giovedì 31 ottobre 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.9

PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.9



Il re di Cipro, colpito dalle parole di una donna della Guascogna, da vile che era divenne valoroso.

Elissa, cui toccava raccontare, senza attendere l’ordine della regina, iniziò dicendo che ciò che non erano riusciti a fare tanti tentativi e tante imprese, poteva ottenere una parola detta per caso,non di proposito.
Il che si vedeva bene dalla novella raccontata da Lauretta ed ella stessa l’avrebbe dimostrato subito.
E raccontò che al tempo di Guido da Lusignano, primo re di Cipro, dopo che Goffredo di Buglione aveva conquistato Gerusalemme, nella prima Crociata, una gentildonna di Guascogna, andò in pellegrinaggio al Santo Sepolcro ; al ritorno, giunta a Cipro, fu oltraggiata da alcuni uomini scellerati.
Poiché non riusciva ad avere consolazione, pensò di andare a denunziare l’accaduto al re. Ma le fu detto che era del tutto inutile. Infatti il sovrano era così indolente e vile che non solo non applicava la giustizia alle offese fatte ai suoi sudditi, ma, anzi, sopportava con vergognosa viltà quelle che facevano a lui, per cui chi non riceveva giustizia, si sfogava offendendolo.
Avendo udito queste cose, la donna, pur non sperando vendetta, volle andare a constatare la viltà del re e, recatasi, piangendo, al suo cospetto, disse “Maestà, non vengo in tua presenza per avere vendetta dell’offesa ricevuta, ma per placare il mio dolore. Ti prego, insegnami come tu sopporti le offese che, ho sentito che ti sono fatte ,in modo che ,imparando da te , posso, pazientemente, sopportare la mia. Ti donerei volentieri la mia offesa, se potessi, sapendo che tu sai sopportare così bene”.
Il re, fino a quel momento indolente e pigro, come se si svegliasse da un sogno, duramente punì l’ingiuria fatta alla donna, e, in seguito, divenne rigidissimo persecutore di tutte le offese fatte all’onore della sua corona.








giovedì 24 ottobre 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.8

PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.8

 Gugliemo Borsieri ,con garbate parole, colpisce l’avarizia di messere Erminio Grimaldi.

Luaretta, che era seduta accanto a Filostrato, dopo aver sentito lodare l’intelligenza di Bergamino, cominciò a parlare dicendo che la storiella del cortigiano che aveva colpito l’avarizia del ricco mercante, ottenendo un buon esito, la spingeva a raccontare un’altra storia.
Nei tempi passati, a Genova, viveva un gentiluomo , chiamato Erminio de’ Grimaldi, che, per le sue immense ricchezze ,superava tutti i signorotti d’Italia. Come li superava in ricchezza, così li superava in avarizia ed era più avaro di tutti gli avari.
Manifestava la sua avarizia non solo verso gli altri, ma anche verso sé stesso.
 A differenza degli altri genovesi che, pur essendo avari, amavano vestire nobilmente, egli, per non spendere, sosteneva che il lusso fosse un difetto, così come il mangiare e il bere. Per questo fu chiamato da tutti “Messere Erminio Avarizia”.
Mentre costui non spendeva e, quindi, le sue ricchezze si moltiplicavano, arrivò a Genova un valente uomo di corte, elegante e colto, di nome Guglielmo Borsieri, per niente simile ai corrotti cortigiani di quel tempo, che volevano essere considerati gentiluomini, mentre dovevano, piuttosto, essere chiamati asini per la bruttura della loro malvagità.
Il mestiere degli uomini di corte, a quei tempi, era di trattare paci, dove erano scoppiate guerre e litigi tra nobili, combinare matrimoni, stringere amicizie, con piacevoli discorsi rasserenare gli animi affaticati, rallegrare le riunioni , e, con rimproveri, come padri, rimproverare i difetti, con frasi prudenti.
In quel tempo , invece, i gentiluomini passavano il loro tempo a dire cattiverie e cose tristi, e ,quel che era peggio, a farle in presenza degli uomini ,accusandosi scambievolmente. Ed era lodato e premiato dai miseri e scostumati signori colui che diceva e faceva le cose più abominevoli. Era del tutto evidente che ,in quell’epoca, le virtù avevano lasciato posto ai vizi abbandonando i miseri viventi.
Ma ,ritornando all’inizio, Guglielmo Borsieri fu onorato e ben accolto da tutti i genovesi e avendo sentito parlare dell’avarizia di messere Erminio, lo volle conoscere.
Messere Erminio, che già aveva sentito parlare di Guglielmo Borsieri, era un uomo di valore e, sebbene fosse avaro, pure aveva un qualche sprazzo di gentilezza, per cui lo ricevette cortesemente e lo trattenne con vari ragionamenti.
Conversando piacevolmente, lo portò ,insieme con altri ospiti, a visitare una sua casa nuova, molto bella.
Dopo avergliela mostrata tutta, disse “ Messer Guglielmo, voi che avete visto e udito molte cose, mi sapreste insegnare qualche cosa ,non ancora vista da nessuna parte, che possa dipingere nella sala di questa mia casa?”.
Guglielmo rispose “Signore, non saprei insegnarvi niente che non sia già stato visto, ma, se vi piace, ve ne insegnerò una che ,credo ,voi non vedeste mai”.
Ed Erminio disse “ Orsù, vi prego, ditemi qual è”, non aspettandosi la risposta che ricevette.
A ciò Guglielmo, prontamente, rispose “ Fateci dipingere la Cortesia”.
Messere Erminio, udita questa parola, fu preso, immediatamente, da una grande vergogna, così che mutò  completamente il suo comportamento e disse “Messer Guglielmo, io la farò dipingere in maniera che né voi, né altri potranno dire che io non l’ho mai vista né conosciuta”.
Da quel giorno in poi, tanto fu il potere delle parole di Guglielmo che “Messere Erminio Avarizia” divenne il più cortese e liberale gentiluomo di Genova.












