fece dare e lo ripose in una cassa.
Dopo che l’ebbe riposto, condusse
il prete in una capanna, dove non andava mai nessuno.
Lì si dettero i più dolci baci del
mondo e si sollazzarono per lungo tempo. Poi il prete, in gonnella, come se
andasse a celebrare le nozze, se ne tornò in chiesa.
Lì giunto, pensando che con pochi
spiccioli d’offerta che raccoglieva in un anno intero non avrebbe raggiunto che
la metà di cinque lire, si pentì di aver lasciato il tabarro e cominciò a
pensare a come doveva fare per riaverlo, senza pagare nulla.
Siccome era un po’ maliziosetto,
mise a punto un piano.
Poiché il giorno seguente era
festa, mandò il figlio di un suo vicino di casa da monna Belcolore a pregarla
che gli prestasse il suo mortaio di pietra. Infatti l’indomani doveva preparare
una salsa perchè aveva a pranzo Binguccio dal Poggio e Nuto Buglietti.
La Belcolore glielo mandò.
Giunta l’ora del desinare,il prete,
che spiava, quando vide che Bentivegna e la moglie stavano mangiando, mandò il
chierichetto a restituire a Belcolore il mortaio. Gli disse anche di chiedere
indietro alla donna il mantello ,che le aveva lasciato in pegno.
Il chierico andò a casa della
Belcolore, posò il mortaio e fece l’ambasciata del prete.
Bentivegna impedì alla moglie di
rispondere e la rimproverò aspramente perché aveva chiesto un pegno al prete.
Le ordinò di restituire subito il tabarro, perché erano tali i rapporti con il
prete, che , se glielo avesse chiesto, gli avrebbe dato anche il suo asino.
La Belcolore, borbottando, si alzò,
andò a prendere dalla cassa il tabarro, lo dette al chierico e disse “ Devi
dire così da parte mia al tuo signore: la Belcolore dice che prega Dio che voi
non dobbiate più pestare la salsa nel suo mortaio”.
A sua volta, il prete, ricevuta
l’ambasciata, ridendo, disse “ Quando la vedrai, le dirai che se ella non ci
presterà più il mortaio, io non le presterò il pestello; vada l’un per
l’altro”.
Bentiveglia credeva che la moglie
aveva risposto in quel modo perché l’aveva sgridata e non se ne curò.
Belcolore litigò col prete e non
gli parlò più fino alla vendemmia.
Avendola, poi, il prete minacciata
di farla finire in bocca a Lucifero, si spaventò e, con il mosto e le castagne
calde, si rappacificò con lui e insieme più volte gozzovigliarono.
In cambio delle cinque lire il
prete le fece aggiustare il cembalo e gli fece aggiungere un sonaglio, ed ella
fu contenta.
mercoledì 18 marzo 2015
OTTAVA GIORNATA - NOVELLA N.1
OTTAVA GIORNATA – NOVELLA N.1
Gulfardo si fa prestare dei soldi
da Guasparruolo, e essendosi accordato con la moglie di lui di giacere con lei,
le dà quei soldi; poi in presenza di lei dice a Guasparruolo che li aveva dati
a lei ed ella dice che è la verità.
Neifile volentieri incominciò a
dire che le piaceva raccontare di una beffa fatta da un uomo ad una donna, non
per biasimare ciò che l’uomo fece, ma per dimostrare che anche gli uomini
sapevano beffare chi credeva in loro, come erano beffati da coloro in cui
credevano.
Sicuramente ciò che stava per dire
non si sarebbe dovuto ritenere una beffa, ma una cosa meritata.
Infatti riteneva che la donna
avrebbe dovuto essere onestissima, ma, per la fragilità della sua natura,
doveva essere degna del fuoco colei che faceva l’amore per denaro, mentre
doveva meritare il perdono quella che compiva l’atto sessuale per amore. Tutti
conoscevano le forze grandissime di esso, come, appunto, aveva mostrato pochi
giorni prima Filostrato , raccontando di madonna Filippa in Prato.
Vi fu ,dunque, in Milano, un tempo,
un soldato mercenario tedesco, di nome Gulfardo, persona degna di rispetto e
assai leale con coloro di cui era al servizio, come di rado sono i tedeschi.
Egli lealmente restituiva i denari
che gli erano stati prestati, per questo facilmente trovava molti mercanti che
gli prestassero denari con un piccolo interesse.
Costui, dimorando a Milano, si
innamorò di una donna assai bella, chiamata madonna Ambrogia, moglie di un
ricco mercante ,di nome Guasparruolo Cagastraccio, che era suo buon conoscente
ed amico.
Senza che il marito, né altri se ne
accorgessero, un giorno le mandò a dire che era innamorato di lei, pregandola
di corrispondere al suo amore; avrebbe fatto tutto ciò che ella gli comandasse.
La donna, dopo aver parlato a
lungo, rispose che avrebbe fatto ciò che Gulfardo voleva se avesse ottenuto due
cose : l’una che nessuno doveva sapere niente; l’altra che egli, che era un
uomo ricco, doveva donarle duecento fiorini d’oro.
Gulfardo, udendo l’ingordigia della
donna, sdegnato per la bassezza di lei, trasformò quasi in odio l’amore che
provava e pensò di beffarla.
Le mandò a dire che, molto
volentieri, avrebbe fatto quello ed ogni altra cosa da lei chiesta.
Le fece domandare quando voleva che
andasse da lei, promettendo che avrebbe portato i soldi e non ne avrebbe
parlato con nessuno, ad eccezione di un suo compagno, di cui si fidava molto e
che lo accompagnava sempre.
La donna, anzi, la mala femmina,
udendo ciò fu contenta e gli mandò a dire che Guasparruolo, il marito, dopo
pochi giorni, doveva andare a Genova. Allora l’avrebbe fatto chiamare.
Gulfardo, al momento opportuno,
andò da Guasparruolo e gli chiese, per un suo affare, in prestito, duecento
fiorini d’oro, con l’interesse che chiedeva agli altri. Guasparruolo gli prestò
i denari, poi partì per Genova, come aveva detto la donna.
Ella subito fece chiamare Gulfardo
che, appena giunto, alla presenza del suo compagno, consegnò alla donna i
duecento fiorini d’oro e le disse “Madonna tenete questi denari e li darete a
vostro marito quando sarà tornato “.
La donna li prese, credette che
Gulfardo dicesse così per non far capire al compagno che erano il prezzo da lui
pagato per giacere con lei e rispose “Lo farò volentieri, ma voglio vedere
quanti sono”. Li versò sulla tavola, li contò e tutta contenta li conservò.
Poi tornò dall’uomo e, condottolo
nella sua camera, soddisfece ai suoi desideri non solo quella notte ma molte
altre, finchè il marito non ritornò da Genova.
Al ritorno di Guasparruolo,
Gulfardo andò da lui, che era insieme alla moglie ,e gli disse che i duecento
fiorini d’oro, che pochi giorni prima gli aveva prestati, non gli erano più
serviti per l’affare che doveva concludere. Li aveva dati a sua moglie, dunque
gli chiedeva di cancellare il debito.
Guasparruolo si rivolse alla moglie
e le chiese se aveva avuto i denari.
Ella, che vedeva lì il testimone,
non seppe negare e disse che li aveva avuti ,ma si era dimenticata di
dirglielo.
Guasparruolo rispose che era
contento e che Gulfardo poteva andare con Dio, perché il debito era stato
saldato.
Gulfardo partì e la donna,
scornata, dovette dare al marito il prezzo della sua cattiveria : e così
l’astuto amante godè dell’avara donna senza alcun costo.
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