martedì 22 ottobre 2013

PRIMA GIORNATA NOVELLA N.7

 PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.7

Bergamino con la novella raccontata da Primasso all’abate di Cluny ,rimprovera Cangrande della Scala, per la sua improvvisa avarizia.


La gradevolezza della novella di Emilia, spinse tutti a commentarla.
Quando i commenti terminarono, Filostrato, cui toccava narrare, cominciò a parlare , dicendo che era facile colpire un bersaglio che non si muove. e, veramente, tutti coloro che lo desiderano possono facilmente colpire la vita viziosa e sporca dei religiosi , la loro cattiveria e la loro ipocrita carità.
Infatti, danno ai poveri quello che dovrebbero dare ai porci o gettare via.
E continuò dicendo che, spinto dalla precedente novella, voleva raccontare dell’improvvisa e insolita avarizia che aveva colpito Cangrande della Scala, Signore di Verona.
Cangrande era conosciutissimo in tutto il mondo, perché fu uno dei più importanti e magnifici signori ,che vi furono in Italia, dall’imperatore Federico II ai loro tempi.
Egli aveva disposto di fare in Verona una grandissima e splendida festa e aveva fatto venire molti cortigiani ed  altra gente da tutte le parti.
All’improvviso, non si sa per quale motivo, cambiò idea, risarcì , in parte, coloro che erano venuti e li licenziò.
Solo uno, chiamato Bergamino, svelto ed abile parlatore, non credette a ciò che aveva udito, non avendo ricevuto nulla e non essendo stato licenziato, rimase lì, sperando di ottenere qualche vantaggio,
Messer Cangrande aveva pensato che ogni cosa che egli donava andasse perduta o, meglio, gettata nel fuoco, ma di ciò non parlava con nessuno.
Bergamino, dopo alcuni giorni, vedendo che non era chiamato come novellatore , non riceveva niente e, oltre a ciò, spendeva molto nell’albergo con i suoi cavalli e i suoi servitori, cominciò a preoccuparsi molto.
Pure aspettava non ritenendo di far bene a partire senza ordine.Avendo portato con sé tre belle e ricche vesti, che gli erano state donate da altri signori, per partecipare, vestiti decorosamente , alla festa, per pagare l’oste, gli diede prima una veste, poi una seconda. Infine cominciò ad utilizzare la terza, deciso a rimanere finchè durava, e partire subito dopo.
Ora, mentre stava per consumare anche la terza veste, si trovò ,molto triste, davanti a Cangrande, che mangiava.
Il grand’uomo, più per prenderlo in giro, crudelmente, che per interesse, gli chiese perché era così malinconico.
Bergamino, subito, quasi senza pensare, ma per ricavare vantaggi dalla sua situazione, raccontò questa novella “Mio signore, dovete sapere che Primasso fu un uomo di grande cultura e abile verseggiatore, così famoso che tutti ne avevano sentito parlare per fama, anche se non lo conoscevano di persona.
Mentre si trovava a Parigi, molto male in arnese, udì parlare dell’abate di Cluny, che era ritenuto il più ricco prelato che la chiesa di Dio avesse, all’infuori  del Papa.
Si dicevano di lui cose straordinarie: che teneva sempre corte e che non negava mai a nessuno da mangiare e da bere, bastava solo chiederglielo.
Sentito ciò, Primasso, che amava vedere signori magnifici e generosi, decise di andare a vederlo e chiese dove abitava. Gli fu risposto che abitava nell’Abazia di Cluny, a circa sei miglia da Parigi.
Pensò che, partendo al mattino presto, poteva essere sul luogo ad ora di pranzo.
Fattosi insegnare la via, temendo di smarrirsi e di non trovare da mangiare, pensò di portare con sé, mettendoseli nel seno, tre pani, supponendo che l’acqua l’avrebbe potuta trovare in ogni parte.
Il viaggio andò benissimo ed egli giunse all’Abazia proprio all’ora del desinare.
Entrato nella sala vide tavole imbandite ,una gran cucina e tante altre cose preparate per mangiare e disse tra sé “Costui è veramente un uomo magnifico, come tutti dicono”.
Mentre si guardava intorno, il siniscalco dell’abate, poiché era ora di pranzare, comandò che si desse acqua alle mani e che ognuno sedesse al posto assegnatogli.
Per caso, Primasso fu messo a sedere proprio di fronte alla porta della camera da cui il prelato doveva uscire per andare a mangiare.
Era usanza in quella corte che non si poteva mangiare nessuna pietanza ,né bere vino se prima l’abate non si sedeva a tavola. Il religioso fu avvisato che era tutto pronto per l’inizio del banchetto, se a lui piaceva.
L’abate fece aprire la porta e il primo uomo che vide fu Primasso, che non conosceva e che era assai mal ridotto.
Gli venne, all’improvviso un pensiero cattivo, che non aveva mai avuto prima, e disse tra sé “ Vedi a chi do da mangiare il mio”.
Subito se ne tornò indietro, fece chiudere la camera e domandò se qualcuno conosceva quello straccione che sedeva davanti alla camera. Tutti risposero di no.
Nel frattempo, Primasso, che aveva fame perché aveva camminato molto e non era abituato a digiunare, vedendo che l’abate non veniva, tirò fuori dal corpetto uno dei tre pani che aveva portato e cominciò a mangiare.
L’abate, dopo un certo tempo, ordinò ad un servo di vedere se lo zotico era partito. Il servo rispose di no, anzi mangiava un pezzo di pane che aveva con sé
Il religioso, adirato, disse “ Mangi del suo, se ne ha, perché oggi non mangerà del nostro”. Avrebbe voluto che Primasso si allontanasse da solo, perché non gli pareva opportuno di licenziarlo.
Nel frattempo ,il buon’uomo cominciò a mangiare il secondo pane e poi, non essendovi cambiamenti, il terzo.
Come ciò gli fu riferito, il religioso pensò “ Ma che novità mi è venuta oggi nell’anima, che avarizia, quale sdegno e per quale motivo? Io ho sempre dato da mangiare, già da molti anni, a chiunque ha voluto, senza guardare se era nobile o villano, povero o ricco, mercante o vagabondo, e con i miei occhi l’ho visto sciupare  da delinquenti e masnadieri, solo per costui mi è venuto in mente di rifiutargli il cibo.
Sicuramente l’avarizia mi deve aver preso per un uomo non di poco conto, anche se sembra un malfattore. Deve essere qualche pezzo grosso se ha provocato in me tale reazione”. Ciò detto volle sapere chi era. Seppe che era Primasso e che era venuto per conoscerlo, avendo udito della sua fama di uomo munifico e generoso.
L’abate ,che aveva ben meritato la sua fama ,si vergognò e, desiderando farsi perdonare, lo onorò in molti modi.
Dopo averlo fatto mangiare abbondantemente, gli donò ricchi vestiti, danaro e cavalli, concedendogli di andare e venire ,liberamente, senza il suo permesso. Primasso, contento, lo ringraziò e ripartì, a cavallo, per ritornare a Parigi”.
Cangrande della Scala, da buon intenditore, senza darne segno, capì perfettamente, quello che voleva dire il narratore e disse “Bergamino, hai illustrato benissimo i tuoi problemi, il tuo valore ,la mia avarizia e quello che tu da me desideri. E, in verità , prima che nei tuoi confronti, non fui mai assalito dall’avarizia, ma la scaccerò come mi hai indicato”.
Fece pagare l’oste e donò a Bergamino ricchi vestiti, danari, un cavallo e, per quella volta, gli consentì di andare e venire come voleva.  


sabato 3 agosto 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.6

PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.6

 Un uomo di valore blocca la malvagia ipocrisia degli inquisitori con una battuta di spirito.


Emilia, che sedeva accanto a Fiammetta, dopo i commenti sul garbato rimprovero della marchesa al re di Francia, appena la regina diede l’assenso, cominciò a raccontare della risposta data da un uomo astuto ad un religioso avaro.
Vi era, dunque, non molto tempo addietro, in Firenze ,un frate Minore, inquisitore degli eretici, il quale ostentava santità e fede in tutti i modi possibili, in realtà era attento a ricercare sia chi aveva la borsa piena, sia chi era debole nella fede cristiana.
Un bel giorno individuò un uomo, più ricco di danaro che di senno, il quale, non per mancanza di fede, ma perché aveva bevuto troppo ed era un po’ allegro, aveva detto alla sua brigata che aveva un vino così buono che ne poteva bere Cristo.
Fu  riferito ciò all’inquisitore, che ben sapeva che quel tale possedeva molte terre e molti denari.
Il religioso ,immediatamente, corse ,con spade e bastoni, a fargli un processo gravissimo, pensando che gli avrebbe portato un bel po’ di fiorini nelle mani.
Fattolo chiamare, gli chiese se era vero ciò che si era detto contro di lui. Il buon uomo rispose di si.
L’inquisitore, devotissimo di San Giovanni Battista , detto Barbadoro, per la barba bionda, disse “ Dunque, tu hai detto che Cristo è un bevitore, amante degli ottimi vini, come se fosse Cinciglione( famoso bevitore) o qualche altro ubriacone e amante delle taverne. Ora vuoi minimizzare la cosa ,con le parole. Ma hai commesso un grave peccato, e ,per questo, hai meritato il fuoco (rogo) e dobbiamo processarti come eretico”.
Con queste parole ,come se lo sventurato fosse stato Epicuro che negava l’immortalità dell’anima, con volto severo gli parlava.
Il pover’uomo, assai spaventato, per mezzo di intermediari, gli fece avere, affinchè potesse essere perdonato,  comprandole con i fiorini di San Giovanni Boccadoro, molte cose da mangiare, oltremodo gradite ai frati minori, che ,pur essendo avidissimi, non potevano toccare denari.
La medicina , anche se il medico Galeno non la include nelle sue ricette, fu salutare, e giovò tanto che il fuoco minacciato, si trasformò in una croce gialla da portare su una veste nera, come una bandiera, da indossare in viaggio.
Il frate ,ricevuti i denari, gli ordinò, ancora, per penitenza di andare ,ogni mattina, ad ascoltare la messa nella Chiesa di Santa Croce, di presentarsi ,poi, davanti a lui ,all’ora di pranzo per rimanere, infine, libero per tutto il giorno.
Il penitente fece tutto con diligenza, finchè ,un giorno ,in chiesa, udì un passo del Vangelo che diceva “voi riceverete per ognuno cento (per ogni cosa che  darete ne riceverete cento), e possederete la vita eterna”.
Questa frase gli rimase fissa nella mente.
Quando, all’ora di pranzo, si recò dall’inquisitore, costui gli chiese se quella mattina aveva udito la messa e se  c’era stata qualcosa che lo aveva particolarmente colpito e che voleva chiedere.
E l’uomo rispose “Si, ho sentito una frase che mi ha fatto provare una grandissima compassione per voi e per gli altri frati , pensando alla triste condizione in cui vi troverete nell’altra vita”.
Il religioso chiese ,prontamente, quale fosse la parola che lo aveva mosso a compassione e il buon’uomo rispose “ Signore, fu quel passo del Vangelo che dice- Voi riceverete per ognuno cento”.
Alla richiesta di chiarimenti sul perché quella frase lo avesse tanto commosso, il furbacchione rispose “ O Signore, da quando sono qui, ogni giorno ho visto che voi date alla povera gente alcune volte una, altre volte due, grandissime caldaie di brodo, che si toglie davanti a voi ,quando avanza; se ,nell’altra vita, per ognuna ve ne saranno rese cento, ne avrete tanto che voi tutti vi ci potrete affogare dentro”.
Tutti gli altri, che sedevano alla tavola e mangiavano avidamente, si misero a ridere e si turbarono.
E, se non fosse stato ,in precedenza, molto criticato per il processo che aveva già intentato, l’inquisitore , subito, gli avrebbe buttato addosso un altro processo per punirlo di quello scherzoso motto, che aveva provocato l’ilarità dei commensali.
Poi, per l’ira, gli ordinò di fare quello che voleva ,senza farsi più vedere.

venerdì 2 agosto 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.5

PRIMA GIORNATA- NOVELLA N.5


La marchesa di Monferrato respinge il folle amore del re di Francia con un banchetto a base di galline e con alcune cortesi parole.


La novella di Dioneo fece apparire ,sul viso delle donne che ascoltavano, un rossore pudico, perché si vergognavano, ma ,  guardandosi l’un l’altra, non poterono fare a meno di ridere.
Quando terminò la narrazione, con dolci parole, fecero notare al narratore che simili novelle non si dovevano raccontare a donne gentili.
La regina , poi, comandò a Fiammetta di continuare.
Ella, con viso lieto, incominciò dicendo che avrebbe continuato nel dimostrare che una pronta risposta può avere molta forza. E, come gli uomini cercano di amare una donna di più alto ceto rispetto a loro, così le donne ritengono di grande importanza evitare di innamorarsi di un uomo più nobile di loro. Voleva  provare come una gentildonna si fosse difesa da questo pericolo con opere e con parole.
E cominciò a raccontare del Marchese del Monferrato, uomo di grande valore, gonfaloniere di giustizia, che si era recato in Terrasanta, partecipando alla  Crociata.
Del suo valore si parlava alla corte di Filippo il Guercio , che si preparava a partire dalla Francia, per partecipare anche lui alla terza Crociata, per riconquistare la Terrasanta.
Gli fu detto da un cavaliere, che non vi era sotto le stelle una coppia simile a quella del marchese e della sua sposa, che era la più bella e la più valorosa di tutte le donne del mondo.
Queste parole infiammarono tanto l’animo del re di Francia, che egli si innamorò perdutamente della donna, senza averla mai vista.
Decise, allora, di imbarcarsi da Genova, andando via terra, in modo da poter passare dal Monferrato per andare a vedere la Marchesa, senza metterla in difficoltà, data l’assenza del marito.
Mandò avanti tutti gli uomini e ,con un piccolo gruppo di gentiluomini, si mise in cammino.
Avvicinatosi alle terre del Marchese, un giorno prima di arrivare, mandò ad avvisare la donna, che, il giorno seguente ,avrebbe pranzato a casa sua.
La donna, saggia e prudente, rispose che era un grande onore per lei ricevere il re di Francia, che era il benvenuto. Pure , ebbe qualche sospetto perché, generalmente, un re non visitava una dama , se il marito era assente. Tuttavia ordinò agli uomini di casa di sistemare ogni cosa nel migliore dei modi, ma, al banchetto e alle vivande volle pensare solo lei.
Senza indugiare, fece raccogliere tutte le galline che vi erano nel paese e ordinò ai cuochi che fossero cucinate in vari modi per il banchetto reale.
Il giorno dopo arrivò il re, che fu ricevuto con grandi onori.
Egli, non rimanendo per niente deluso, trovò la donna più bella rispetto a tutte le sue aspettative e se ne invaghì ancora di più.
Dopo essersi riposato in camere arredate con grande raffinatezza, venuta l’ora del desinare, il re e la marchesa sedettero alla stessa tavola; gli altri, in base ai loro titoli , furono sistemati in altre mense.
Furono portati, in successione, diversi piatti e ottimi vini, ma il re si meravigliò che, anche se le pietanze erano diverse, erano servite soltanto galline.
Siccome sapeva che nel Monferrato c’era grande varietà di selvaggina, che la marchesa avrebbe potuto procurarsi per preparare il banchetto, si meravigliò della cosa.
Con viso sorridente chiese, allora, alla dama “ Donna, in questo paese nascono solo galline, senza nessun gallo?”. Ed ella ,ben comprendendo il senso di quelle parole, rispose coraggiosamente “Mio signore, ma le femmine , sebbene i loro vestiti e i loro titoli cambino, sono fatte tutte nello stesso modo, sia qui che altrove”.
Il re, udite queste parole, capì perché gli erano state servite soltanto galline e si rese conto che, con tale donna, le parole sarebbero state sprecate.
Come si era, sventatamente acceso di lei, così, saggiamente, doveva spegnere il fuoco mal concepito, e, senza più scherzare, temendo le di lei argute risposte, pranzò senza più speranza.
Terminato il pranzo, rapidamente, senza svelare le sue cattive intenzioni, la ringraziò per l’onore di essere stato ricevuto nella sua casa ,e, raccomandatala a Dio, se ne andò da Genova.


mercoledì 31 luglio 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.4

PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.4



 Un monaco commise un peccato che meritava una gravissima punizione, evitò la pena, evidenziando che  il suo abate si era macchiato della stessa colpa.


Appena Filomena, raccontata la sua novella tacque, Dioneo, senza aspettare il comando della regina, poiché sapeva che, per l’ordine stabilito, toccava a lui, cominciò a parlare “ Donne piene d’amore ,ognuno di noi deve raccontare la novella che , pensa, possa recare a tutti maggiore piacere.
Ho udito, in precedenza, che Giangiotto di Civignì salvò l’anima ad Abraam e Melchisedech, grazie alla sua intelligenza, salvò le sue ricchezze dagli agguati del Saladino, adesso, senza vostri rimproveri, vi voglio dire come un monaco riuscì ad evitare una gravissima pena”.
E iniziò a raccontare che un tempo , in Lunigiana, in un paese non molto lontano, vi era un monastero, con molti più monaci di quanti ve ne erano in quel periodo. Tra questi, ve ne era uno giovane, il cui vigore fisico e la forza giovanile, né i digiuni , né le veglie potevano attenuare.
Un giorno, per caso, a mezzogiorno, andandosene in giro, mentre tutti gli altri dormivano, in un luogo solitario, vide una giovinetta molto bella, forse figlia di un contadino del posto, che coglieva delle erbette nei campi; appena l’ebbe vista fu assalito dal desiderio carnale.
Avvicinatosi, cominciò a parlarle, e tanto proseguì la cosa, che la condusse nella sua cella, senza che nessuno se ne accorgesse.
Mentre i due erano presi dai giochi d’amore, l’abate, che si era appena svegliato, passò davanti alla  cella ed udì degli schiamazzi. Si avvicinò all’uscio e  comprese, senza ombra di dubbio, che lì dentro c’era una femmina. Tentò di aprire, ma non vi riuscì.
Poi pensò di fare diversamente. Rientrò nella sua camera e aspettò che il monaco uscisse.
Il giovane, preoccupato perché aveva sentito uno stropiccio di piedi nel dormitorio, avvicinò l’occhio ad un piccolo foro e vide chiaramente che l’abate stava ascoltando e ,quindi, sapeva che c’era una donna nella sua cella.
Ben sicuro che ciò  avrebbe determinato una pesante punizione, senza dimostrare alcuna preoccupazione, rapidamente, mise a punto un piano che gli avrebbe potuto procurare la salvezza.
Disse alla donna di starsene tranquilla lì dov’era fino al suo ritorno, perché doveva andare a trovare un modo per farla uscire senza essere vista.
Appena fuori, chiuse la cella con la chiave e si recò nella camera dell’abate, al quale chiese il permesso di andare nel bosco a raccogliere la legna, che non aveva potuto raccogliere al mattino.
L’abate, pensando che il monaco ignorasse di essere stato scoperto, acconsentì volentieri e prese la chiave.
Appena il giovane si fu allontanato, cominciò a pensare che cosa gli conveniva fare : se, in presenza di tutti i monaci, aprire la cella e far vedere la colpa, dando a tutti l’occasione di criticarlo per la punizione inflitta al compagno, inoltre, avrebbero voluto sentire dalla donna, come erano andati i fatti.
Pensando tra sé che il padre della ragazza non avrebbe voluto subire quella vergogna, conosciuta da tutti, decise di vedere chi fosse, prima di intervenire.
Tranquillamente, dunque, si recò dal lei, aprì, entrò e l’uscio si richiuse.
La giovane, vedendo l’abate ,si turbò molto, e, per la vergogna, cominciò a piangere.
Il religioso, vedendola bella e fresca, sebbene fosse vecchio, sentì gli stimoli della carne, non meno del giovane monaco, e tra sé, iniziò a dire “ Perché non godo anch’io di questo piacere, che potrà essere a disposizione per me ogni volta che vorrò, per vincere il dispiacere e la noia? Costei è bella e giovane e nessuno al mondo lo sa. Se la posso convincere a fare il mio piacere, non so perchè non debbo farlo. Non lo saprà mai nessuno e peccato celato è mezzo perdonato. Questa occasione , forse non si presenterà mai più. Ritengo sia molto saggio prendersi il bene, quando il Signore lo manda”.
Avendo cambiato completamente intenzione, si avvicinò alla giovinetta ,confortandola e pregandola di non piangere, e, tra una parola e un’altra, le palesò il suo desiderio.
La giovane che non era di ferro né di diamante, molto facilmente si piegò ai piaceri dell’abate.
Il vecchio, abbracciatala e baciatala più volte, salì sul letto del monaco e, tenuto conto del suo rango e della tenera età della giovane, per non offenderla con il  peso del suo corpo, non salì sul petto di lei, ma pose lei sul suo . Così giocarono per molto tempo.
Il monaco, che non era andato nel bosco, ma si era nascosto nel dormitorio, come vide l’abate entrare da solo nella sua cella e chiudere  a chiave la porta, fu certo di aver raggiunto il suo scopo.
Uscito dal nascondiglio, spiando da un buco, vide ed udì tutto ciò che l’altro fece.
L’abate, dopo che si era trattenuto a lungo con la giovinetta, chiusala nella cella , se ne ritornò nella sua stanza.
Dopo un certo tempo, ritenendo che il monaco fosse ritornato dal bosco, lo fece chiamare, lo rimproverò con viso severo e comandò che fosse incarcerato, in modo da poter possedere da solo la giovinetta.
Allora il monaco, molto prontamente, disse “ Signore, non sono ancora stato nell’ordine di San Benedetto tanto a lungo da aver imparato le particolarità di questa regola. Voi non mi avevate ancora detto che cosa i monaci devono fare con le donne, come invece, mi avevate detto per i digiuni e per le veglie. Ora che me lo avete mostrato, vi prometto, se mi perdonate per questa volta, di non peccare mai più e di fare come ho visto fare a voi”.
L’abate, che era uomo prudente, comprese subito che il giovane non solo sapeva, ma aveva visto tutto.
Provando rimorso, si vergognò di punire il monaco, per una colpa per la quale, egli stesso avrebbe meritato una punizione.
Gli perdonò e gli ordinò il silenzio su ciò che aveva visto.

Senza danno per entrambi, fecero uscire la giovinetta, e, tutto fa credere che, in seguito, la facessero tornare più volte. 

martedì 30 luglio 2013

PRIMA GIORNATA - NOVELLA N.3

PRIMA GIORNATA – NOVELLA N.3


Il giudeo Melchisedech con una novella su tre anelli evita un gran pericolo, preparatogli dal Saladino.


Appena Neifile terminò la sua narrazione, su indicazione della regina, Filomena cominciò a parlare. Ella disse che la novella raccontata da Neifile le aveva riportato alla memoria l’episodio accaduto ad un giudeo, udito il quale, forse sarebbero diventate più prudenti nel rispondere ai quesiti posti da altri.
Iniziò il racconto dicendo che la stupidità, talvolta, gettò l’uomo da una condizione di benessere in grande miseria e ,al contrario, il senno evitò al saggio grandi pericoli e lo pose al sicuro. Ciò si vedeva da molti esempi ed anche quella breve storiella lo avrebbe dimostrato.
Il Saladino che, grazie al suo valore, era diventato il sultano di Babilonia e aveva ottenuto molte vittorie sui saraceni e sui cristiani, aveva speso nella guerre tutto il suo tesoro ed aveva bisogno di molto denaro per un incidente capitatogli. Non avendo come procurarsi così rapidamente il denaro che gli serviva, si ricordò di un ricco giudeo , di nome Melchisedech, che prestava denaro ad usura in Alessandria. Pensò di avere da lui il denaro, ma il giudeo era tanto avaro che non lo avrebbe mai, spontaneamente, accontentato.
Costretto dal bisogno cercò una giustificazione che avesse parvenza di legalità.
Fatto chiamare l’usuraio, lo ricevette familiarmente vicino e gli chiese “Valente uomo, ho saputo da molti che sei saggio ed esperto nelle cose di Dio, per questo vorrei sapere da te, delle tre leggi, la giudaica, la saracena e la cristiana, quale reputi la più vera?”.
Il giudeo, da saggio qual’era, capì subito che il Saladino voleva metterlo in difficoltà e pensò di non poter lodare nessuna delle tre religioni, senza favorire l’intento dell’altro.
Aguzzo, dunque, l’ingegno e, subito, gli venne in mente la risposta che doveva dare e disse “ Signor mio, la questione che mi ponete è bella e vi risponderò con una favoletta.
Ricordo di aver udito molte volte che, nei tempi passati, vi fu un uomo molto ricco che tra i suoi tesori aveva un anello bellissimo e prezioso, che voleva lasciare in eredità ai suoi discendenti.
Nascose, dunque, l’anello e stabilì che il figlio che l’avesse ritrovato sarebbe divenuto il suo erede, onorato e riverito come fratello maggiore.
Colui che ereditò l’anello fece la stessa cosa con i suoi discendenti e così l’anello passò, di mano in mano, a molti successori. Infine, giunse nelle mani di un uomo che aveva tre figli belli, virtuosi e obbedienti, che amava in egual misura.
 I giovani sapevano della consuetudine dell’anello e, ciascuno per sé, come meglio sapeva, pregava il padre affinchè, dopo la morte, gli lasciasse l’anello.
Il padre, che amava parimenti i tre figli, non sapeva decidere a chi lasciare il gioiello. Allora, avendolo promesso a tutti, pensò di voler accontentare tutti e tre.
Di nascosto, da un buon orafo, fece fare altri due anelli, tutti somiglianti al primo ed egli stesso a stento riconosceva quale era quello vero.
Sul punto di morte, in segrato, diede a ciascuno dei figli il suo anello.
Dopo la sua morte ciascun figlio, per ottenere l’eredità e gli onori del padre, mostrò il suo anello.
Non si potè riconoscere quale era l’originale, poiché gli anelli erano del tutto simili.
Rimase, pertanto, irrisolta la questione su chi fosse il vero erede del padre; ed ancora oggi non è stata risolta.
Signor mio, vi dico che delle tre leggi date da Dio ai tre popoli, sulle quali mi poneste la domanda, ognuna crede, giustamente, che la sua regola e i suoi comandamenti siano i più giusti, ma come per gli anelli, la questione è ancora irrisolta”.
Il Saladino riconobbe che costui aveva saputo uscire abilmente dal tranello che gli aveva teso e, perciò, gli espose con franchezza le sue necessità, per vedere se poteva aiutarlo, con la stessa saggezza che aveva dimostrato nella risposta.
Il giudeo ,spontaneamente, dette al sovrano tutto il denaro che gli fu chiesto.
Il Saladino ,poi, gli restituì tutto il dovuto, gli fece grandissimi doni, lo considerò sempre suo amico e lo tenne presso di sè con grandi onori.